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Cagliari. Giornata mondiale delle comunicazioni che si celebrerà domenica 24 maggio

Attualità Regionale
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Messaggio del consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna don Giulio Madeddu in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali
Carissime amiche e amici dell’Ucsi Sardegna.

«Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria». Parte da questa citazione, tratta dal decimo capitolo del libro dell’Esodo, l’annuale messaggio pontificio per la Giornata mondiale delle comunicazioni che celebreremo domenica 24 maggio. Francesco ci invita a valorizzare la narrazione come strumento comunicativo capace di farci «respirare la verità delle storie buone».
Si tratta di un metodo e di uno stile ben noto nell’ambiente giornalistico e particolarmente valorizzato a partire dagli anni ’90, soprattutto nel settore della comunicazione politica e commerciale. Lo storytelling è comunemente percepito come uno strumento persuasivo, capace di toccare nel profondo i destinatari dell’atto comunicativo.
L’aspetto strategico del raccontare è colto anche da papa Francesco come una grande opportunità per inserirsi nel chiassoso universo mediatico dei nostri tempi: «Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri».
La Chiesa italiana, nel direttorio per le comunicazioni sociali, già aveva messo in evidenza questa grande opportunità del narrare se stessa: «Pur non ostentando le buone opere, è necessario comunicare sempre meglio quanto la comunità ecclesiale sperimenta nel campo della carità e della gratuità, consci che la testimonianza in questo campo costituisce un fattore determinante per la credibilità del messaggio evangelico e della Chiesa, in sintonia con un contesto mediale che ha nell’elemento narrativo la sua forza comunicativa».
Lungi dall’intento di sfruttare una sorta di tattica comunicativa da marketing ecclesiale. Ed è lo stesso Pontefice a ricordarcelo: «Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende».
Dalle parole del Papa è possibile cogliere un’indicazione molto utile per i giornalisti cattolici o, se si preferisce, per i cattolici che fanno giornalismo: prima di raccontare gli eventi, di narrare le storie degli altri, è bene «raccontare a Dio la nostra storia». Francesco sottolinea che «Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!».
Si tratta di una dimensione «sapienziale» nel fare giornalismo in cui l’umano di colui che scrive (ma anche l’umano-cristiano) si pone in gioco per narrare l’umano di ciò che viene raccontato. Una vera e propria forma di empatia giornalistica a servizio della verità e della genuinità delle persone e dei fatti che sempre dovrebbero entrare nel processo di individuazione, comprensione e narrazione delle notizie.
Ritengo che questa possa essere un’utile prospettiva per ripensare e rilanciare la professione giornalistica anche in fedeltà ai principi della nostra Unione di cui ci onoriamo di essere soci.

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