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Sat, Jul

Iglesias. Due giorni di alto livello scientifico per il simposio dell’Associazione Mineraria Sarda

S.I. Oggi
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Due giorni dedicati ad una serie di incontri e di approfondimenti sul tema delle attività minerarie nel bacino del Mediterraneo, un simposio nel quale è stata affrontata un’ampia gamma di argomenti, dalla storia delle attività estrattive alle ultime innovazioni tecnologiche, oltre agli aspetti legali e a quelli commerciali, con una particolare attenzione riservata al recupero delle materie prime e all’economia circolare.
Venerdì 29 e sabato 30 giugno, l’aula magna dell’Istituto Minerario “Asproni – Fermi” di Iglesias, ha ospitato il 5° Simposio “Attività minerarie nel bacino del Mediterraneo”, organizzato dall’Associazione Mineraria Sarda in collaborazione con EIT Raw Materials, la comunità europea sulla ricerca e l’innovazione nell’ambito delle materie prime.
Una cornice inconsueta, scelta dagli organizzatori in seguito all’impossibilità di utilizzare la tradizionale sede di Monteponi dell’AUSI, a causa dei disagi che ancora persistono dopo il disastroso incendio dello scorso anno.Il Simposio nel corso degli anni è cresciuto, grazie alla sua apertura al contesto internazionale e alla collaborazione con soggetti come le Università di Cagliari, Sassari, Milano, Torino e Napoli, e con aziende ed enti di ricerca quali Alta Zinc Itd, ECOMIN, SVIMISA, Carbosulcis, oltre a numerosi altri patrocinatori industriali e istituzionali.
L’iniziativa di quest’anno, inserita nella “10a Giornata nazionale delle miniere”, è stata articolata in tre sessioni tematiche, una prima sessione dedicata alla presentazione di progetti e programmi di ricerca orientati al riutilizzo di materie primarie e secondarie, una seconda sul recupero del patrimonio minerario, nel quale sono stati analizzati esempi di riconversione di siti minerari, con l’utilizzo di tecnologie innovative, ed una terza sessione orientata su temi geologici come l’esplorazione e la valutazione dei giacimenti, la metallurgia ed i processi di trattamento.
Massimiliano Manis, del Comitato scientifico dell’Associazione Mineraria Sarda, ha sottolineato l’importanza della cooperazione a livello internazionale, mettendo in evidenza come il tema del recupero delle materie prime possa essere una delle nuove sfide del mondo contemporaneo. “Quelli che, ad una prima valutazione, possono sembrare unicamente dei rifiuti, persino dannosi se non trattati adeguatamente, in realtà possono diventare delle risorse, generando un circolo virtuoso capace di garantire la sostenibilità ambientale e l’economicità degli interventi di recupero”.
Il tutto unito da un filo rosso che va dal concetto di “miniera attiva”, alla necessità di procedere con il recupero delle materie prime e con la messa in atto di una economia circolare, come ha sottolineato Stefano Naitza, altro componente del Comitato scientifico dell’A.M.S. “L’interesse per questi temi – secondo Naitza – sta crescendo in tutta Europa, grazie anche a linee guida che prevedono la fine dell’utilizzo di combustibili fossili e lo sviluppo di energie ibride e rinnovabili”. Il discorso diventa più ampio quando si valuta l’importanza di diffondere un know-how relativo a questi temi, poiché “esiste un patrimonio di conoscenze che non devono andare perse, e l’unico modo per preservarle è quello di incrementare i momenti di incontro e di collaborazione tra il mondo del lavoro, i partner istituzionali ed i centri di studio”.
Attività minerarie che hanno rappresentato il passato, ma che possono essere una chiave di volta anche per l’economia del futuro. Argomento di stringente attualità nel Sulcis Iglesiente, territorio che “possiede un patrimonio invidiabile di risorse umane e un bisogno fondamentale di essere riqualificato, recuperando parte dei siti dismessi e procedendo con bonifiche e interventi strutturali”.
Con un esempio concreto proprio nel territorio del comune di Iglesias, con i depositi di materiali di scarto alle porte della città, scomoda eredità delle attività estrattive del passato. “I fanghi rossi di Monteponi, non rappresentano solo un deposito di scarti inquinanti – conclude Naitza – ma dovutamente trattati possono diventare un vero e proprio giacimento di zinco, in un momento storico nel quale il prezzo di questo metallo ha raggiunto il suo massimo”.
Jacopo Casula

Sulcis Iglesiente Oggi