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Carbonia. “Quasi Grazia”, applausi a Michela Murgia, una Deledda donna di ogni tempo

Spettacolo
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L’anno scorso con la fortunatissima proposta di “Macbettu”, premiato con l’Ubu nell’anno appena terminato, quest’anno con la Grazia Deledda di “Quasi Grazia”, dal “romanzo in forma di teatro” di Marcello Fois: queste ultime produzioni del Teatro di Sardegna sembrano quasi voler comunicare l’intento di costruire un linguaggio che, partendo dall’identità, sia capace di parlare ad una fruizione “extra-isolana nel senso più vasto. Se tale intento, nel primo degli esempi, pare aver raggiunto appieno gli obiettivi – “Macbettu” quest’anno varcherà l’Atlantico per raggiungere Bogotà, ma sarà anche al “Jean-Claude Carrièr” di Montpellier – non si dovrà essere dotati di particolari virtù divinatorie per vaticinare la medesima sorte per il lavoro andato in scena domenica al Teatro Centrale, esordio della rassegna allestita dal Cedac con il contributo dell’amministrazione comunale. Non solo perché i primi riscontri, anche oltre Tirreno, di pubblico e critica della trasposizione teatrale diretta da Veronica Cruciani sono stati positivi ma perché il personaggio Grazia Deledda, così come delineato da Fois nei tre quadri biografici e messo in scena dalla regista romana e dagli attori, ha i tratti di un’opera capace di parlare al pubblico delle più disparate platee, tutt’altro che costretta in una “sardità” autoreferenziale e autolimitante. D’altronde, non si può fare a meno di ricordare che le opere della scrittrice nuorese, così legate ai paesaggi geografici e umani della sua terra, hanno goduto di traduzioni in decine di lingue, ciò che le le fece meritare nel 1926 il premio Nobel per la letteratura, unica italiana ad aver ottenuto tale riconoscimento.

I quadri individuati da Fois e accolti da Cruciani nella sua mise en scène opportunamente senza pause, descrivono tre momenti cruciali della vita dell’artista: la mattina della partenza da Nuoro alla volta di Roma; le ore precedenti la cerimonia di consegna del Nobel, a Stoccolma; il momento in cui il tecnico radiologo è costretto a comunicare che il tumore che ha colpito Grazia non è più curabile.

Nel primo la tensione fra la scrittrice, ventinovenne e già sposata con Palmiro Madesani, funzionario pubblico e “continentale”, e la madre esplode con violenza. La famiglia non ha mai accettato le scelte della giovane, inconsuete per una donna di quel tempo, ancor più in una realtà certamente non più aperta che altrove come quella dell’entroterra isolano. Pregiudizi non solo familiari ma più in generale sociali, contro cui Grazia ha dovuto combattere fin dall’emergere della sua passione per la letteratura e alle quali il trasferimento nella capitale, dovuto ad impegni di lavoro del consorte, la potranno finalmente sottrarre. La madre non vuole, forse non può accettare questa realtà, che la figlia ha voluto portare all’estremo, seguendo la propria inclinazione senza compromessi cui i parenti e il mondo nuorese avrebbero voluto piegarla. In questa sua battaglia ha trovato nel marito un alleato tenace e affettuoso ma la durezza della madre è un vulnus che si riapre costantemente.

Lo si capisce nel quadro successivo, quando in una camera d’albergo della capitale della Svezia, la scrittrice e il marito preparano l’appuntamento con la storia, assegnatole – questa la motivazione – «per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi». Un evento che ha colto di sorpresa la critica e l’ambiente letterario nazionali, mai stati teneri nei confronti della Deledda, talvolta sconfinando nell’insultante disprezzo a livello personale, come nel caso di un particolarmente astioso Pirandello. Marito e moglie sono felici, d’altronde hanno combattuto proprio per quello ma in Grazia v’è un’ansia, un’inquietudine che vanno oltre l’emozione del momento e dunque quasi inspiegabili. Stremata dalla tensione si assopisce sul divano ed in sogno le appare la madre. La donna, più arcigna che mai, continua a mettere in discussione e seminare dubbi sulla vita e i successi della figlia: è la rappresentazione della ferita insanabile nell’animo di Grazia, quella del figlio che non ha ottenuto l’approvazione dei propri genitori. Nel corso di un’intervista con un frivolo giornalista locale emerge quasi plasticamente l’intransigenza di Grazia nel difendere le proprie prerogative di artista, di sarda e di donna: nella scena, davvero, l’autore ha saputo raffigurare, grazie anche agli interpreti, la battaglia di una vita intera.

