A una settimana dal voto referendario, il sondaggio pubblicato oggi dal Corriere della Sera certifica il consolidamento del tripolarismo. Il Movimento 5 Stelle è in leggero vantaggio sul PD il quale, a sua volta è prevale di qualche decimale su un ipotetico centrodestra unito. Questo significa che, in caso di approvazione di una legge elettorale proporzionale senza assegnazione di premio di maggioranza, come avviene nelle comunali e nelle regionali, l’unico governo possibile, stante il rifiuto di alleanze di qualsiasi genere da parte de M5S, sarebbe la riedizione del “governo delle larghe intese” che ha aperto la legislatura in corso, quello guidato da Enrico Letta appoggiato dal PD e da Forza Italia. Ma potrebbe verificarsi addirittura la possibilità che non ci sia alcuna maggioranza possibile, se il partito di Berlusconi non riuscisse a prevalere in termini di voti sulla Lega e Fratelli d’Italia, indisponibili a qualsiasi “inciucio”. A meno che Grillo e i suoi non decidano di cambiare idea sull’ipotesi di coalizzarsi con altre forze politiche: si è parlato, a seguito di una dichiarazione di un esponente grillino molto vicino alla Casaleggio & Associati, della possibilità di un’alleanza con Salvini. Tuttavia la linea ufficiale, per ora è quella di sempre: da soli alla partenza, da soli al traguardo. Più che Giro d’Italia, insomma, la maratona di New York.
Il quadro, davvero, è preoccupante, anche perché l’Italia non è la Germania, nella quale moderati e progressisti governano da un decennio e si apprestano a continuare la Grosse Koalition anche dopo le elezioni di primavera, e neppure la Spagna, che ha dovuto votare ripetutamente prima di trovare un nuovo governo di minoranza realizzato in seguito all’astensione dei socialisti, un po’ come accadde in Italia nel 1976, con l’accordo fra Moro e Berlinguer e la nascita del governo della “non sfiducia” a guida democristiana con l’astensione dei comunisti. I tanti contemporanei adoratori della dirittura morale e dell’onestà dell’allora segretario politico del PCI omettono spesso di ricordare questo episodio: il più grande partito comunista dell’Occidente fece nascere un governo guidato dal simbolo del potere democristiano, Giulio Andreotti, da essi combattuto ferocemente e descritto come corrotto, con ministri come Bisaglia, Lattanzio, Forlani, Gullotti, insomma: personaggi che sull’Unità del tempo venivano attaccati quotidianamente nella migliore delle ipotesi come incapaci. Berlinguer, quattro anni dopo, finita nel 1979 l’esperienza della “solidarietà nazionale”, lanciò la famosa “questione morale”, accusando gli altri partiti di essere ormai diventati comitati di occupazione dello Stato e degli enti locali: in cima alla lista c’era ovviamente la DC e non si può certo credere che il politico sassarese, solo un anno prima, non avesse maturato questa convinzione.
