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Carbonia. A Monte Sirai le belle prove di “Significar mangiando” e “Fimminesca”, e stasera c’è il Gala di Michele Placido

Spettacolo
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Un timbro del benessere che, ad onta dei profeti del malessere, è segno dei tempi presenti è, senza dubbio, il gran parlare di cibo che tocca subire con gli occhi e le orecchie. Perfino chi, come chi scrive, nutre (mai verbo fu più idoneo) interesse per la materia cucinereccia, ha dall’assedio in corso un montante senso di nausea che è più dagli uomini – i “scèf” – che dai loro non sempre congrui, per il gusto personale, s’intende, prodotti. La gran parte dei protagonisti dello sconsiderato teatrino televisivo, quando non è insopportabilmente antipatica, è di grana guittesca, tanto che più volte è venuta l’idea, tale rimasta, di partecipare a uno dei vari “contest” per poter depositare la pietanza, respinta con maleducato sdegno dal “scèf”, sulla capoccia del medesimo, e arrivederci.

Edoardo e Silvia SiravoPerò c’è modo e modo, di parlar di cibo e quello che Edoardo e Silvia Siravo, papà e figliola, hanno proposto venerdì scorso, 26 luglio, in “Significar mangiando”, prima delle quattro “Notti a Monte Sirai”, non ha davvero niente a che vedere con la marea dei master-eccetera. Gusto, sapore, scelta degli ingredienti, cottura delle pietanze letterarie hanno avuto il grado massimo della capacità di una cucina teatrale che ha decisamente ingolosito il pubblico dell’anfiteatro posto sull’altura che guarda la città da occidente. Risvegliati i palati degli spettatori con i racconti in prosa e in versi di grandi autori del passato, ci ha pensato Maxwell Frongia, capocuoco del ristorante Tanit che, a due passi dall’emiciclo, da decenni asseconda l’appetito di innumeri commensali, a sopire con ricette della tradizione regionale, preparate e servite durante e dopo lo spettacolo, i languori risvegliati dalla narrazione.

Accompagnati dal pianoforte di Manuel Rossi Cabitza e dai passi di danza di Leonarda Catta, i Siravo hanno porto un excursus che ha attraversato i secoli della letteratura, partendo dalla prima più famosa opera culinaria, quel “De re coquinaria libri decem” di Marco Gavio Apicio, considerato il primo compilatore di un ricettario: vissuto a cavallo dell’era pre- e post-cristiana, ha tramandato il gusto della classe agiata della Roma imperiale. Quel che vi si legge è, per ovvi motivi, quanto di più lontano possa esistere dalle preferenze contemporanee, così hanno ben spiegato con estremo realismo i due narratori. A partire dal famigerato “garum”, una salsa di pesce e interiora di pesce fermentate al sole, roba che oggi dovrebbe essere smaltita come rifiuto speciale. Ha trovato largo spazio la descrizione del cosiddetto “ventriglio di porco”, accostato, ma non per analogia, alla “frisciura” della cucina sarda che Frongia preparava su una cucina sistemata sul palco. La differenza è stata ben chiara: la ricetta regionale è una delle tante speciali varianti di coratella, viceversa il “venter porcinus” è una farcitura dello stomaco del maiale: «Ventrem porcinum bene exinanies, aceto et sale, postea aqua lavas, et sic hanc impensam imples: pulpam porcinam tunsam tritam, ita ut enerviata commisceas cerebella tria et ova cruda […]», e poi spezie di ogni genere, per un ripieno che fa giustizia per sempre del palato dei ricchi e riccastri dell’antica Roma. Né più fortuna avrebbero oggi le “tettine di scrofa” insaporite – si fa per dire – dei più improbabili condimenti, non ultimo l’onnipresente e putibondo “garum”.

Non meglio andava nel Medioevo. A parte le abitudini igieniche nello stare a tavola, di cui è giunta fino ad oggi la somma precarietà, è emersa, dal gustoso, quello sì, racconto della coppia narrante, la pesantezza dei preparati in voga presso il ceto dominante: come il cigno arrosto farcito, che oggi non troverebbe asilo neppure nei più estremisti clan anti-vegani.

