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Basilio, una vita nel nome della libertà

Spettacolo
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Da mercoledì, da quando la notizia che Basilio – il cognome nel suo caso, come per fuoriclasse brasiliani del football, è superfluo – “is passed”, piovono da tutto il mondo sui social media messaggi di cordoglio e ricordi che celebrano il grande uomo di cultura che egli fu.

In lui l’importanza della bellezza – nello specifico, della bellezza della musica – per il progresso dell’umanità si è concretizzata nel rigore delle scelte, nel nome della purezza della cultura. Niente a che vedere con un concetto astratto, escludente, elitario: la purezza della cultura, nel suo operare in campo aperto nel territorio musicale, esigeva il massimo della contaminazione, a partire da quella con il mondo musicale della Sardegna. “Ai confini tra Sardegna e jazz”, il nome con il quale l’associazione Punta Giara battezzò il festival jazz di Sant’Anna Arresi, non era un marchio: era una dichiarazione programmatica che ha prodotto opere musicali di altissima pregnanza, anche con l’aiuto di musicisti “continentali” come lo specialista di launeddas Carlo Mariani, laziale di Cave, che ha redatto quello che, allora, era l’unico manuale per l’introduzione alla magica arte delle “lunghe canne”, fino ad allora dispensata dai maestri a pochi e scelti allievi “a boxi”. Una sigla, quella testé messa tra virgolette, che diede vita a produzioni originali in cui l’ancestrale strumento si sposava con ensemble prettamente jazzistici, con alterni risultati – il primo, nel 1999, faceva letteralmente accapponare la pelle – ma tutti nel segno del grande coraggio, non sempre compreso anche da sopracciliosi esegeti locali. Indimenticabile, tanto per dirne una, la scocciata reazione dell’imbrattacarte di un quotidiano regionale quando, l’anno prima, Basilio osò mettere sopra un palco, davanti a un anfiteatro stracolmo di pubblico incuriosito dall’estremo tentativo, una sezione di launeddas, i Tenores di Bitti e il quartetto di Ornette Coleman. La stessa operazione era andata in scena, qualche settimana prima, niente meno che a Umbria Jazz: lo scribacchino inviato da Cagliari “in partibus infidelium”, scandalizzato a causa della sua pochezza, vergò in fin di articolessa la frase solenne del censore, «i Tenores non si toccano».

11 13 BASILIO SULISFu in quella circostanza che conobbi Basilio, non che non lo conoscessi già, visto che ho frequentato il festival praticamente dall’inizio in quanto la mia passione per il jazz è iniziata praticamente insieme alla rassegna arresina. Ci sentimmo per telefono, per il tramite di un amico: gli spiegai che non ero per niente d’accordo con la stroncatura, che effettivamente l’incontro fra la libertà di Coleman e la rigida struttura del coro maschile si era rivelato impossibile – già qualcosa si era capito anche al Jazzino di Cagliari nell’autunno precedente – ma che con le launeddas l’aggancio c’era stato, eccome. Proprio come era accaduto qualche anno prima a Carbonia, quando a sorpresa il quartetto storico di Ornette Coleman aveva inglobato il grande maestro delle launeddas Luigi Lai con risultati, dal mio punto di vista, già incoraggianti.

Cito questo episodio personale perché credo che, in quella circostanza, Basilio abbia espresso un concetto fondamentale del suo operare nel campo della cultura e che, successivamente, mi abbia consentito di comprendere più a fondo l’essenza del jazz come terreno senza recinzioni, come in effetti è e come paradigma politico e sociale, dialettica fra il singolo – l’assolo – e la collettività – le jazz band: orchestra, small combo, trio ma anche il solo, nelle pause, nei rimandi, nei richiami, negli echi – che scioglie la tensione nell’accettazione dell’altro da sé che diventa sé. Nell’umano coesistere non vi è niente di diverso, voleva spiegare quel grande uomo. Alla fine, lo si è capito.

Proprio per questo motivo, credo, Basilio ha dato tanto spazio a quello che, con espressione frusta ma che è ormai entrata nel lessico universale, si continua a chiamare free jazz. Certo essa – è il titolo di un monumento della musica di tutti i tempi, l’ellepì Atlantic del doppio quartetto organizzato da Ornette Coleman, chi non l’ha mai ascoltato lo faccia, potrebbe cambiare opinione sulla musica, sulla mondo, sulla vita – si attaglia bene al suo modo di vedere le cose della vita. Non penso di avere mai conosciuto, infatti, una persona più libera di Basilio, più capace di una coerenza individuale scevra da condizionamenti che non provenissero dalla sua idea di stare al mondo. Ma ho capito, con il tempo, adesso più che mai che, in quella libertà fondata da Ornette nel suo disco-manifesto, egli abbia intravvisto un significante capace di raccontare sempre e comunque l’uomo nel tempo. Che la libertà del free jazz non sia la libertà dalla regola ma la regola della libertà. Nella libertà espressa, qualche anno dopo l’uscita dell’album di cui si parla, dai musicisti della cosiddetta “avanguardia di Chicago”, Basilio ha individuato il momento più alto della sua concezione culturale: un movimento di artisti che scrive un codice di libertà e lo porge alla disposizione del contesto in cui vive.

Basilio è nato a Carbonia e, a Carbonia, è cresciuto prima di insediarsi a Porto Pino e Sant’Anna Arresi, con la duplice attività di ristoratore ed operatore culturale. Mi ha raccontato, con la consueta sensibilità, una Carbonia che cambiava, lui giovanissimo, dopo la soluzione-ENEL del problema minerario: uomini e donne, che avevano sofferto il profondo disagio della progressiva fine dell’illusione mineraria, si trovavano improvvisamente e per la prima volta nella loro vita in uno stato di sicurezza economica. Non sempre con esiti positivi, al di là dell’aspetto del reddito e della fuoriuscita dallo stato di precarietà: coglieva, nel suo racconto, un aspetto antropologico di rara raffinatezza, che tanti intellettuali o pseudo-tali hanno più o meno volontariamente sempre lasciato, più che sullo sfondo, negli sgabuzzini della memoria. Nella narrazione approvata istituzionalmente e accademicamente, certe ricostruzioni non potranno mai trovare posto: ma Basilio non aveva conti da regolare se non con la propria visione della vita.

Di ciò, soprattutto, gli si deve essere grati.

Giovanni Di Pasquale

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