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Carbonia. “Gospel Explosion 2018”, tutto esaurito e forti consensi per Uni.Sound from New York

Spettacolo
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«Stand up, clap your hands and dance», arriva il gospel e Carbonia come sempre risponde, d’altronde che cosà c’è di meglio, per riscuotersi dai torpori della doppietta alimentare del 24 e del 25 dicembre, che fare quattro salti in compagnia dei canti evangelici della tradizione afroamericana?

Quest’anno “Gospel Explosion”, giunta alla sedicesima edizione ed organizzata come sempre dall’associazione Progetto Evoluzione – quella di “Narcao Blues”, per i pochi che non lo sapessero – ha proposto per il pomeriggio di Natale l’ensemble newyorkese Uni.Sound, composto da quattro voci – Terelle Tipton, Shilan Douglas, Sharon Williams, questi anche in veste di solisti, ed Eric Sumter – e tre strumentisti – Christopher Atlas Amir alla chitarra elettrica, Fullen Jr. Terrence McCarthy alle tastiere e Benjamin Michael Anthony alla batteria.

Come annunciato dal “master of ceremonies” nonché deus ex machina di Progetto Evoluzione Gianni Melis, Uni.Sound ha inteso presentare un repertorio fondato ovviamente sul repertorio religioso e natalizio ma qua e là rimpolpato da momenti “profani” risultati tutt’altro che inappropriati.

L’innovazione del repertorio dei “gospel choir” è un fatto assodato e di anno in anno, ascoltando le proposte di “Gospel Explosion”, ci si rende conto che, come prevedono i canoni estetici afroamericani, la staticità è bandita. Al di là dei singoli pezzi, si è avvertito in primo luogo il tentativo di creare un “quid novum” attraverso armonizzazioni di brani classici che, frustrando l’attesa, hanno avuto la capacità di suscitare una maggiore attenzione nell’ascoltatore. Pertinente l’inserimento in scaletta di brani solo apparentemente fuori contesto, una su tutte “With A Little Help From My Friends”, capolavoro della ditta Lennon-McCartney nella versione woodostockiana di Joe Cocker grondante di un “soul” con più d’un’accenno agli stilemi “churchy” – il “call e response” del ritornello, su tutti. Ben noto è il legame fra la musica sacra dei Neri d’America e la sensualità dei “soul brother” e oltretutto il testo beatlesiano è un inno all’amore e all’amicizia e alla fratellanza fra gli uomini («I need sombody to love», «I get by with a little help from my friends», «Are you sad because you’re on your own») che ben potrebbe stare pure alla fine della santa messa. Per altro quando Uni.Sound si è tenuto “on the tradition” sono venute fuori cose buone e giuste: a chi scrive, e non solo probabilmente, è rimasta nel cuore un’intensa “Amazing Grace”.

Voci soliste e impasti collettivi sono apparsi di ottimo livello, d’altronde, senza qualità, nella Grande Mela si resterebbe nelle retrovie. Un discorso che vale anche per gli strumentisti, i quali, durante la pausa e il cambio d’abito dei cantanti hanno dato sfogo alla propria sapienza tecnica con un brano di sapore a cavallo fra jazz-rock e fusion davvero pregevole.

pubblico concerto gospelIl numeroso pubblico che ha riempito platea, galleria e palchi del Teatro Centrale per l’ennesimo “tutto esaurito” di “Gospel Explosion” ha tributato grandi applausi ai sette sul palcoscenico, i quali hanno risposto omaggiando con un bis che non poteva non essere l’hit del reverendo Doddridge, quell’ “Oh Happy Day” il quale, in realtà, non sarebbe un canto natalizio, ma che in Italia fa tanto “merry Christmas” per via del fatto che, nel 1980, fu scelto, nella versione da Grammy degli Edwin Hawkins Singers, da un’agenzia pubblicitaria per reclamizzare lo spumante Asti Cinzano.

Giovanni Di Pasquale
foto di Gioia Di Pasquale

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