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Diversità vs Normalità

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Qualche giorno fa tra i vari post di un social, mi imbatto in un articolo di un noto quotidiano isolano e, dato l’argomento molto vicino alla mia professione, leggo.  Si parla di un piccolo alunno di circa sette anni che “ha mandato una sua maestra all’ospedale”.
Chi scrive è certamente qualcuno poco avvezzo rispetto a disturbi di tipo neuropsichiatrico che investono oggigiorno molti scolari. Mi sono sentita infastidita dal taglio e dalla terminologia utilizzati dallo scrittore. Articolo infarcito di termini offensivi e buonisti. Non ho nemmeno afferrato la motivazione vera dello scritto. Precisamente, cosa voleva denunciare? La scarsità della scuola nell’affrontare certi disturbi o problematiche? Il disagio che in alcuni crea il confronto con una “norma” diversa dalla propria? Il dolore per l’infortunio dell’insegnante?
Fin dal principio si parla dei problemi causati dal bimbo. Un piccolo che “improvvisamente” “affonda le unghie e i denti nella carne, tira pugni, schiaffi e calci a casaccio con sorprendente forza”, diventa “una furia incontrollabile” perché “il cervello non connette”. In una situazione tale, il bimbo, “ovviamente incolpevole” non lo si può contenere perché ciò “equivale a soccombere”. Purtroppo tutto questo avviene in una “scuola modello con voti superiori alla media” addirittura “nazionale” e con maestre di “grande esperienza”. Quella finita all’ospedale ha addirittura 54 anni. Il giornalista prosegue scrivendo che “tutti hanno provato a bloccare il bambino, facendo di tutto per non provocargli dolore” e prosegue dicendo che si tratta di “un bambino sfortunato, perché i medici non trovano una terapia” per questo “giovanissimo essere umano” perché è importante che “non rimanga isolato”.
Quanti stereotipi, luoghi comuni, pregiudizi si leggono dentro quelle righe? Quanto dolore ha causato l’articolo ai genitori dello scolaro che, ogni giorno vivono col loro bambino, affrontano persone insensibili che vedono solo “il problema” e non il bambino? Ci ha mai pensato il giornalista a quanto possa essere stato umiliante per loro leggere della “furia incontrollabile” che amano, rispettano e chiamano con un nome che lo identifica? Immedesimandomi, da madre, da educatrice e da essere umano, mi sento umiliata. Ancora oggi abbiamo bisogno di espellere il “problema” per poter vivere la nostra “normalità”. Continuiamo a vedere i comportamenti disturbo e non la Persona che con questi convive tutti i giorni, tutto il giorno e che è la sola “normalità” che gli è dato conoscere. La “scuola modello” caro giornalista, non è quella che ha “voti superiori alla media nazionale”, ma è quella “inclusiva”, quella che ha personale qualificato capace di “tenere” un bambino e non “contenere”. Una scuola che sa decifrare i segnali che portano a una crisi. Che non permette che questa si scateni. La maestra di “grande esperienza” non è quella con gli anni più numerosi di militanza, ma è quella formata, che si aggiorna, che conosce tutti i diversi disturbi della fascia d’età che segue.
Mi permetto di suggerire al giornalista che sottolinea l’importanza di non tenere il bambino isolato di incontrare i bambini, tutti. Soprattutto coloro che “improvvisamente” sorridono, abbracciano, amano e chiedono di essere “compresi”.
Claudia Serra

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