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Carbonia. Danza. “Odyssey Ballet”, la “physical dance” di Mvula Sungani fra letteratura e cronaca

Spettacolo
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 Una gran messe di applausi, anche a scena aperta, ha salutato “Odyssey Ballet”, opera del coreografo italo-senegalese Mvula Sungani, messa in scena dalla sua Mvula Sungani Physical Dance nella quale ha spiccato per lucentezza l’étoile Emanuela Bianchini, una delle danzatrici di primo piano della scena contemporanea. Consensi, va subito detto, meritatissimi: la MSPD a Carbonia si è esibita in più di un’occasione e ogni volta ha sempre saputo cogliere il favore del pubblico, in virtù di uno stile coreografico – la “physical dance”, per l’appunto – che mette in gioco l’eccelsa tecnica accademica assieme a una solida preparazione fisico-atletica: ne sortisce un linguaggio del corpo in cui il movimento è teso all’esaltazione di una bellezza fisica  che, per certi versi, pone in subordine il piano drammaturgico e libera la fruizione, quanto meno in prima battuta, dalla necessità di legare i quadri a precise indicazioni narrative. Per ottenere questo risultato, Sungani ha implementato nel suo stile tecniche circensi, ginnastica e movimenti derivati dalle arti marziali orientali: una miscellanea dal forte impatto tanto spettacolare quanto emotivo, per esecuzioni in cui la naturalità dei movimenti fa sfumare lo sforzo e la fatica che le diverse combinazioni – grande spazio è affidato ai pas de deux – comportano. Odyssey Ballet

In “Odyssey Ballet” le musiche sono originali, composte dallo stesso Sungani e dal chitarrista Riccardo Medile, e di origine popolare: in omaggio allo spunto del poema omerico – l’Odissea, per l’appunto – e all’ambientazione mediterranea, nel ricorrente ricorso all’intreccio percussivo ha fatto capolino Iannis Xenakis, musicista ellenico che ha più volte fatto ricorso alla tradizione letteraria greco-classica per trarre ispirazione per le sue complesse composizioni.La trama del balletto ha rovesciato in certo qual modo i ruoli del poema omerico, che diviene racconto autobiografico scritto da una donna che pensa al proprio uomo partito per un viaggio della speranza, mentre le protagoniste femminili dell’opera si presentano come alter-ego della stessa autrice. Ipotesi per altro già coltivata a da arditi intellettuali del ’900, primo fra tutti Samuel Butler che delineò la sua teoria nel suo volume “The Authoress of the Odyssey”.  Nel susseguirsi dei quadri, è talvolta esplicito e riconoscibile il riferimento agli episodi dell’opera poetica, in altri casi è viceversa più sfumato ed evanescente: sempre comunque domina la grande energia, il movimento quasi incessante dei danzatori, l’esplicitarsi di un’estetica del corpo che rimanda, verrebbe da dire, alla scultura classica. La letteratura, ad ogni modo, si incontra con la storia contemporanea e la cronaca, in un Mediterraneo tornato mare di migrazioni, di rotte della disperazione e della speranza.

Giovanni Di Pasquale

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