Insomma, l’antichità, fra schifezze e bombe indigeste non l’ha passata liscia. E dire che, all’esordio, Silvia ha ricordato l’educazione alimentare impartitale da papà Edoardo, romano di origine molisana, con tutto quel che l’incontro regionale possa comportare: «Magna!», questo il Leitmotiv risuonato durante l’infanzia e l’adolescenza, e pure chi scrive si è riconosciuto nel metodo, quantunque a conti fatti non effettivamente fortunato. Ma il “magna!” d’oggi, riconoscerà la prole nostrana presente e divertita, non invitava agli improbabili convivi dei tempi andati. Insomma, care figliole: quanto v’è andata bene.

Più semplici i gusti dei filosofi: Platone, pure autore del celebre “Sympòsion”, amava fichi secchi e olive; Epicuro, decisamente poco epicureo, il formaggio fuso; Diogene, coerentemente frugale, oltre che dell’uomo andava alla ricerca della frutta fresca; Kant, nato sulle rive del Baltico, non poteva che adorare il baccalà e Nietzsche, tedesco fino all’osso, le salsicce: “buono da mangiare, buono da pensare”, la massima coniata da Claude Lévi-Strauss e il pensiero va a quella sua raccolta di scritti uscita qualche anno fa, intitolata “Siamo tutti cannibali”.

La parte più interessante dello spettacolo è stata tuttavia quella dedicata al rapporto fra alimentazione e letteratura, ricca di spunti di ironica riflessione per i due performer e gli spettatori, fra i quali si è creata immediatamente una forte empatia.

Siravo padre ha preso l’abbrivio dal sensuale Neruda, il quale ha nel suo catalogo una serie di odi ai prodotti della terra, una delle quali, “Ode al pomodoro” è stata prescelta da un’azienda di preparati in barattolo e sotto vetro come colonna sonora dello spot pubblicitario. Edoardo ha declamato invece la “Ode alla mela”: «Sei sempre/ nuova come niente altro/ sempre/ appena caduta/ dal Paradiso», dando così il tempo a Silvia, a proposito di mele e di Paradiso, di uscire di scena e ritornarvi in verdeggiante bikini, nei panni di una Eva appena liberatasi dell’innocenza e alle prese con un’arringa difensiva delle donne e di se medesima. L’attore ha proseguito con “I limoni” di Montale, da “Ossi di seppia” – «Qui delle divertite passioni/ per miracolo tace la guerra/ qui tocca anche a noi poveri la nostra/ parte di ricchezza/ ed è l’odore dei limoni.» – passando poi ad uno dei più grandi successi mondiali della letteratura italiana, “Il Gattopardo”, di cui, con voluttà da goloso, ha letto il passo in cui Tomasi di Lampedusa descrive i sontuosi timballi di maccheroni («babelici pasticci») serviti a Donnafugata che, a chi scrive, ha fatto nostalgicamente venire in mente quello, certo più umile ma non meno gustoso, che la nonna paterna per anni e anni preparò per il pranzo della domenica.

Dopo l’excursus con Maxwell Frongia su alcune peculiarità della cucina locale, è arrivato uno dei momenti più felici del reading dialogico dei Siravo: la lettura di “Seppie con piselli” di Achille Campanile, da “Manuale di conversazione”, passo nel quale colui che è uno dei massimi umoristi della letteratura nazionale, manifesta tutto il suo stupore per i più bizzarri ancorché felici incontri della tavola. Prosciutto e melone, prosciutto e fichi, pere e formaggio ma, soprattutto, seppie con piselli, per i quali ultimi discetta con meraviglia ai confini con il non sense del misterioso riuscire dell’accoppiata fra ingredienti lontani per habitat e condizione biologica che, purtuttavia, «nel tegame, sfrigolando», trovano una seconda vita uniti per sempre.

