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Cagliari. Centro comunale d’arte Il Ghetto. Grande chiusura domenica 25 novembre con la poetessa Patrizia Valduga

Spettacolo
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Giunge a conclusione il festival Pazza Idea con una giornata finale di grandissimo interesse che avrà momenti di particolare importanza per la presenza di ospiti come la cantante Givevra Di Marco, impegnata in un concerto interamente dedicato alla grande Mercedes Sosa, o la poetessa Patrizia Valduga.

Inizia alle 11 del mattino la programmazione giornaliera con un appuntamento dedicato alla vita della cantante Violeta Parra (1917-1967), musicista, poetessa, artista totale, anima della tradizione popolare cilena segnata da una vita di dolorosa intensità, consacrata all’arte e all’amore. Ne parlerà Virginia Tonfoni, in conversazione con ​Giovanni Cocco.

Dalla grande cantante cilena a un’altra icona della musica, Merces Sosa, cui Givevra di Marco, tributerà omaggio con un concerto che si terrà a partire dalle ore 12 nel cortile all’aperto del Ghetto. Ginevra Di Marco, una delle voci femminili italiane più belle e amate, massima esponente della world music e del nuovo folk italiano, ex voce femminile del Consorzio Suonatori Indipendenti (C.S.I.), ha debuttato con grande successo il 26 settembre 2015 al festival Musica dei Popoli di Firenze con uno spettacolo musicale dedicato alla grande cantante argentina Mercedes Sosa, dove ripercorre i più importanti momenti della carriera de “la Negra” cantando le più belle canzoni da lei interpretate. Lo spettacolo è stato pensato, arrangiato e prodotto con ​Francesco Magnelli (pianoforte e magnellophoni) e ​Andrea Salvadori (chitarre, mandolino, tzouras e elettronica). “Non ho mai sentito una voce più bella di quella di Mercedes, è stata la voce che mi ha fatto riconsiderare il significato del termine “cantare”; una voce colma di sonorità, un tesoro che spalanca l’anima. C’è qualcosa in lei che non si sa da quale profondità provenga. Un timbro purissimo, legato alle sue radici ma capace di trasmettere una straordinaria universalità, un amalgama equilibrato e perfetto tra intimità e vita collettiva. Ho sempre ammirato, insieme al suo formidabile talento, il coraggio di utilizzare la sua voce come strumento di mediazione per tutti gli uomini messi a tacere dalla violenza, dall’ingiustizia e dall’abbandono. Esistono intellettuali e sapientoni. esistono artisti e pupazzi che indossano la maschera della protesta per poi toglierla dietro le quinte. Mercedes Sosa ha conosciuto l’esilio e un’indicibile sofferenza per le sue scelte ma ha continuato a cantare sui palchi più prestigiosi del mondo e l’eco della sua voce ha saputo arrivare in ogni angolo della Terra. Ha contribuito ad educare al dovere civico, un insegnamento senza il quale uomini e donne sarebbero un branco di ignoranti, genitori di figli destinati ad essere carne per nuove guerre. Quando canta è una bandiera alzata e al contempo un cuore che non cessa di gemere; una donna calata nel suo tempo ma che ha elevato la sua arte a vette uniche, una voce che è dono, grazia e mistero uniti a un forte senso di responsabilità intellettuale, feroce nella sua coerenza. Viva Mercedes la cantora, la Negra, la Sosa di tutti. E che la mia voce possa infondere, attraverso le sue canzoni, un po’ di quel vento di speranza che lei ha saputo spandere su tutta la Terra.” (Ginevra Di Marco)

