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Fri, Nov

Mura bianche di calce

Poesie | Novelle | Romanzi
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Tutti gli anni, prima che arrivasse l’estate, imbiancava i muri del cortile con la calce, ma non la calce che si usa adesso, quella che si usava una volta, quella che qualche famiglia, per potersi sostenere, produceva in paese, spegnendo la calce viva. Mia madre imbiancava il cortile non per manutenzione ordinaria, ma perché questa operazione era diventata un rito, di lì a poco tempo sarebbe tornate per le ferie le mie sorelle, le mie sorelle partite in terra straniera alla ricerca di lavoro. Quel bianco accecante invadeva la casa di luce e io capivo che il grande momento tanto atteso stava per realizzarsi, sarebbero arrivate, e finalmente la famiglia si sarebbe riunita.
“Quando viene a trovarci qualcuno che amiamo, facciamo in modo che sia tutto in ordine e splendente”, questo era il suo rito, il suo saluto di benvenuto a quelle figlie tanto amate.
Questa terra, la mia terra, inondata dalla luce accecante del sole e dal profumo dell’elicriso, spazzata dai venti e consolata dai suoi silenzi sconfinati, terra amara e meravigliosa, con il suo popolo fiero e accogliente, ha in se un male atavico, l’eterna mancanza di lavoro, non riesce a valorizzare il suo immenso tesoro, aspetta, aspetta che arrivi il forestiero con le sue false promesse, ci costruisce le sue fabbriche e in cambio di un tozzo di pane amaro, avvelena il territorio, inquina i mari e cieli e infine scappa via, lasciando solo desolazione e famiglie in miseria.
La mia famiglia, come tante altre, è stata costretta a cercare lavoro lontano, migranti ante litteram, quando i migranti eravamo noi.
A quei tempi il 5G non era ancora disponibile e le comunicazioni potevano avvenire solo tramite lettera, fra andata e ritorno significava aspettare due settimane, difficile spiegarlo oggi ai ragazzini che in una frazione di secondo, inviano messaggi in ogni angolo del pianeta; poi finalmente venne installata una cabina telefonica pubblica a gettoni nella piazza della chiesa “prac’e cresia”, ho ancora vivida l’immagine di mia madre che al giorno e all’ora stabilita, s’incamminava con una candela di cera verso la cabina, in quanto la sera si spendeva meno e la cabina si trovava al buio, quella telefonata era l’unico modo per risentire la voce delle figlie e portare un po’ di lenimento a quella nostalgia che le stritolava il cuore.
Mia madre era credente ma non eccessivamente praticante, la sera prima di mettermi a dormire mi faceva recitare le preghiere, una sorta di liturgia che lei aveva elaborato, dovevo chiedere protezione per il fratello in Germania, per quello in Francia e per quelle figlie andate in Piemonte, con il tempo, essendo le raccomandazioni e le preghiere sempre uguali, diventai molto veloce nel recitarle così da poter andare finalmente a dormire. Oggi penso che se sono stati tutti bene è di sicuro anche merito mio e della mia intercessione.
Andammo anche noi trovarle, io, mio madre e mio padre. Fu un viaggio lungo e faticoso, il mare mosso mi sconvolse. Mia madre preparo tutto con cura, non portammo con noi regali di valore ma regali intrisi d’amore e preparati con mille attenzioni, l’uva dentro al cestino intrecciato, il formaggio e i salumi della nostra terra, a pensarci oggi può far sorridere ma allora forse significava riannodare quei fili spezzati con la nostra terra.
Mie sorelle stavano in un piccolo monolocale al primo piano di un vecchio palazzo ai bordi del paese, è strano ma ricordo perfettamente tutto, riesco a vederlo nella mia mente, credo che sia uno dei ricordi, di cui abbia memoria, più lontani nel tempo. Dal piano terra si saliva, tramite le scale, nella parte centrale del vecchio stabile, il piccolo appartamento era l’ultimo a sinistra. Ricordo anche il gatto che era di casa nel palazzo, per dimostrare la sua bravura nella caccia, allineava le teste dei poveri topolini malcapitati, sul tappetto della porta di casa delle mie sorelle, non potete capire la loro gioia nel vedere quel bottino …
Per la prima volta vidi le montagne, la neve, il fiume, il grande lago con dentro le bellissime isole; i bambini parlavamo in modo strano, una cadenza straniera alle mie orecchie, a chi mi chiedeva da dove venissi, raccontavo di un’isola nell’isola, di un mare turchese e di un sole abbagliante, dai loro sguardi stupiti e meravigliati capivo di essere un po’ speciale anche io.
Tutto passa, tutto cambia, adesso mie sorelle sono tornate nella casa che mi ha visto bambino, io vivo a pochi passi dal mare, nella piccola casa lasciatami da mio padre, è rimasta in me la dedizione verso la sua cura, la sua manutenzione, credo sia un lascito di mia madre, un istruzione del suo dna, ogni anno imbianco la facciata con una vernice al quarzo, resistente, durevole, tecnologica ma… nel mio cuore ci sono ancora quei muri bianchi di calce, quella luce accecante che dalla mia infanzia felice, rischiara ancora oggi la mia vita.

Roberto Locci