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Carbonia. “Lampedusa”, un gesto di umanità oltre la paura e il rancore del presente nel lavoro applaudito al Centrale.

Spettacolo
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La “Lampedusa” di Anders Lustgarten non è più l’isola simbolo del dramma delle migrazioni verso l’Europa. Non c’è “una” Lampedusa, ma una miriade di “Lampeduse” che sono le vite di chi è solo di fronte a un mondo che smarrisce, ogni ora che passa, una briciola di umanità ma che, ogni ora che passa, grazie a un gesto, ne riacquista una e, in questo altalenante smarrirsi e riacquistarsi, l’uomo lotta per non  perdersi una volta e per sempre. Ed è solo grazie a queste briciole, ai quotidiani gesti personali che l’umanità può gettare lo sguardo oltre questo presente dominato dalla paura e dal rancore. Lampedusa 1Messa in scena dagli ottimi Donatella Finocchiaro e Fabio Troiano, testo del drammaturgo britannico tradotta da Elena Battista, “Lampedusa” è piaciuta al pubblico del Teatro Centrale ancora una volta numeroso, che martedì l’ha visto per primo fra quelli dei teatri sardi in cui andrà in scena a cura del Cedac. Applausi meritati, per la sapienza degli interpreti e di chi li ha guidati nel percorso disegnato con maestria da Lustgarten, il regista Giampiero Borgia, coadiuvato dallo studio Alvisi Kirimoto + Partners alle scene e ai costumi, Stefano Valentini alle luci, Aleph Viola alle musiche.

La scelta – e la genialità – dell’autore sta nell’accostare due vite apparentemente le più distanti, in realtà più prossime di quanto si creda a primo acchito. Due vite a un passo dallo snodo cruciale di un’esistenza dominata dal pessimismo in un’Italia contemporanea cupa e senza speranza. Stefano, pescatore nella Lampedusa che si trova a fronteggiare l’accoglienza dei disperati partiti dalla Libia, da tempo ha smesso di pescare perché nel Mediterraneo, di pesci, ce ne sono sempre meno. Dopo essersi affidato ai soliti spregiudicati “procacciatori” di lavoro a suon di mazzette, ha finito per tornare sul mare ma non per orate e gamberoni: Stefano, con il suo amico Salvo, lavora al salvataggio dei naufraghi e, soprattutto, al recupero dei cadaveri. L’agghiacciante racconto dello stato in cui i corpi sono ridotti dopo giorni e giorni di permanenza in acqua, per l’effetto dell’acqua stessa o dell’essere diventati pasto per i pesci, così ricco di particolari, serve a comprendere il cinismo con cui ormai Stefano svolge il suo compito, indotto anche dall’osservazione del mondo circostante: dal totale disinteresse dei turisti russi che continuano ad arrivare nell’isola delle Pelagie nonostante tutto, allo spettacolo di un’Europa che si sfalda e, assieme a lei, ancora di più l’Italia e ancora di più, sempre di più, il Sud. E allora che cosa vengono a fare qui, i migranti? Perché hanno ancora la speranza, conclude il “pescatore di morti”, e noi non più: ed è forse questo che più ci infastidisce, della loro presenza “estranea”.

Denise è immigrata marocchina di seconda generazione: vive a Monza, si prepara per un concorso all’ONU e si mantiene lavorando per un’agenzia di recupero crediti. Come Stefano, dunque, trae il suo sostentamento dal disagio altrui e, come lui, cerca di esorcizzare il lato oscuro della professione con l’arma dell’indifferenza, del “è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo”, del considerare i creditori infedeli nient’altro che sprovveduti o furbacchioni. Un conflitto cui si intreccia il difficile rapporto con l’anziana madre, che rappresenta tutto ciò che fa parte di un’origine che, per Denise, non è altro che un fardello che continua a pesare e che, anzi, ultimamente, è divenuto zavorra insopportabile anche per chi, come lei, di quel passato ha ormai solo il colore della pelle e i tratti somatici, perché oggi il razzismo è libertà d’opinione. E allora, medita la giovane, se il concorso all’ONU dovesse andare per il verso giusto, addio Italia e addio italiani abbrutiti dall’ignoranza e dal disprezzo per il “diverso”.