Altri tempi. Quando Renzi e Grillo sono arrivati al faccia a faccia, in una desolante diretta streaming, è stato solo per insultarsi a vicenda, mentre il “patto del Nazareno” è stato interpretato dai contraenti a seconda delle proprie convenienze. La scena politica è disarticolata, manca il tessuto connettivo e la retorica “costituzionalista” che avrebbe determinato il risultato del 4 dicembre non è altro che una mascheratura malriuscita dell’avversione all’ex presidente del Consiglio. Hanno difeso la Costituzione vigente – che non è più quella del 1948, è bene ribadirlo – soggetti che vorrebbero il referendum sull’euro e hanno già raccolto le firme, ovviamente solo simboliche, ben sapendo che tale consultazione è vietata dalla Carta; che vorrebbero cancellare il principio dell’esercizio del mandato politico senza vincolo di mandato, pilastro di tutte le democrazie parlamentari e della nostra Costituzione, e hanno fatto firmare “contratti”, in realtà carta straccia ma assai significativa, a sindaci, consiglieri comunali e parlamentari europei, con una penale da 150 mila euro; che vorrebbero sottoporre il pubblico ministero alla potestà del governo, cancellando così il principio della separazione dei poteri che è la colonna vertebrale del Testo fondamentale. Di fronte a questo scollamento e alla disgregazione che ne consegue resta da chiedersi davvero se non sia insuperabile l’irresponsabilità di chi oggi chiede una legge proporzionale. Tra l’altro, con l’inganno di far credere di voler consegnare ai cittadini il potere di determinare il governo del paese e determinare invece la totale impotenza del corpo elettorale di fronte alle dinamiche successive al voto, con le segreterie di partiti uniche depositarie del potere di creare una maggioranza. Partiti, va detto, che non hanno niente a che vedere con quelli della prima repubblica: DC, PCI, PSI, MSI e così via, con tutti i difetti che si devono riconoscere loro, erano veri partiti, i più grandi autentici partiti di massa, con una vita interna fatta di discussione, congressi, voti veri e non farse elettroniche, regole interne da rispettare e non volontà personali da ossequiare. Consegnare le chiavi della governabilità a leader che uscivano dal confronto interno di questi partiti non costituiva un rischio: oggi, con partiti che si fanno e disfano, partiti personali, partiti senza regole, sarebbe un passo avanti verso la definitiva consunzione del rapporto fra eletti ed elettori.
Il dibattito sulle leggi elettorali, è noto, si muove dentro due ambiti: vi è chi crede sia giusto salvaguardare la rappresentanza a scapito della governabilità, e questi sono i proporzionalisti; vi è altresì chi predilige garantire la governabilità a scapito della rappresentanza, e costoro sono i fautori delle correzioni maggioritarie. Oggi, a quasi un quarto di secolo dalla prima volta in cui in Italia si votò con un sistema maggioritario – le comunali del 1993 – si può dire senza tema di smentita che il sistema elettorale che ha funzionato meglio sia quello per le comunali e per le provinciali: doppio turno con ballottaggio fra i candidati a sindaco o presidente della provincia che abbiano ottenuto, senza superare il 50 per cento più un voto, le maggiori percentuali al primo turno ed elezione dei consiglieri comunali con preferenza, sistema proporzionale e correzione maggioritaria. Era così, suppergiù, anche l’Italicum ma il voto di sette giorni fa, di fatto, lo ha cancellato: si disse, quando fu discusso e approvato, che la “lettura” del voto avrebbe sbilanciato oltremodo l’esigenza della governabilità rispetto a quella della rappresentanza. Dunque ciò varrebbe anche per i comuni, come quello di Carbonia, per esempio, dove una lista che ha preso meno di un quarto dei voti del primo turno si trova, in ossequio all’esigenza di garantire la governabilità per il sindaco e la giunta, ad avere una granitica maggioranza assoluta in consiglio comunale: praticamente più del doppio di quanti gliene sarebbero spettati se il sistema elettorale avesse avuto a cuore solo la rappresentanza. Praticamente, per i fautori del proporzionale, come il partito di coloro i quali governano la città, la maggioranza che governa Carbonia lo farebbe sulla base di un sistema elettorale antidemocratico che, in barba al principio di rappresentanza, consente a una minoranza di fare e disfare come meglio crede nell’amministrazione di una comunità.
La speranza che il Parlamento desista da riproporre al paese una legge proporzionale, che rimetterebbe nelle mani di pochi il destino del governo, è assai flebile. Oltre al M5S, anche Forza Italia sembrerebbe orientata verso quella direzione e il PD non resterà certo con il cerino in mano, sapendo per altro che la possibilità di tornare al governo, con il “tutti contro tutti”, sarebbe assai elevata. Tra l’altro, salvo miracoli dell’ultimo momento e dovendosi prevedere il voto anticipato nella prossima primavera, l’unica formazione che, con la legge proporzionale, sarà certa di non andare al governo è il Movimento 5 Stelle che, finora, ha conquistato il governo solo a una condizione: che si tenesse il ballottaggio fra il candidato del M5S e quello del centrosinistra.
Giovanni Di Pasquale