Si riprende alle 17 con la proiezione del film La mia casa i miei coinquilini di Marcella Piccinini, che sarà presente all’incontro, dedicato alla figura di Joyce Lussu. Marco Bellocchio nell’intervista fatta a Joyce nel 1994 parla del suo atteggiamento nei confronti della vita, privo di sogni e di illusioni, ma estremamente attivo, chiedendole come sia possibile trasmettere le cose straordinarie che ha vissuto. Parlano di lei la sua borsetta di paglia ancora appesa a una porta della sua camera, il cucù della sala, la sedia a dondolo di vimini, i suoi pettinini colorati appoggiati in bagno vicino allo specchio, i tappeti sardi, i fiori che Angela pone sempre sul tavolo della cucina, le canne che danzano con il vento. La casa di Joyce a Fermo, nelle Marche, è una casa che respira di vita, di una vita molte volte drammatica ma anche ricca di poesia. Il periodo da esule con Emilio Lussu a Parigi, le lotte delle donne in Sardegna, le traduzioni dei poeti che scrivevano “poesia utile”, quella che arriva direttamente, senza troppe parole alla conoscenza di altre realtà e al sentimento. Joyce traduce tanti poeti tra cui Nazim Hikmet, turco e Agostinho Neto, che successivamente diventerà presidente dell’Angola. Ma i viaggio di Joyce non sono fatti di sole parole: sono soprattutto le tappe di una sua partecipazione attiva a una lotta comune, senza distinzioni di genere, per un’umanità più pacifica e più giusta. L’appuntamento è realizzato in collaborazione con la ​Cineteca Sarda.

Alle 18, nella Sala delle Mura, Il fascino e la gloria - Ritratti di donne italiane del primo Novecento, performance di e con ​Luca Scarlini. Il 900 e il secolo delle donne: sfruttate, oppresse, depresse. In Italia, paese arretrato, le signore hanno dovuto lottare, ribellarsi. Saranno quindi storie di sartine, femmes fatales, scrittrici, premi Nobel, chimiche, anarchiche, comuniste e fasciste. Una catena di donne in rivolta contro gli stereotipi maschili, alla ricerca di se, malgrado i condizionamenti della chiesa e del fascismo.

Alle 19, ma nella Sala della Cannoniera Paesaggi femminili: anime nude e generazioni a confronto, incontro con ​Francesca Marciano​​ e ​Irene Di Caccamo, in conversazione con ​Francesca Mulas. Un incontro a due voci sulla complessità e pluralità del femminile, attraverso la poesia e le storie. Una lettura "altra" dei sentimenti, delle relazioni, del lavoro, restituita dalla scrittura in generale e dall’uso dei diversi registri letterari in particolare, nell’incontro con due scrittrici che, ognuna a suo modo, esplorano le infinite possibilità della letteratura. La vita e l’opera della poetessa Anne Sexton e la produzione letteraria bilingue di Francesca Marciano diventano lente di ingrandimento sul potenziale generativo e evocativo delle storie, create e ritrovate, e sul tema dell’identità e della percezione di sé, delle partenze e ritorni, fisici e emotivi.

È certamente uno dei momenti più attesi del festival, l’incontro con la poetessa Patrizia Valduga, alle 20 nella Sala delle Mura. “Per amore di un essere umano. Per amore di tutto il genere umano. Per amore dell’amore. Per amore della poesia, «fatta di anima pura e di parole” (G. Pascoli), che «non è né uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio né una realtà a parte né una realtà migliore. È un linguaggio: un linguaggio capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo. La poesia, in sé, non esiste – esiste soltanto, di volta in volta, e ogni volta inaudita, nelle parole dei poeti.» (Giovanni Raboni). Una delle più grandi poetesse italiane in un recital- performance di parole, passione, carne e sangue.

Si chiude alle 21 con Monologhi reading di e con ​Arianna Porcelli Safonov
Uno spettacolo essenziale che punta tutto sull’interpretazione del testo e che fonde improvvisazione, interazione con pubblico, stand-up comedy, reading editoriale e teatro comico. Il lavoro comico di Arianna è molto distante dal cabaret televisivo: la missione è accendere piccoli focolai di sommossa intellettuale e risvegliare le menti assopite dall’immondizia mediatica cui siamo sottoposti quotidianamente. I temi sono più che contemporanei: il mondo del biologico, la grande distribuzione, i social network, la filosofia del contatto giusto e molto altro, ma una selezione di racconti è dedicata al Femminile plurale. Pieces che sono diventate video virali in rete ed esperimenti unici di satira di costume che Arianna miscela con pochi, potenti ingredienti: la buona lingua italiana, le atmosfere quotidiane quanto paradossali e la denuncia dei mali dell’epoca contemporanea a colpi di risate e di schiaffi culturali. Le letture acquisiscono gli abiti di eleganti pezzi di stand-up comedy ricreando mondi surreali ma anche angoli putridi e crudi della società benestante (ma non per questo felice) in cui ci hanno costretti a nascere senza chiedercelo prima.

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