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Sant’Anna Arresi. “Ai confini tra Sardegna e jazz” spegne trentatré candeline

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Spegne trentatré candeline, il festival “Ai confini tra Sardegna e jazz”, che comincia sabato proseguendo fino al 9 settembre nella piazza del Nuraghe di Sant’Anna Arresi. Fulcro ispiratore del cartellone, il pianoforte, strumento emblematico nelle vicende della musica afroamericana.

Oggi è probabile che, se si chiedesse quale strumento rappresenti simbolicamente il jazz. la risposa sia: il saxofono, ma ci fu un tempo in cui a farla da padroni erano i trombettisti o clarinettisti; la storia musicale afroamericana iniziò tuttavia con il banjo, di cui si hanno notizie risalenti al 1620-21 e come mostra "The Old Plantation", celebre acquerello di autore anonimo del South Carolina, risalente alla fine del XVIII secolo, in cui si ritraggono due musicisti, uno alle prese con un tamburo e l’altro, appunto, con il banjo, che accompagnano una danza di ascendenza africana, così come lo stesso cordofono deriva da strumenti dell’Africa occidentale. È tuttavia con il pianoforte che nasce il ragtime, primo genere afroamericano codificato, e la cultura musicale dei discendenti della deportazione fa un balzo in avanti, spingendosi sulle strade del “boogie-woogie” e dello “stride” e di una superiore consapevolezza e perizia tecnica ed esaltando nella musica e nello strumento la vocazione percussiva ereditata dalla madrepatria. Il pianoforte è uno strumento completo, adatto a tutte le esigenze – melodiche, armoniche, ritmiche – del musicista. Non è un caso che tanti grandi band leader lo suonassero: Fletcher Henderson, Duke Ellington, Count Basie, Stan Kenton, Gil Evans. Al tempo stesso è uno strumento prettamente “europeo”, creato per l’esecuzione con lo spartito, per una musica “astratta”, inconcepibile per la cultura musicale africana. L’intonazione di ogni tasto è immodificabile e rispetta la struttura della scala cromatica e le alterazioni per semitoni: niente microtoni, dunque, e niente blue notes, almeno in teoria. In genere, nella musica afromericana, gli strumenti musicali di origine europea subiscono un trattamento che ne modificano lo spettro espressivo: le percussioni diventano batteria, il saxofono, la tromba, il clarinetto, la chitarra, il contrabbasso vengono trasfigurati in oggetti sonori completamente nuovi o quanto meno rinnovati. Il pianoforte, al musicista afroamericano «richiederà – ha scritto Sergio Pasquandrea nella “Breve storia del pianoforte jazz” – un articolato lavoro di riconcettualizzazione delle pratiche esecutive». Un percorso che si tradurrà in un “corpo a corpo”, nel senso letterale dell’espressione, fra uomo e strumento, fra le mani, segmento umano fra i più complessi, e una complessa e articolata macchina sonora.

Nelle intenzioni degli organizzatori dell’associazione Punta Giara, il pianoforte ha inoltre una funzione simbolica: «Pianoforte come metafora dell’esistenza umana dove i tasti bianchi rappresentano la felicità e quelli neri la tristezza, dove però entrambi servono a comporre melodia. Pianoforte che attraverso legno e vibrazioni è capace di comunicare con la danza delle dita le più sottili verità universali. Bianco e nero come simbolo delle etnie umane che mai come in questo periodo storico sembrano essere in lotta tra loro per un lembo di terra. L’associazione che da sempre è vicina e attenta alle gravi problematiche della nostra società cosiddetta “moderna” ha voluto esprimersi, con i mezzi che le sono più affini, sul grande tema delle migrazioni globali che sembra oggi più che mai acuirsi ed allontanarsi da possibili soluzioni». Nel bel manifesto della rassegna 2018, ci sono l’ebano e l’avorio e ci sono le mani ma non suonano lo strumento: sono mani di migranti che affogano nel mare dell’indifferenza e dell’egoismo in cui si è trasformato il Mare Nostrum: com’è noto, per altro, la marina di Sant’Anna Arresi, Porto Pino, è da anni teatro di sbarchi di giovani provenienti dall’Algeria.

