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Carbonia. Per Cedric Shannon Rives & the Brother in Gospel il trionfo al Teatro Centrale

Spettacolo
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Ormai a Carbonia, un Natale senza il gospel è come una Vigilia senza cenone. Grazie all’associazione Progetto Evoluzione – quelli, tanto per intenderci di Narcao Blues – che organizza Gospel Explosion, giunta alla quindicesima edizione, e alle diverse amministrazioni comunali succedutesi negli anni, fra il capoluogo del Sulcis e questa particolare e spettacolare forma di canto religioso afroamericano si è cementata un’intesa affettuosa ed entusiasta: d'altronde, vien da chiedersi in quale angolo del mondo vi sia un pubblico che non si faccia coinvolgere dai ritmi, dalle voci e da un repertorio che è ormai da lunga pezza “patrimonio dell’umanità”: c’è da giurare che nelle prossime tappe della rassegna (Sassari, Alghero, Cuglieri e Serramanna, da oggi al 29) il risultato sarà quanto meno lo stesso. Fatto sta che ieri, al Teatro Centrale, c’era ancora una volta il pienone, per assistere al concerto di Cedric Shannon Rives & the Brother in Gospel: il grosso dei biglietti è andato via in prevendita, e si è detto tutto quanto all’attesa. Il concerto non ha tradito le aspettative, anche perché Rives si annunciava come uno degli artisti più in vista della scena “churchy” d’Oltreoceano, dove, per altro, la concorrenza è tutt’altro che diradata. Rispetto all’ensemble che chi scrive ha ascoltato l’anno scorso, sempre per la rassegna di cui trattasi, il South Carolina Mass Gospel, purtroppo nella chiesa di Santa Maria Goretti di Sant’Antioco, dall’acustica a dir poco precaria, i “Fratelli nel Gospel” hanno proposto un repertorio esclusivamente di ambito religioso. Come i gruppi provenienti dagli Stati Uniti usano fare quando arrivano in Europa, non sono mancati i canti di Natale più tipici del Vecchio Continente – da “Adeste, Fideles”, che il le voci hanno cantato insieme al pubblico, a “Astro del Ciel”, per voce sola – ma per il resto nessuna concessione al pop o al funky, solo canti religiosi che, per quanto riguarda il gospel, fanno riferimento al Nuovo Testamento e alla figura di Gesù di Nazareth: d’altronde, “Gospel”, con la maiuscola, significa “Vangelo”. Tradizione dunque, almeno dal punto di vista “testuale”: quanto alla musica, come vuole l’altra tradizione, quella che alla fine del secolo XIX nascere il “gospel song”, siamo nel regno della contaminazione e della commistione. Illo tempore, quando solo all’organo era consentito l’ingresso in chiesa, si trattò di aprire le porte agli altri strumenti e quindi ad altre forme della musica dei Neri d’America: addirittura del blues, la “musica del diavolo” aborrita da reverendi e congregazioni. Con il tempo il gospel si è fatto fecondare dal jazz e dal rhythm’n’blues: negli anni Cinquanta ha a sua volta ispirato, da un parte, il soul jazz e il funky jazz, dall’altra il soul e il funky e, per certi versi, il rock. Ma la vicenda musicale afroamericana è una grande strada (“mainstream”) da cui si dipartono uscite e svincoli che, puntualmente finiscono per confluire nuovamente là da dove si erano dipartite: è il concetto dei musicisti della Chicago anni Settanta: non c’è blues, non c’è jazz, non c’è soul, sono solo etichette. C’è solo la “Great Black Music from ancient to the future”. Il concerto di Cedric Shannon Rives e dei suoi non poteva che confermare questo dato di fatto. Oltre al blues, al rhythm’n’blues e al soul, si sono sentiti anche gli aromi cajun, con quel suo ritmo “saltellante”, della natia Saint Louis, città in cui il ricordo dell’influsso francese e creolo è ancora vivo e non solo nella musica. Lo schema “solista più coro” – più, nello specifico, organo elettrico, suonato con discrezione da Heyward Matthews, e batteria, “picchiata” con vigore da Chance Harper – che riproduce quello “officiante più assemblea” del rito religioso, è stato il filo conduttore dell’esibizione, con il leader a non lesinare le doti “sceniche” che gli hanno valso scritture in ambito musical. Ma il coro è composto da tre solisti di grande valore, cui è stato dato il giusto spazio. Due baritoni – l’istrionico Christopher Ifill e il misurato Joel T. Lester – e un tenore – Travis Tailor, un’estensione impressionante – che hanno raccolto il plauso del pubblico, in particolare il terzo, che è via via diventato in beniamino del pubblicorazie a una vocalità di lucido rame incrinato solo nei sovracuti. Uno dei momenti più carichi di pathos è stato il canto “a cappella” e senza microfoni, eseguito dai quattro singer sul proscenio, cominciando con un “pianissimo” che ha costretto i presenti all’assoluto silenzio (e a mettere da parte gli smartphone), arrivato al climax nel finale attraverso un crescendo pressoché impercettibile, segno di una tecnica vocale eccelsa. Nel bis, due “classicissimi” traditional che il pubblico aspettava: “Amen” e “Happy Days”, che dalle nostre parti sono stati resi famosi da due spot pubblicitari. Ballando e battendo le mani, i tanti presenti hanno decretato il trionfo di una ottima serata di musica.

Giovanni Di Pasquale

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