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Iglesias. Al Teatro Electra, il latin jazz del duo piano-percussionistico di Michele Sestu e Stefano Di Carlo

Spettacolo
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Il latin jazz rimonta quanto meno agli anni Cinquanta dello scorso secolo. In coda alla “bopmania” e condizionato in vario modo dal successo in terra statunitense dei ritmi del Caribe, più d’un jazzmen si fece attrarre dalla scansione delle musiche “diversamente” afroamericane, con risultati alternativamente fruttuosi. I nomi di Stan Kenton e Dizzy Gillespie sono, in tal senso, quelli più autorevoli ma, sotto un certo punto di vista, anche le fortunatissime incursioni di Stan Getz nel territorio della bossa nova potrebbero essere ascritte alla corrente latino-jazzistica.

Dentro una “stream” lunga quanto la storia del jazz moderno e contemporaneo corre “In My Mind”, nuovo progetto del pianista e compositore Michele Sestu, ispirato alle sonorità e ai ritmi dell’America Centrale reinterpretati in chiave jazzistica. Un viaggio tra suggestioni ed emozioni, in un libero fluire di intuizioni e idee musicali, incentrato sui brani originali scritti dall’artista per il duo “The Caribeasts”, che lo vede protagonista insieme al percussionista Stefano Di Carlo.

La loro performance, organizzata dall’Ente Concerti e da Pangea, è in programma sabato prossimo, 17 giugno, alle ore 21.30, al Teatro Electra.

Fin dal titolo, “In My Mind” rivendica la dimensione strettamente personale e la matrice autoriale che caratterizzano anche l’omonimo album: un’antologia che, in nove tracce, racchiude lo spirito di quest’avventura artistica: dall’apertura di “In My Mind”, appunto, a “Limbolumbia”, “Back to School”, “No More”, “Latin Nightmare”, “Waltz for You”, “Afrika”, “Verraco Loco” (l’unico pezzo firmato a quattro mani dai due musicisti) e “Bahamas”.

«Se suona bene nella mia mente, suonerà bene ovunque», come spiega Michele Sestu, è il principio che accomuna i vari pezzi, quasi un riflesso di una ricerca interiore, l’eco di un’intima risonanza che si trasforma in pensiero musicale, in note e accordi da interpretare sulla tastiera del pianoforte, in accenti da far vibrare su bongos e congas nello spazio di un concerto.

L’ispirazione è squisitamente musicale, la scrittura non scaturisce da un’idea astratta: «Io – racconta l’artista isolano – non decido di comporre. Quando tiro fuori un po’ di musica dal pianoforte, questa musica mi si presenta all’improvviso, come se l’avessi studiata da anni. Durante lo studio si accede a uno stato mentale che potrei descrivere come un misto di alienazione e noia. In questo stato succede che il subconscio si assopisca un po’, e dia spazio all’inconscio, il quale, a quanto ho potuto constatare in prima persona, è capace di attingere da una specie di banca dati globale, che appartiene a tutti e alla quale tutti noi abbiamo accesso, senza però saperlo. È come se quella musica di cui io divento l’autore in realtà esistesse già, in un mondo che non è il nostro mondo “fisico” al quale siamo tanto avvezzi. Gli abitanti di questo mondo parallelo mi regalano tanta bella musica». È ciò che si realizza in un «approccio compositivo – prosegue il pianista – frutto della mia ribellione alla composizione ragionata. Tempo fa ero un cultore della composizione frutto di studio e applicazione. Tuttavia la mia musica non mi piaceva, non sarei mai andato a sentire un concerto di mie composizioni. La musica che ottenevo applicando lo studio era sterile e distante dalla natura umana». Quanto al calembour, Sestu la mette così: «“The Caribeasts” si può tradurre come “i Caribisti”, ovvero: coloro che suonano musica caraibica. Può significare anche l’unione delle parole “Caribe” e “beasts”, ovvero: “le bestie dei Caraibi” ma la sua etimologia può anche derivare da “Caribe” e “East”, ovvero concernente qualcosa a Est dei Caraibi. Più precisamente: “un’isola a Est dei Caraibi”, in questo casola Sardegna».

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