Il Vate, pescarese di nascita, è riuscito a parlare di cibo pur senza sporcarsi le mani: la lettura di Edorado della “frittata angelica”, di 33 uova composta e rapita da un essere celeste all’atto della rigirata ha fatto scoprire un D’Annunzio dallo spirito conviviale. Mentre, alla voce “cibo & psicologia”, argomento che, da solo, tra bulimie e anoressie e tutto quanto vi sta nel mezzo, potrebbe coprire un intero spettacolo a sé, Silvia ha proposto uno “Stufato nevrotico”, «agonia di scelte seguite da improvvisi ripensamenti e tentativi di bloccare ciò che è già in stato di cottura avanzata».

Spazio infine al capitolo “cibo & musica” perché, ha detto il Siravo, «la ricetta è la cosa che più assomiglia a uno spartito musicale» e, ha aggiunto la Siravo, «si usa il termine eseguire sia per le ricette che per gli spartiti». È tornato utile, ovviamente, il Pesarese, tanto appassionato dei piaceri del palato da paragonare «le crescenze lombarde» alle «composizioni dei campani Paisiello e Cimarosa» e definire il tartufo «il Mozart dei funghi». D’altronde, fu autore di ricette come un filetto chiamato “tournedos alla Rossini” che è un piatto della cucina internazionale: «L’amore sta al cuore come l’appetito allo stomaco» è una delle sue massime sul rapporto fra uomo e cibo.

Una performance di appetitosa simpatia, quella della coppia familiare, improntata a una gustosa ironia, a un sapido non prendersi troppo sul serio: più terragno Edoardo, con quella sua voce tanto apprezzata per i più svariati doppiaggi, più da basso che da baritono, della grana di una fregola grossa, quella fregola di cui ha giurato di portare nella penisola ampia fornitura. Nel gioco dei contrasti, Silvia ha messo in campo una raffinatezza per nulla eterea, pur sempre concreta ma alla ricerca continua della leggerezza di contrappeso. E, a proposito di leggerezza, non poteva mancare, per avviarsi alla conclusione, un brano del massimo teorico della leggerezza medesima, Italo Calvino, di cui è stato proposto un brano da “Palomar”, personaggio tutto incentrato sullo scontro con il mondo esterno. Il brano proposto vede il signor Palomar esitante in una ricca rivendita di formaggi – il latte e il formaggio sono il fil rouge dell’edizione 2019 di “Notti a Monte Sirai” – spinto da una parte a voler ricomprendere nella sua scelta il tutto o il particolare di cui, tuttavia, ignora l’esistenza, non sapendo in effetti quale potrebbe essere l’assoluto del suo gusto, finendo per perdersi nell’indeterminatezza e nella scelta dell’ovvio.

La chiusa è stata affidata alla lode della seada e del miele, con la lettura, tra le altre, di uno dei passi biblici più carnali, il Cantico dei Cantici, «c’è miele e latte, sotto la tua lingua».

FimminescaDue giorni dopo è stata la volta del quartetto di donne per “Fimminesca”, uno spettacolo in larga parte musicale incentrato sulla tradizione del nostro Mezzogiorno, con proposta di brani popolari del repertorio folklorico e composizioni originali di struttura e temperie da quel repertorio ispirati. I ritmi erano quelli tornati in gran voga in virtù del clamoroso successo di una manifestazione come “La notte della taranta” che, da anni, va in scena d’estate a Melpignano, nel Salento: tarantella, serenata, pizzica e tammurriata, riscoperti dall’Italia del dopo-boom e ormai invasa dalle musiche d’Oltre Manica e d’Oltre Oceano, con l’emergere nel corso degli anni Settanta di esperienze assai significative, su tutte la campana Nuova Compagnia di Canto Popolare e il Canzoniere del Lazio, che diedero la stura ad un ritorno della tradizione folk ripresa perfino in trasmissioni nazional-popolari come Canzonissima. Un movimento artistico e culturale che, nelle sue espressioni migliori e più lontane dalle mire del mercato musicale, trovò ampia messe di materiali, manco a dirlo, nelle ricerche effettuate dai grandi maestri dell’etnomusicologia, su tutti Ernesto De Martino, Diego Carpitella, Roberto Leydi e lo statunitense Alan Lomax – lo studioso che portò Jelly Roll Morton in sala di registrazione per le preziosissime incisioni di musica e racconti del grande maestro del jazz classico, oggi conservate nella Biblioteca del Congresso a Washington e che, successivamente, negli anni Cinquanta, girò il Sud d’Italia in lungo e in largo a conservare sui supporti allora esistenti un mondo musicale che già rischiava di andare perduto.