Il finale si apre con il Madesani che, stravolto in attesa del responso medico, non si capacita della “oggettività” delle storie narrate dalla moglie, implacabilmente indirizzate verso l’ineluttabilità del destino dei personaggi, senza giustizia, senza nessuna consolazione: quasi una metafora della sentenza senza appello che attende l’amata consorte. Di fronte alla quale l’uomo non mostra di volersi rassegnare, neppure dopo avere ascoltato le parole del medico che non lasciano scampo. L’atteggiamento di Grazia è differente: la sua preoccupazione è arrivare all’ultima ora avendo portato a termine quante più iniziative possibili, compreso l’ultimo romanzo autobiografico – “Cosima, quasi Grazia”, pubblicato successivamente con il titolo “cosima” – che non sarà tuttavia ultimato. Ancora una volta emerge il grande carattere della donna, la sua determinazione e, forse, finalmente, la serenità sopraggiunta dopo le lacerazioni e le lotte affinché i suoi meriti e le sue prerogative fossero riconosciute e rispettate.

Come si accennava sopra, se un merito va riconosciuto al lavoro di regia è, senza aver rinunciato all’elemento identitario, aver parlanto una lingua teatrale aperta alla comprensione universale. La vita di Grazia Deledda non è più quella di una donna che, nella Sardegna a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, decide di spezzare le catene della consuetudine, dei ruoli prestabiliti, dell’oppressivo condizionamento socio-culturale, del conformismo: è piuttosto quella delle donne di tutti i tempi, anche di questi nostri tempi in cui la consuetudine, i ruoli, i condizionamenti, il conformismo in forme diverse e più subdole continuano a pesare sulle vite delle nostre madri, sorelle, amiche e compagne.

In questo la figura scenica di Michela Murgia ha avuto il suo ruolo. Se è vero che Fois, mentre scriveva “Quasi Grazia”, non pensava ad altra che alla sua collega per il ruolo della collega più illustre, c’è di che fargli i complimenti per l’intuito. Si è trattato davvero di una scommessa: lei però, nonostante abbia già chiarito che si tratterà di un unicum, ha veramente messo tutta sé stessa per superare gli ostacoli che un principiante si trova davanti alla prima (e che prima!) esperienza. Ciò che più è venuto alla luce, nella prova “non attoriale” di Murgia, è stata la credibilità appassionata della sua voce, alla quale la regia si è quasi totalmente e fortunatamente affidata, consegnando agli altri protagonisti i movimenti sulle tavole del palcoscenico: ciò ha reso la presenza di “Kelledda” ancora più forte, quasi austera.

La palma della più brava, tuttavia, e non poteva essere altrimenti, va alla grande Lia Careddu, che vestito i panni della madre. Un’archetipica “mamma” sarda, interprete fino all’ultimo di quel matriarcato su cui si è retta per secoli la società barbaricina, nei cui valori e solo in quelli crede e fa affidamento e vede in tutto ciò che ne turba l’ordine sempiterno una minaccia portatrice di sventura. L’attrice ne ha reso queste caratteristiche alla perfezione, con una recitazione dal ritmo implacabile e un’inflessione orgogliosa di tanto in tanto screziata di rassegnato fatalismo.

Pregevole anche la prova di Valentino Mannias, eclettico fino ad avvicinarsi al trasformismo. Ha interpretato, nei tre quadri, tre personaggi decisamente diversi: Andrea, debosciato fratello di Grazia, che si presenta in casa all’alba, il giorno della partenza della sorella, dopo una notte di bagordi; Ragnar, giornalista svedese che vorrebbe fare il “brillante intervistatore” ma finisce freddato dalle risposte al vetriolo della vincitrice del Nobel; Stanislao, tecnico radiologo che porta il peso di dover trovare le parole giuste per comunicare la notizia più terribile. In ogni caso il suo apporto è stato misurato e pertinente al ruolo della parte sulla scena.

È piaciuto anche il Palmiro Madesani di Marco Brinzi. Un ruolo difficile, il suo: perché il marito di Grazia Deledda ebbe un ruolo importante, nella carriera e nella vita della scrittrice ma stando sempre, ovviamente, un passo indietro e occupando per certi versi funzioni di agente-manager. Ciò gli fruttò alla coppia i sarcasmi del mondo letterario e culturale romano e nazionale, non aduso a rapporti di coppia così poco conformisti. Brinzi ha posto nella sua recitazione elegante e rispondente alle caratteristiche del personaggio, una vena di affettuosa intensità che si è trovata davvero appropriata ed anzi capace di ispessirne i caratteri.

La scenografia scarna di Barbara Bessi, fatta di pochi mobili e suppellettili, ha previsto una quinta di sfondo composta di tre pannelli semoventi sulla linea verticale, dai cui spazi che venivano a crearsi, durante i cambi di scena, sortivano figure emblematiche: entità o spettri del mondo ancestrale sardo – una figura femminile con la maschera androgina del “componidori” della Sartiglia; una donna velata di nero, come una vedova o forse la morte stessa, maschere zoomorfe e un mimo-cinghiale (bravissimo!) – che, nel dare movimento alla scena, hanno riportato alla memoria quel mondo misterioso e magico che è parte integrante delle narrazioni di un’artista che, nella sua strenua ricerca di parole per l’intera umanità, lo ha fatto sempre e orgogliosamente da donna della sua terra.

Giovanni Di Pasquale

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