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Carbonia. Teatro. “Da questa parte del mare”, il pathos intenso e misurato di Giuseppe Cederna.

Spettacolo
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Una parola si impone, al termine della performance di Giuseppe Cederna in “Da questa parte del mare”: pathos. Vocabolo, come è noto, dalla molteplice connotazione: nel caso dello spettacolo andato in scena giovedì al Centrale, nel quadro della rassegna allestita dal Cedac con il contributo della amministrazione comunale, il pathos è lontano da eccessi di retorica, dalla denuncia “indignata”, dalla furia dionisiaca. Aderendo completamente allo stile di colui che ha ispirato il lavoro, il cantautore e scrittore Gianmaria Testa, la poesia di “Da questa parte del mare” è intensa e misurata, coinvolge con delicatezza, parla dei sentimenti e li espone con pudore. Del libro, edito da Einaudi, da cui sono stati tratti i testi per la narrazione di Cederna, si è parlato come di una “multibiografia” perché l’autore ha parlato di sé parlando degli altri. In principio, ha rivolto il suo interesse alla civiltà rurale del Piemonte – Testa era originario della provincia di Cuneo – ai luoghi e alle tradizioni in cui era cresciuto prima di diventare capostazione e poi cantautore. L’urgenza del presente ha tuttavia preso il sopravvento e il “terreno” della narrazione non è stato più la campagna ma il mare: riallacciando il filo con un precedente lavoro discografico – libro e cd hanno non a caso lo stesso titolo – quello probabilmente più celebrato dalla critica, che in Italia ha scoperto Testa quando era già amatissimo in Francia, le storie dell’infanzia e della giovinezza si intrecciano con quelle dei diseredati del mondo che attraversano il Mediterraneo fuggendo da una terra, da una casa diventata più pericolosa di qualsiasi altro pericolo, più di una traversata malsicura in un mare sconosciuto, come nei versi recitati da Cederna («Nessuno lascia la propria casa a meno che/ casa sua non sia la bocca di uno squalo») tratti dalla poesia “Home”della kenyana Warsan Shire. L’intreccio porta a trame inconsuete, come nell’incipit, nel quale l’incedere dei contadini che seminano il grano, quello immortalato nel “Quarto Stato” dal piemontese Giuseppe Pellizza da Volpedo all’alba del secolo delle rivoluzioni, viene accostato alla marcia delle «moltitudini contemporanee, anch’esse in cammino», mosse però dalla forza della disperazione.Da questa parte del mareLa narrazione teatrale, invece, comincia da Lampedusa, luogo simbolo in cui la gioia di chi riesce ad approdare e la tragedia di chi muore annegato sono le facce di una stessa medaglia. È fresco il ricordo di un altro spettacolo visto nello scorso gennaio, “Lampedusa” appunto, del britannico Anders Lustgarten, nel quale il racconto della realtà della “porta d’Europa”, affidato a Fabio Troiano, era crudo e spietato. Cederna non è meno realistico e accorato ma l’approccio è improntato alla condivisione e alla pietà, forse perché Testa non parla dell’immigrazione: parla dell’immigrato, della persona con cui è entrato in un rapporto fatto di empatia e umanità. Parla di Tinochika, fuggito da una guerra tribale: nel momento peggiore del viaggio per mare, quando pensa di essere vicino alla fine, lo sguardo di una ragazza gli riscalda il cuore e gli lascia un ricordo indelebile, anche se quella ragazza non la vedrà mai più. Parla di un prostituta intirizzita dal gelo dell’inverno, accolta in automobile una volta tanto per avere il conforto di un gesto di amicizia, passare la notte al caldo prima di prendere il treno e andare chissà dove. Ci sono i profughi siriani, nelle isole della Grecia delle vacanze di chi sta “da questa parte del mare”, con i quali dentro un traghetto ci si può mescolare fino al punto di finire per essere scambiati per uno di essi e subire il trattamento poco gentile della polizia ellenica che li tiene sotto ferreo controllo. C’è spazio anche per le memorie familiari, un matrimonio di campagna che termina con i canti popolari dell’immigrazione, perché la campagna piemontese è stata a lungo terra di emigrazione, prima che il benessere del secondo dopoguerra trasformasse radicalmente il Nord d’Italia.

Le vicende del presente e del passato sono osservate, insomma, con la consapevolezza che perdere l’umanità è perdere se stessi. Cederna, che di Testa era grande amico, ha assecondato questo assunto con una presenza scenica “delicata”, muovendosi fra i pochi oggetti della scena con leggerezza e misura, quasi a non voler spezzare l’incanto delle parole e con un tono e volume di voce controllati e costantemente tenuti sul registro medio. Sul palcoscenico, il regista Giorgio Gallione, altro amico del cantautore, e la scenografa Lorenza Gioberti hanno sistemato, oltre a una tenda che serve all’attore ad uscire di scena senza lasciare il palcoscenico a garanzia del ritmo, tre sedie, che assecondano i movimenti di Cederna, un cumulo di pietre bianche che si trasformano nelle lapidi degli ignoti martiri del mare, un piccolo invaso con dell’acqua che rappresenta il Mare Mediterraneo, dentro il quale un sasso è Lampedusa e una barchetta di carta una delle tante bagnarole che partono dalla Libia alla volta dell’Europa. Le luci soffuse, curate da Andrea Violato, hanno favorito il raccogliersi dell’attenzione e della concentrazione sull’unico protagonista in scena, che non ha tradito la fama e le attese del pubblico. Giuseppe Cederna ha lasciato gli spettatori, dopo essere stato applaudito con affetto dal come sempre folto pubblico, con un fuori programma che, ha rivelato, è riuscito ad imporre al regista, che non era dapprima convinto dell’opportunità della “coda”. Una breve poesia di Gianmaria Testa, tratta sempre da “Da questa parte del mare”, che ne rappresenta efficacemente gli assunti stilistici ed estetici. Il titolo, “La Bellezza esiste”: “Nel becco giallo-arancio di un merlo/ in un fiore qualunque/ nell’orizzonte perduto e lontano del mare/ la Bellezza esiste/ è un mistero svelato/ un segreto evidente/ la vita/ la Bellezza esiste/ e non ha paura di niente/ neanche di noi/ la gente”.

Giovanni Di Pasquale

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