Dai preamboli, sempre opportuni quando si raccontano le vicende di una rassegna che da sempre ha orizzonti assai più ambiziosi dell’assembramento di concerti, al programma. Si inizia come accennato il 1° settembre con due set. Il primo è affidato ai Roots Magic, quartetto di marca tricolore che si è imposto nei quattro anni di vita all’attenzione del pubblico e della critica. La loro proposta, teoricamente valida e significativa, ha mostrato di funzionare anche sul piano pratico: prendere spunto dal blues delle origini, quello dei Charley Patton e dei Blind Willie Johnson, per andare alla ricerca di punti di contatto con l’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta, con la musica di Sun Ra e di Phil Cohran, di Julius Hemphill ed Henry Threadgill, di Marion Brown e Olu Dara. D’altronde è ormai assodato che, nella vicenda della musica afroamericana, “historia non facit saltus” e un lavoro di questo tipo ha tutte le premesse per riuscire nel suo intento, come hanno di mostrato i due dischi incisi dalla band, formata da Alberto Popolla al clarinetto e al clarinetto basso, Errico De Fabritiis ai saxofoni contralto e baritono, Gianfranco Tedeschi al contrabbasso e Fabrizio Spera alla batteria. A seguire la White Desert Orchestra diretta dalla pianista e compositrice francese Eve Risser, la quale, avviatasi al principio della carriera alla musica cameristica, ha in seguito deciso di ampliare il proprio campo d’azione, testimoniando un’alta capacità di inserimento nei più svariati contesti. L’ensemble in questione, dieci elementi, spazia dal jazz e dalla musica improvvisata alla musica eurocolta contemporanea: in parte big band e in parte “chamber orchestra”, combina aspetti delle due tradizioni con l’energia del rock e l’ampio spettro di colori delle musiche metropolitane, assecondando la multiformità della leader che, vede nel complesso «una forma di orchestrazione del pianoforte» in cui i dieci strumenti dell’orchestra corrispondono alle dieci dita delle mani indispensabili per suonare la tastiera.

Decisamente per gli amanti dei sapori forti la serata del 2 settembre. Si comincia con The Young Mothers, band formatasi nel 2012, composta da sei personaggi di punta della scena musicale creativa che hanno contribuito a orientare la direzione di questo genere musicale a New York, Chicago, nel Texas e in Scandinavia: si tratta di Jawwaad Taylor, tromba, “live electronics” e voce; Jonathan F. Horne, chitarra elettrica; Jasaon Jackson, saxofono baritono; Stefan Gonzales, vibrafono, percussioni e voce; Ingebrigt Håker Flaten, contrabbasso e basso elettrico; Francisco “Frank” Rosaly, batteria. Il sestetto fa perno su una musica brillante, potente e innovativa, sempre aperta a deviazioni inaspettate, che vanno dagli apporti di grindcore, passando per il free jazz, all’hip-hop visionario. Toccherà poi al David Murray Quartet, un vero e proprio poker di assi, a cominciare dal leader, già visto al festival due volte, nel 2002 per uno strepitoso duo con il pianista Mal Waldron e nel 2006 con il World Saxophone Quartet, la formazione che forse più di altre gli ha dato meritata fama. Specialista del saxofono tenore e del clarinetto basso, possiede una cifra stilistica che, a differenza di tanti strumentisti della sua generazione, non rimanda solo alla lezione coltraniana ma aggancia i maestri della new thing attraverso la lezione dei grandi nomi del mainstream del dopoguerra – Hawkins, Webster, perfino Gonsalves. Sicuramente si tratta di una delle voci più importanti del jazz degli ultimi decenni capace di esprimersi nei più svariati contesti, dal solo al largo ensemble, nei quali porta la sua grande forza espressiva e una tecnica da immenso solista. Con lui sul palco del festival tre degni compagni d’avventura: il pianista Orrin Evans, il contrabbassista Jaribu Shahid, il batterista Nasheet Waits.

