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Carbonia. Lo “Schiaccianoci” del Balletto di Roma, un patrimonio del sentimento umano universale

Spettacolo
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Un muro che divide la città, quella di chi possiede per esistere da quella di chi esiste senza possedere: da una parte il presente che nutre il futuro, dall’altra l’oggi senza domani. Una barriera che solo il Natale, con tutto il suo bagaglio semantico religioso e laico, riesce a spezzare ma non ad abbattere una volta per tutte.schiaccianoci Lo “Schiaccianoci” del Balletto di Roma, visto sabato per la rassegna Cedac, in un Teatro Centrale ben affollato, ha fornito una versione decisamente inconsueta del racconto di Hoffmann musicato da Čaikovskij, trasfondendo il plot in una periferia di drop out condannati alla miseria e vessati dalla violenza di una milizia repressiva: da cui i protagonisti Clara e il suo “principe” – un ricercato in fuga dalla caccia poliziesca – fuggono sulla spinta di un sentimento fantastico capace di liberarli dalle catene dell’emarginazione ma forse non sino in fondo.

L’intervento sui “classici” non sempre ha riuscite felici: nel caso del lavoro firmato dal coreografo Massimiliano Volpini, professionista che, tanto per intendersi, ha prestato la sua opera a etoile del calibro di Roberto Bolle, l’intento ha avuto un compimento capace di soddisfare gli amanti degli allestimenti “aderenti” all’originale – come quello, per capirsi, del Balletto di Mosca nel 2014 – e chi non disdegna le diversioni “contemporanee” capaci di adattare il modello alla cronaca o a trame futuribili o perfino distopiche.

Il Natale di Volpini è, nei primi quadri, una giornata come tutte le altre, per i disperati al di qua del muro, riscattata da un albero di bottiglie di plastica. Niente a che vedere con lo “Ščelkunčik” e la festa degli Stahlbaum: non arrivano regali, ma solo oggetti riciclati, e niente visite di parenti e amici, piuttosto le manganellate di agenti di una polizia repressiva che ha come solo compito tenere lontani dal mondo più fortunato i disperati senza sorte. Clara, nel libretto dell’originale ragazzetta sognante alle soglie dell’età dell’amore, è qui una dei diseredati ma spinta dal desiderio di riscatto: il suo “gancio” è un Fuggitivo, “wanted” dai miliziani che ostentano e affiggono sul muro la sua effige. La battaglia contro i miliziani della repressione è vinta dai giovani emarginati e il muro si apre: i costumi del primi evidenziano una coda che è l’aggancio tematico con la battaglia contro il Re dei Topi e il suo esercito di roditori del balletto originale.

Il secondo atto ricalca in misura maggiore lo schema tradizionale: Volpini non può evidentemente rinunciare a valorizzare la serie dei quadri con i passi e le melodie che hanno reso famosa l’opera. Tuttavia riesce nell’intento senza tradire l’assunto iniziale: l’incanto del sogno di Clara è quello dei protagonisti della fuga dall’emarginazione e le danze “esotiche” sono quelle di un mondo che si apre alle culture altre e le osserva nell’incanto della conoscenza.

Il finale riporta la vicenda nella realtà del presente: fuori dal sogno ma non dalla speranza di un domani migliore da conquistare, ma non impossibile.

In una coreografia che ha fatto convivere tratti distintivi moderni con modelli classici, si sono fatte notare opzioni innovative sul terreno dei costumi e delle scene, per cui si è scelto il recuperabile, in nome di una tematica ecologica che attraverso i materiali di riciclo, ha svelato la capacità di essere spettacolo di ciò che, da “rifiuto”, può diventare “accettato”, perfino valorizzato.

Un punto di vista che ha consentito al pubblico, che ha applaudito con entusiasmo gli ottimi danzatori, di apprezzare una versione innovativa dell’opera e di valutare lo “Schiaccianoci” non già esempio del balletto classico di tutti tempi, bensì patrimonio del sentimento universale.

Giovanni Di Pasquale

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