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Carbonia. “Quartet”, sul palcoscenico del Centrale il crepuscolo agrodolce della vita di chi ha vissuto sotto i riflettori

Spettacolo
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In un lavoro discografico di quasi vent’anni fa, l’attore e, per l’occasione, cantante-raconteur Fabrizio Bentivoglio tratteggiava la disavventura di un immaginario cantante d’opera, il «tenore Oliviero Zagolin», finito ko in camerino prima di un’esibizione per avere aspirato fumi cannabinoidi: «Perché la droga gira – cantava il protagonista di “Un eroe borghese” – non solo dentro al rock/ ma anche nella lirica/ si fanno certe canne che levati». Un gustoso bozzetto («E adesso vaglielo a spiegare/ alla signora Zagolin/ che suo marito è in camerino/ fuori come San Marin») che immagina un mondo parallelo e “freak” in nell’ambiente tutto frac e abiti lunghi dell’opera.

Di questo quasi dimenticato cd e di quella traccia intitolata, per l’appunto, “Zagolin” ci è tornata la memoria assistendo a “Quartet”, pièce andata in scena al Teatro Centrale sabato scorso nell’ambito della rassegna firmata dal Cedac e patrocinata dall’amministrazione comunale. Una commedia agrodolce del celebre commediografo e sceneggiatore premiato dall’Academy Award nel 2003, Ronald Harwood, portato al cinema qualche anno fa da Dustin Hoffman, che proprio nel mondo della lirica era ambientato. Anche in questo caso, la realtà rivela un mondo affollato di personaggi piuttosto bizzarri e stravaganti, anche se la porzione di quello scintillante universo messo in scena in questa trama è piuttosto in disarmo: i personaggi sono infatti decisamente ex cantanti, da qualche tempo ritiratisi in una casa di riposo che ospita chi ha dovuto per motivi anagrafici appendere al chiodo quell’ugola un tempo d’argento massiccio.

In prima battuta i personaggi sono tre: Rudy, tenore; Cecilia, detta Cecy, mezzosoprano; Titta, baritono. Il primo – impersonato da Giuseppe Pambieri – cerca di conservare il proprio equilibrio psichico coltivando letture e studi sull’estetica dell’arte e della musica; la seconda – personaggio affidato a Paola Quattrini – piuttosto svaporata, si diletta all’ascolto di una vecchia incisione, appena ripubblicata in compact disc, in cui i tre facevano il Duca di Mantova, Gilda e Rigoletto nell’immortale opera di Verdi; il terzo – di cui ha vestito i panni Cochi Ponzoni – il più sfrenato del gruppo, oltre a maledire ad ogni piè sospinto i medici, si lascia andare ad a dir poco salaci commenti sulle qualità fisiche della collega e ad immaginare focosi e improbabili amplessi con la stessa, la quale non può ascoltarli perché ha i timpani protetti dagli auricolari. La prima metà del primo atto passa attraverso la schermaglia fra i tre caratteri e la descrizione dell’ambiente della casa di riposo e dei suoi ospiti, con le bizzarrie, le idiosincrasie per la direttrice, soprannominata “il Führer”, i ricordi del glorioso passato. Fra gli argomenti di discussione l’imminente ricorrenza del 10 ottobre, data di nascita del Cigno di Busseto, quando l’ospizio delle vecchie glorie del bel canto si animerà, come sempre, con un gala in cui le corde vocali degli ospiti torneranno a vibrare con gli esiti che possono immaginarsi. La quiete delle stanze e dei giardini del “retiro” forse non proprio “buen” si increspa con la notizia dell’arrivo di una nuova ex cantante: il destino vuole che sia Giulia – personaggio affidato a Erica Blanc – ex moglie di Rudy e già soprano e stella del firmamento della lirica mondiale, la quale tra le altre cose era la Gilda del “Rigoletto” del cd di cui sopra. L’ingresso della donna, decisamente mal in arnese – cammina con il bastone – destabilizza la compagnia: l’ex marito non ne sopporta la vista e l’armonia del trio rischia inevitabilmente di essere compromessa. Oltretutto Giulia si comporta esattamente come un bizzosa, capricciosa, sdegnosa primadonna e mal sopporta l’idea di essere costretta a confinarsi in una casa di riposo, ancorché in compagnia di ex come lei, perché ciò le è stato consentito solamente in virtù di una sussidio pubblico. Come d’altronde Titta e Cecy: l’unico che, infatti, si sostenta con le proprie risorse finanziarie è Rudy, l’unico ad aver fatto la formichina nei tempi della fortuna e del successo. C’è però chi ha un’idea per rinsaldare l’antico sodalizio artistico. Il “gala” del 10 ottobre potrebbe essere, perché no?, l’occasione per rispolverare la “pièce de résistence” di quell’antico “Rigoletto”: il quartetto della III scena del III atto, quello che comincia con “Bella figlia dell’amor”, il cuore del dramma che Verdi via Piave trasse da “Le roi s’amuse” di Victor Hugo, una delle pagine più grandi della musica all’umanità nota.

Giulia è irremovibile: neanche per sogno. Da trent’anni non canta più e non ha alcuna intenzione di farsi mettere alla berlina da un pubblico costituito da ex cantanti che, nella loro carriera, non hanno saputo nemmeno da lungi accostarsi alle sue sommità. Così, all’inizio del secondo atto Titta propone di ripiegare sul trio del “Barbiere di Siviglia” dove potrà interpretare per l’ennesima e non proprio gradita volta il ruolo di Figaro, mentre Rudy e Cecy saranno rispettivamente il Conte di Almaviva e Rosina. Non sarà così.

È il momento in cui l’intreccio di Harwood si sbroglia insieme alla memoria dei personaggi. Proprio da questo ripercorrere e riscoprire gli episodi di vite piene di luci del palcoscenico e di ombre della vita quotidiana, i cuori, soprattutto quello di Giulia, si sciolgono e riprendono a palpitare in nome di una grande passione, quella per la musica, che per tutti loro è stata la ragione dell’esistenza, dei sacrifici, delle rinunce, perfino delle umiliazioni. Ognuno dei personaggi ha un groviglio da dipanare: è il momento di parlare, di parlarsi, di sfatare pose e posizioni, di mettersi a nudo. Il Quartetto del “Rigoletto” si farà e Rudy e Giulia, che ancora si amano, torneranno a provare ad amarsi anche stando insieme nella stanza di una casa di riposo.

Della performance dei quattro attori si potrebbe dire poco o niente: al pubblico sono così familiari per le tante volte che si sono visti anche da queste parti che non si dovrebbe spendere una parola di più. Nell’avere il privilegio di osservarli divertirsi in un testo che ondeggia fra il brillante e il malinconico si saggia la forza dell’identificazione nel personaggio, a tal punto da farne persona: la radice dell’emozione è in certi dettagli che il teatro, nella sua presa diretta, esalta alla massima potenza.

Il testo, anche in virtù di una pertinente direzione di Patrick Rossi Gastaldi, è andato addensandosi lungo le due ore circa della durata dello spettacolo, raggiungendo un climax simpatetico nell’ultimo quarto per nulla diluito dall’happy end. “Quartet” si è rivelato così un bell’affresco sul crepuscolo della vita di chi ha vissuto sotto i riflettori della fama, sulla fatica del declino e sulla forza della voglia di stare al mondo. Ma anche sul tramonto delle vite di tutti gli uomini di questa terra, sui chiaroscuri dell’occaso che disvelano le radici, i significati, i supposti e le verità di chi ha tanto camminato e si siede a riposare.

Giovanni Di Pasquale

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