Lunedì apre il trio austriaco Radian, ovvero Martin Brandlmayr (batteria, electronics), John Norman (basso elettrico) e Martin Siewert (chitarra elettrica, electronics), formatisi dentro la vivace esperienza dell’animata scena elettronica della Vienna di inizio millennio, di cui oggi sono una delle espressioni più significative. La giustapposizione di estremi è una delle caratteristiche pregnanti del lavoro di Radian: il contrasto tra luce e tenebre, in termini musicali, suono e silenzio, luminosità e oscurità timbriche. Talibam! & Joe McPhee completano una serata all’insegna dell’estremismo creativo: il duo tastiera – Matt Mothel – e batteria – Kevin Shea – da anni ormai si è imposto sulla scena partendo da un rock che assume l’estetica del free e dell’improvvisazione radicale per creare una miscela continuamente cangiante che non si fa incasellare in un genere ma tutti li adotta con una illogicità da dadaista bulimico; vi si unisce uno dei saxofonisti più abrasivi della scena “creative” di New York, dal sound voluminoso, che prende le mosse dalla lezione ayleriana per una narrazione rapsodica e corrodente.

Il quarto giorno di rassegna vedrà il turno del Chad Taylor & James Brandon Lewis Duo, rispettivamente percussionista e sassofonista che, nonostante la giovane età, sono già ampiamente riconosciuti sul piano internazionale: una proposta che si annuncia ricca di sorprese, in virtù della capacità dei due musicisti di adattarsi alle più diverse collaborazioni. Sarà poi la volta di Chicago London Underground, ensemble di artisti da tempo presenti al festival di Sant’Anna Arresi, primo fra tutti il cornettista Rob Mazurek, ormai uno dei beniamini del festival e che non perde occasione per portare in Sardegna progetti sempre innovativi ed originali, come quello di quest’anno, caratterizzato da un groove tinto di elettronica: con lui ancora Taylor dietro tamburi e piatti, Alexander Hawkins al pianoforte e John Edwards al contrabbasso. Sempre Mazurek, ma questa volta in duo con il trombettista Gabriele Mitelli si esibiranno sulla spiaggia di Is Solinas in un concerto gratuito al tramonto.

La serata del 5 settembre vedrà, in primis, le performance dei Pride Of Lyons, quartetto in cui il pubblico ritroverà McPhee e Taylor assieme a Daunik Lazro al sax baritono e ai contrabbassisti Joshua Abrams e Guillaume Séguron. Anche in questo consesso di incalliti improvvisatori si trova l’eclettismo che pare essere una delle cifre del cartellone: la vastità degli interessi personali di ciascun musicista e del gruppo fa presagire una performance piena di imprevisti, al termine della quale salirà sul palco il Sant’Anna Arresi Black Quartet, in esclusiva per il festival “Ai confini tra Sardegna e jazz”. La formazione è da vera e propria “dream band”: David Murray, James Brandon Lewis, Jaribu Shahid e Tyshawn Sorey alla batteria. Per quest’ultimo, polistrumentista già apprezzato l’anno passato e personaggio di punta del nuovo jazz creativo, si tratta della prima apparizione sul palcoscenico in questa edizione, di cui, come si vedrà più avanti, sarà uno dei grandi protagonisti.

