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Carbonia. Benni-Campus, perfomance di qualità ma il fil rouge dov’è?

Spettacolo
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Alla fine è rimasto il dubbio: ma “Italia vs England” che c’entrava, con lo spettacolo di Stefano Benni e Milena Campus in scena sabato scorso nell’anfiteatro di Monte Sirai? Una performance di qualità, intendiamoci, ma non poteva andare diversamente. Benni è troppo esperto e ferrato in questo tipo di spettacoli, il reading con musica, e pure Filomena Campus, jazz singer di Macomer da anni di casa a Londra che non disdegna produzioni che si incrociano con l’espressività teatrale: tra l’altro, lo spettacolo, organizzato dall’Associazione Enti Locali per lo Spettacolo con il contributo dell’amministrazione comunale, nell’ambito di “Notti a Monte Sirai”, era rodato da altre precedenti esibizioni. E dunque sui singoli pezzi, presi ciascuno per sé, niente da dire – a parte qualche incertezza fra i due protagonisti in scena – ma, quanto al fil rouge di cui al titolo, è risultato francamente evanescente. Promettente l’approccio iniziale, con un “God Save the Queen” decisamente rivisitato e trasformato in ironico inno a una sorta di “inglesità” da prendere tutta intera, nel bene e nel male. «Ora un giovane autore, che farà tanta strada: William Shakespeare», così lo scrittore ha introdotto la lettura di uno dei passi più celebri del Bardo di Statford on Avon, il monologo di Mercuzio nel primo atto di “Romeo and Juliet”, nel quale si parla di Mab, regina delle Fate. Ne è seguita una ballad ispirata dal tema della lettura, interpretata con passione dalla cantante e atta a mettere in mostra le doti dei musicisti – il pianista e compositore Steve Lodder, davvero rimarchevole; Dudley Phillips al contrabbasso e al basso elettrico; il drummer Rod Youngs. Dal teatro elisabettiano al palcoscenico contemporaneo, con una poesia di Benni dedicata a Franca Rame, scritta per il suo sessantesimo compleanno: «Tanti anni fa/ Vidi in un circo una bambina/ Piccola acrobata, in cima/ A una piramide di uomini […] Anni dopo l’ho vista/ Con qualche ombra triste/ Sul volto./ Era caduta/ Spesso, si era ferita./ Ora è una grande stella/Vive in un carrozzone/D’oro e di broccato/Ha sposato il re dei clown […]». Filomena Campus ha fatto seguire il suo pezzo migliore, su un tempo medio assai swingante dove ha messo in mostra uno scat agile e nitido. Fin qui, un filo tenue aveva tenuto attaccata l’esibizione al tema del titolo: la “Ninna Nanna del Sinis” scritta da Benni, da parecchio tempo frequentatore del litorale della costa oristanese, ne ha segnato l’allontanamento definitivo. Una composizione che si trova pubblicata nel volume “Ballate”, pubblicato nel 1993, scritta in sardo («Con l’aiuto di un amico», ha confessato l’autore), dal testo dai contenuti ambientalisti, che ha ispirato a Filomena Campus e al Steve Lodder un brano gustoso e angoloso, puntualmente proposto dopo la lettura dei versi, dalla melodia ricca di chiaroscuri e con un altro bell’assolo del pianista. Per finire, prima del bis, è arrivata “One Hand Jack”, la leggenda del contrabbassista con un braccio solo, una di quelle fiabe classiche del repertorio di Benni, con quel suo linguaggio immaginifico, surreale, ricco di sorprese lessicali, in cui non mancano più o meno diretti riferimenti alla cronaca. Una lettura a due voci, con Filomena Campus, con la contraffazione della voce tramite un filtro che ha eliminato tutti gli alti e ha reso l’emissione estremamente cavernosa, a fare la parte di quel Dio o chi per lui che scende sulla terra a regalare un contrabbasso al povero Jack, nato con un braccio solo e insegnargli che non ha bisogno del braccio che gli manca per diventare il re delle quattro corde, basta che ci creda. Qui si è stati finalmente – sebbene “fuori tema” – dentro il clima del reading con musica, con la band a creare atmosfere e suggestioni, punteggiare anche con onomatopee la declamazione, a riempire le pause e le prese di fiato del lettore. Avremmo potuto godere di un secondo momento di tal fatta ma, purtroppo, chiamato a scegliere, per il bis, fra un pezzo del recital “Misterioso” che Benni – con musiche del pianista Umberto Petrin – ha dedicato a Thelonious Monk e che Campus ha ripreso per portarlo in giro per la Gran Bretagna, e l’ennesima versione di “Non Potho Reposare” (la quale, con tutto il rispetto che merita, ci sta venendo un poco in uggia), il pubblico ha invocato a gran voce la poesia di Salvatore Sini, in verità arrangiata con un’armonia straniante di un certo fascino da Lodder. Occasione perduta ma va bene così: la maggioranza vince.

Giovanni Di Pasquale

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