A questo quadro fosco si vanno a sommare gli incubi notturni del pescatore e quei trecento e passa morti di una immane tragedia che si poteva evitare, e le pressanti convocazioni della madre di Denise da parte della commissione di verifica dell’invalidità dell’INPS, un’autentica tortura fisica e psicologica. Lo snodo, si diceva sopra, arriva quando nell’“altro da sé” si ritrova una parte di sé, se non tutto. Per Stefano è un giovane maliano che, un giorno, mentre il pescatore cerca invano di riparare il motore della barca, si avvicina e lo sistema in un batter d’occhio, senza chiedere niente, soddisfatto di essersi reso utile. E non basta, chiede di salire in barca perché non si sa mai, il motore potrebbe guastarsi di nuovo. Fra i due poco a poco nasce un’amicizia sincera che porterà Stefano ad un gesto carichi di rischi: andare incontro all’imbarcazione in cui la moglie dell’amico del Mali sta cercando di raggiungerlo, in una notte di tempesta in cui pochi si salveranno.

Denise ritrova se stessa dopo l’incontro con una giovane portoghese, madre senza marito di una bimba, creditrice morosa che non ce la fa più con le spese. Carolina, questo il suo nome, non l’accoglie con il consueto disprezzo, addirittura la invita a cena il giorno dopo: è durante il convivio che Denise si spoglia del ruolo di procacciatrice di debiti non saldati e riprende il filo della sua vita. Una serata di confidenze femminili e di complicità di genere, culminata con la rivelazione alla “controparte” del trucco per evitare l’avanzamento della pratica di recupero del credito. È chiaro che, a quel punto, Denise non può proseguire e infatti, poco più avanti, lascerà l’impiego. Nel frattempo, la madre muore di infarto e solo Carolina le è vicina, in una solidarietà fra solitudini finalmente vinte.

Il “pescatore di morti”, in questo binario solo apparentemente parallelo disegnato da Lustgartner, è un mestiere che potrebbe essere ben più diffuso di quanto non si creda. È quello, certo, di chi materialmente si occupa del ripescaggio di chi non è scampato dal naufragio ma chi sono i creditori infedeli di Denise? Non sono anch’essi dei morti, ancorché fisicamente vivi, alla considerazione sociale? E chi finisce per strada per un fallimento economico o familiare, è ancora vivo, certo ma, affogato nel mare dell’indifferenza, non è anch’egli finito in pasto a pesci che ne sfigurano definitivamente l’immagine davanti al mondo, al suo mondo?

IL testo è raccontato per quadri in cui i due narratori-protagonisti si alternano muovendosi sul palcoscenico, illuminati da tagli di luce e suoni metallici, talvolta uscendo dal buio o legandosi ritmicamente. La scena è dominata da una sorta di faro che impianta il contesto in ambiente marino più che urbano: sopperiscono all’effetto dominante luci pendenti che variano d’intensità assecondando la narrazione, di cui sono contesti affatto efficaci.

La scelta di affidare parlate regionalmente accentuate ha portato a un’inversione singolare: Troiano, torinese, ha ben aderito ad una ipotetica parlata siciliana; Finocchiaro, sicula, si è ben messa nei panni della brianzola. L’accentuazione del contrasto fra i due poli narrativi ha reso maggior merito alla capacità del testo di ordire una trama che ha fatto delle due vicende esistenziali un unico tessuto.

La parte maschile è quella che è piaciuta di più: il suo evolvere dal livore nei confronti dei destinatari del suo odiato lavoro fino alla gioia per il destino finalmente non più tragico, nel racconto dell’incontro nel mare fra l’amico e la sua compagna, è stato denso di emozioni progressivamente sprigionatesi. Troiano ha assecondato il percorso con una gestualità tutta mediterranea.

Donatella Finocchiaro, alle prese con la “donna in precaria carriera” ha fatto salire la temperatura della sua Denise dall’iniziale freddezza “milanese” alla finale tenerezza di donna fra i dolori di donna: con qualche luogo comune comunicativo, non ha mancato di aprire progressivamente la sua espressività al dispiegarsi del personaggio.
Giovanni Di Pasquale

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