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Carbonia. Cedac, nel “Poker” le illusioni e fallimenti si celano dietro le carte

Spettacolo
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 Le carte e il mondo che vi ruota attorno sono stati spesso scelti come sfondo metaforico davanti al quale si affollano e si affannano esseri umani non raramente a caccia si una “svolta”. Ci viene in mente “Lo scopone scientifico”, capolavoro della commedia all'italiana, in cui Luigi Comencini diresse cinque “mostri” del calibro di Alberto Sordi, Silvana Mangano, Bette Davis, Joseph Cotten e Domenico Modugno. Ma anche “Regalo di Natale”, con Diego Abatantuono, Carlo Delle Piane e Alessandro Haber guidati da Pupi Avati in un'amara storia di tradimenti al tavolo del poker, o, sempre per restare al gioco delle cinque carte, “Cincinnati Kid”, con Seve McQuinn ed Edward G Robinson in una delle “mani” più drammatiche della storia del cinema. Il poker, tra i giochi di carte, è sicuramente tra i più affascinanti anche sul grande schermo e il palcosenico, fascino che si è mantenuto intatto anche in “Poker”, testo del britannico Patrick Marber, andato in scena domenica scorsa al Centrale per l'esordio della rassegna allestita dal Cedac per il teatro cittadino, regia di Antonio Zavatteri alle prese con sei bravi interpreti della compagnia Gank.

Poker in scena al Duse fino al 5 gennaio H181229002141Il poker, nella vicenda snodatasi in tre atti e un cambio di scena tra il secondo e il terzo, è al centro della vita dei sei personaggi in cerca di futuro. O, meglio: sei meno uno, Stephen, padrone del ristorante di periferia e maniacale organizzatore di una partita domenicale, dopo la chiusura del locale, con i tre dipendenti più il figlio, ai quali si aggiungerà infine un nuovo giocatore, sorta di deus ex machina inconsapevole che scioglierà l'intreccio di una situazione divenuta insostenibile. La situazione economica di Stephen, interpretato da un pacioso e determinato Federico Vanni, se non florida, è almeno solida, non così quella dei suoi compagni di tavolo: Sweeney, il cuoco, cui ha dato corpo e voce Alberto Giusta, è alla ricerca del modo per rimettere in piedi il rapporto con la figlia, ma i soldi non gli bastano; il cameriere Frank, cui Fabio Fiori ha dato la giusta fisicità, oltre a spacciarsi per gran seduttore sogna di stabilirsi a Las Vegas e diventare giocatore professionista ma le tasche vuote mal si conciliano con il progetto; l'altro cameriere, Pollo, zimbello della combriccola, i cui panni sono stati vestiti da un divertente Enzo Paci, vorrebbe gestire da sé un ristorante ma al tavolo non gli gira bene e deve un bel po' di sterline al suo datore di lavoro; quello che sta peggio di tutti, però, è, Carl, figlio di Stephen, interpretato da Daniele Madeddu, giocatore compulsivo ormai affogato dai debiti contratti al casinò, di cui il padre non sa niente o finge di non sapere mentre utilizza tuttavia il poker della domenica notte per cercare di riprendere il filo del legame con il ragazzo evidentemente sbandato. Per tutti costoro, insomma, la partita settimanale è il momento in cui sogni, aspirazioni, speranze e rivincite potrebbero finalmente prendere corpo, in realtà sembra solo lo strumento più adatto per consentire a tutti di aprire gli occhi sulle illusioni e i fallimenti.

Il sipario si apre sul pomeriggio della domenica, il momento più elettrizzante della settimana, quello che precede “la” partita e in cui tutti sentono di poter quasi toccare il castello in aria che ciascuno si è costruito. Ma le ore che precedono la partita sono anche quello in cui salgono le tensioni latenti sviluppatesi nel claustrofobico ambiente del ristorante: la scena disegnata da Laura Benzi è divisa in due, a destra la sala con i tavoli, a sinistra la cucina. In questa si svolgono i sapidi dialoghi “da spogliatoio” fra i dipendenti, nell'altra c'è il titolare alle prese con il nuovo logo del ristorante e con il figlio debosciato. Le tensioni dell'uno e dell'altro segno si avvertono quasi fossero campi magnetici che si scontrano e talvolta si sciolgono nel sorriso di una battuta, di un umorismo che, pur nel crasso linguaggio di un ambiente “men only”, non perde mai di leggerezza.

A spezzare un equilibrio evidentemente precario giunge un avventore, Ash, ben reso da Massimo Brizzi, che non è lì per caso: si tratta di un giocatore professionista rovinato dalla passione per le carte, che avanza da Carl ben 4 mila sterline, un gruzzolo che il giovanotto non possiede né sarebbe in grado di possedere visto che ogni soldo che finisce nelle sue tasche è preda della compulsione. Per poter saldare il debito di gioco, Carl propone a Ash di entrare nella partita della notte: in quanto professionista non avrà difficoltà a pelare i quattro dilettanti e a mettere insieme la somma che è venuto a reclamare minacciando, per altro, di andarla a chiedere direttamente al genitore. Presentato come un vecchio professore di Carl ai tempi del college, Ash è accolto dagli altri quattro.

Nel terzo atto la partita, che si rivela ben presto una resa dei conti fra i quattro del ristorante: Sweeney, senza più un penny per poter trascorrere la giornata con la figlia, sfoga la sua frustrazione contro il datore di lavoro; Frank insofferente per l'andamento del gioco che lo costringerà a rimandare il sogno di Las Vegas, sbotta per le imposizioni di Stephen; Pollo mette in mostra per intero la sua immaturità e riesce a vincere un piatto solo perché Stephen glielo lascia vincere; Stephen non lesina di rivendicare di essere il “padrone” di una situazione ormai tuttavia sul punto di franare. Nel frattempo Ash vince piatti su piatti e comincia a insospettire gli altri, finché le maschere verranno giù quasi in un sol colpo, in un “tutti contro tutti” in cui il vero sconfitto appare colui che si sentiva il “dominus”, ricusato dai dipendenti e disprezzato dal figliolo, rimasto solo con la sua piccola grande partita che probabilmente non ci sarà più.

Che Marber sia un patito del poker è ben chiaro: il terzo atto mostra come egli conosca tutti i modi in cui è possibile giocare e il titolo originale della pièce  “The Dealer's Choise”, “la scelta del cartaro” – racconta un particolare della partita, la facoltà di chi dà le carte di scegliere uno di essi. In tutto il testo, tradotto da Carlo Sciaccaluga, alle prese con gergalità e giochi di parole di non facile maneggio, egli è altresì capace di lavorare sulle mutazione psicologiche dei personaggi facendone lievitare la personalità o prendere strade inattese. In questo i sei interpreti si sono mostrati davvero abili a mostrare le differenti nuance affidate loro dal commediografo e dal traduttore, agevolati da una regia che ha mosso gli attori sulla scena senza requie perfino in scena per natura “statica” come quella di un partita a poker. Gli applausi che hanno ripagato tanta arte sono stati pertanto decisamente meritati.

Giovanni Di Pasquale

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