Compiuto il giro di boa, nella giornata del 6 settembre sarà la volta del quartetto guidato dal pianista Alexander Hawkins, anch’egli presenza ormai abituale del festival. Guiderà un combo composto dalla vocalist Elaine Mitchener, dal contrabbassista Neil Chelres e dal batterista Stephen Davis: «Questo quartetto – così ne ha parlato la rivista Jazzwise – rappresenta la prima grande collaborazione fra Mitchener e Hawkins, due delle voci più originali della loro generazione, che mette in gioco su un terreno comune la vasta gamma di influenze ed esperienze della coppia. Il repertorio fonde il modo unico di Mitchener con la melodia e l’astrazione, con il mondo compositivo e pianistico idiosincratico di Hawkins; oltre a mettere in luce le rivisitazioni di un piccolo numero di canzoni non originali che rivelano l’influenza di precursori come Jeanne Lee e Linda Sharrock. Strutturalmente, il gruppo funziona virando radicalmente rispetto alla tradizione che vede “una sezione voci più una ritmata”, trattando il tutto come la sola dinamica possibile tra i diversi musicisti». Sempre nella stessa serata anche gli “O.N.G. Crash”, nuovo progetto musicale di Gabriele Mitelli, con Enrico Terragnoli alla chitarra elettrica, Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica baritono e Cristiano Calcagnile alla batteria. È il risultato, racchiuso in un lavoro discografico pubblicato da Parco della Musica Records, di libere associazioni che, assieme alla ruvidezza del noise rock e del post punk, caratterizzano l’ardente percorso delle tre suite racchiuse nell’enigmatico titolo: una sorta di codice segreto, non svelato da Mitelli, in cui è racchiuso, tuttavia, un ricordo importante del passato dell’artista. L’album è un lavoro denso, di assieme, che non prevede individualità. La musica di Mitelli avvolge, rapisce ma senza incatenare, lasciando libero l’ascoltatore di perdersi nell’incessante flusso sonoro che si insinua potente.

Nella giornata del 7 apriranno gli A-Septic, duo di improvvisazione radicale di matrice europea fortemente influenzato dalla musica armena e russa, oltre che dalla scena radicale inglese. Il progetto è stato fondato da Stefano Ferrian e Simone Quatrana, rispettivamente saxofonista e pianista. Il nuovo lavoro, “Syria”, prodotto dalla Amirani Records, è fortemente influenzato dai tragici avvenimenti che hanno colpito e colpiscono tutt’ora la nazione che appunto da il titolo al disco. Ferrian è attivo dal 1998 nei più svariati progetti musicali senza limiti di genere, dal grindcore sperimentale arriva fino al jazz di stampo radicale, passando per prog rock, musica folk e cantautorato; Quartana si è fatto conoscere soprattutto nell’ambiente dell’improvvisazione radicale, suonando con musicisti del calibro di Peter Brötzmann e Ken Vandermark, con il quale ha inciso due dischi e suonato in un tour europeo. La serata è altresì destinata alla presentazione della Conduction n. 200, che il compositore Butch Morris aveva in progetto di portare al festival e che la sua prematura dipartita non gli ha consentito di completare. La Conduction è un particolare sistema di segni e gesti attraverso cui Morris ha codificato una modalità di comunicazione con i musicisti, al fine di connettere, in un rapporto orizzontale, composizione e improvvisazione, la cui dialettica è da sempre uno dei temi pregnanti dell’estetica jazzistica. Sarà Tyshawn Sorey, da alcuni indicato come erede del grande Butch, a guidare un’orchestra proveniente dal Conservatorio di Cagliari nella difficile ma altrettanto affascinante impresa di realizzare il progetto incompiuto. Il progetto sarà reso possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione Ticonzero. L’ensemble sarà formata da diciotto elementi tutti provenienti dal Conservatorio di Cagliari e diretto da Daniele Ledda, professore di musica elettronica, che sotto la sapiente direzione del maestro Sorey si cimenterà in questa opera dall’esecuzione assolutamente eccezionale. La realizzazione di questo spettacolo comporterà un notevole sforzo da parte di tutti gli esecutori e proprio in forza di questo sarà preceduto da tre intensi giorni di prove presso il Conservatorio.

Da non perdere, sempre nella stessa giornata, sulla spiaggia di Is Solinas, un piano solo di Alexander Hawkins al tramonto, in un concerto gratuito.