La formazione ha visto una front line di forte impatto sonoro, tecnico e visivo. Da una parte il duo Assurd 2.0, ovvero Cristina Vetrone, voce, organetto, percussioni ed efficace affabulatrice di storie, storia e episodi di vita e di vite alla maniera del “gran teatro del mundo” di Napoli e dintorni, e Lorella Monti, voce, nacchere, percussioni, presenza paradigmatica di un certo modo “popolare” di cantare e stare sul palco d’impronta partenopea. Ad esse si sono aggiunte Enza Alessandra Prestia, che di Assurd fece parte all’inizio dell’avventura, voce potente e dalle venature di un bronzo quasi afroamericano, nonché specialista sopraffina dei tamburi a cornice e sonagli, e Enza Pagliara, voce, nacchere e tamburo, che ha portato nel combo il peperoncino del Tacco d’Italia e di una tradizione che piace sempre di più.

Il repertorio, come detto, ha attraversato i diversi generi e, se possiamo qui esprimere una preferenza, ci sono piaciuti molto i brani originali. Vogliamo al proposito citare una struggente serenata scritta, suonata e cantata da Vetrone con quella sua voce di cartavetra, che sembra perdere ma non perde mai l’ultimo fiato, «cantante afona» si è schermita, ma non sempre l’impressionismo vince sull’espressionismo, anzi, per quanto ci riguarda, non vince quasi mai. Si vuole infine segnalare una versione di “Tammurriata nera”, gran pezzo rilanciato nei Settanta dalla sopraccitata Nuova Compagnia, racconto di sulfureo sarcasmo del dramma dei figli di pelle scura nati dall’amore o dal desiderio sbocciati fra militari americani di origine africana e ragazze – talvolta già sposate o promesse spose – di una Napoli occupata dagli Alleati: «Séh! na guardata, séh …/ Séh! na ’mpressione, séh …/ Va’ truvanno mo chi è stato/ chi ha cugliuto buono ’o tiro:/ chillo, ’o fatto, è niro, niro/ niro, niro comm’a che! …». Brave le quattro “Euridici”, così le ha presentate il direttore artistico Orlando Forioso, a non ripercorrere il terreno della NCCP e proporre un lavoro di interessante varietà ritmica, in cui la melodia immutabile ha preso nuovo fuoco da contrazioni e accelerazioni di interessante efficacia espressiva.

Grande il successo fra il pubblico presente che, come a voler replicare una “Notte” in sedicesimo, non ha disdegnato più di una volta di scendere dai gradoni dell’anfiteatro e improvvisare danze sfrenate di fronte alle quattro dietro i microfoni.

Questa sera e domenica, le ultime due serate di questa edizione di “Notti a Monte Sirai”. Oggi l’attesa Serata di Gala di Michele Placido, un reading di pezzi forti della letteratura e del teatro nazionali, con un apporto musicale indirizzato verso il repertorio della canzone classica napoletana, in virtù della presenza di Gianluigi Esposito, voce e chitarra, e Antonio Saturno, voce e mandolino. Dopodomani, “Orfeo Sardo”, produzione originale della rassegna, diretto da Forioso e musicato da Gavino Murgia.

A partire dalle 19.30, invece, nell’area degli scavi archeologici di Monte Sirai, “Da Orfeo a Euridice: cucina paesana!”, con gli attori della compagnia di Carbonia “La Clessidra Teatro” diretti dalla regista Anna Pina Buttiglieri.

Dalle 20.30, infine, nel punto ristoro, presentazione scientifica e letteraria dello sviluppo e la diffusione del latte e del formaggio dall’antichità ad oggi, dai nuragici ai fenici, con degustazione di formaggi di eccellenza della Sardegna.

Giovanni Di Pasquale

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