L’8 settembre grande appuntamento con Dr. Lonnie Smith che non avrebbe bisogno di presentazione se non per dire che trattasi di un musicista impareggiabile. Autentico maestro e guru dell’organo Hammond B-3 da oltre cinquant’anni, è stato protagonista di oltre settanta album e ha registrato e suonato con il “Who’s Who” del jazz, del blues e del rhythm & blues. Di conseguenza, è stato spesso considerato come una “leggenda”, una “icona musicale vivente” e come l’organista jazz più creativo. Si esibirà in trio con Jonathan Kreisberg alla chitarra e Jonathan Blake alla batteria. Sempre sabato, saranno della partita anche i Blacktones, band cagliaritana di cui fanno parte il vocalist Aaron tolu, i chitarristi Sergio Boi e Paolo Mulas, il bassista Gianni Farci e il batterista Maurizio Mura: il loro stile è influenzato dall’ondata metal-stoner-grunge degli anni Novanta e oltre, con l’aggiunta di elementi poliritmici. Il suono è molto cupo, le melodie malinconiche, per poi lasciar spazio a riff granitici.

La chiusura è affidata a due set e a due diverse “location”. Il primo si svolgerà ancora nella piazza del Nuraghe ed è affidato a Snake Platform, orchestra proveniente dal Conservatorio di Cagliari. Si tratta di un progetto di improvvisazione guidata e composizione istantanea coordinato da Daniele Ledda. Nato nel 2012 e concepito per un gruppo di improvvisatori ed un direttore, si colloca a metà strada tra un sistema di composizione ed gioco di ruolo, in quanto coinvolge diversi creativi tra cui musicisti, attori, narratori, danzatori e artisti visivi. «È una ricerca – spiegano i protagonisti – sull’orchestrazione istantanea attraverso l’improvvisazione, da quella legata ad uno stile fino a quella radicale. Snake Platform utilizza un sistema che fonde, personalizzandole, diverse tecniche di improvvisazione guidata: il direttore può raccogliere le richieste dei singoli musicisti e mostra dei segnali che determinano delle particolari interazioni tra gli esecutori, oppure attraverso un repertorio di gesti, il direttore indica ad un ensemble composto da musicisti, danzatori, attori, poeti, ecc. di eseguire un certo tipo di azione. Attualmente è in fase di rilascio un sistema che distribuisce ai musicisti, attraverso dei monitors, delle partiture che cambiano in tempo reale. La creazione istantanea che coordina suono, narrazione, visione e movimento, non essendo basata su una notazione tradizionale, è sempre differente da un’esecuzione all’altra e, pertanto, non replicabile». Al termine dell’esibizione di Snake Platform il pubblico si sposterà nello spazio antistante la chiesa romanica di Santa Maria di Palmas, a Palmas Vecchio per il gran finale con The Man of the Long Canes, omaggio alla figura di Carlo Mariani, recentemente e prematuramente scomparso, virtuoso straordinario di launeddas, che non era sardo come lo strumento avrebbe fatto supporre ma bensì romano e che durante un viaggio in Sardegna ne fu letteralmente folgorato, diventandone un acuto e formidabile sperimentatore. Utilizzò spesso le launneddas in contesti differenti da quelli tradizionali aprendo le stesse a contesti e prospettive totalmente nuove ed inaspettate e recuperando uno degli strumenti più antichi del Mediterraneo. A lui e alla sua libertà espressiva l’associazione Punta Giara, a partire dal 1999 e per tre occasioni, affidò il progetto “Le Lunghe Canne” che mostrarono ampiamente e in maniera convicente come el launeddas possano proiettarsi nel futuro e fuori dalla gabbia del folklore. IN questa occasione e in attesa di un omaggio più meditato, l’associazione ha inteso ricordarlo con uno spettacolo in cui lo straordinario quartetto composto da Sandro Satta al saxofono contralto, Bruce Ditmas alla batteria, Antonello Salis, piano e fisarmonica, e Paolo Damiani al violoncello si esiberà in suo onore.

Tutti i concerti nella piazza del Nuraghe avranno inizio alle ore 21, quelli sulla spiaggia di Is Solinas alle 19.

Giovanni Di Pasquale

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