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Carbonia. Teatro. Dalla parte di Shylock, a Monte Sirai Montanari “assolve” il Mercante di Shakespeare

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Una delle precipue caratteristiche dei personaggi shakespeariani è la lussureggiante ricchezza di sfumature: quando il lettore o lo spettatore credono di averlo “afferrato” egli, il personaggio, torna a sfuggire ad un inquadramento o definizione, a qualsivoglia attività di “psicologia sistematica”: in questo le figure nate dalla penna del Bardo sono sempre – in particolare quelle “tragiche” – eminentemente e modernamente umane e nel lasciare in sospeso le domande pregnanti sul destino dell’essere uomo e della vita.

Shylock, l’ebreo del “Mercante di Venezia” è senza dubbio uno dei più significativi, assieme a Lear, Amleto, Otello, Macbeth, ma anche Angelo di “Misura per misura” o il Falstaff delle “Comari”. Forse addirittura il più complesso, soprattutto per l’uomo moderno e contemporaneo, perché egli assume su di sé, anche al di là del processo esegetico e in maniera piuttosto diretta, l’intera vicenda del popolo ebraico della diaspora emarginato e perseguitato, sempre periclitante nei diritti, perfino in quello alla vita stessa. Shakespeare, pur non rinunciando ad evidenziare il lato oscuro del mercante e la sua incapacità di non farsi travolgere dall’odio e dall’ansia di rivincita, dissemina il testo delle contraddizioni di un mondo che, nell’accostarsi al “giudeo”, pretenderebbe di rilucere di virtù – virtù cristiane, s’intende – laddove invece è per lo più travolto dal potere del denaro, per il quale non pretende interessi ma soggezione, sottomissione, sudditanza.00 00 b. Montanari web

Il testo del “Processo a Shylock”, curato da Tommaso Mattei e portato in scena attraverso un reading da Francesco Montanari, 

00 00 c. Moriconi Gori webcon le musiche dal vivo suonate dal clarinettista Nico Gori e da Massimo Moriconi al basso elettrico, nello spettacolo che, il 29 agosto ha chiuso il trittico di “Notti a Monte Sirai”, è andato con indubbio fiuto critico alla ricerca di queste tracce attraverso cui Shakespeare interroga il lettore e lo spettatore sulla parabola del “Merchant” e sulla natura dei suoi avversari. L’attore in principio ha tratteggiato i primi passi della trama di quella che è classificata come tragicommedia, “ad usum” degli smemorati o dei non conoscenti: partendo dallo stato di necessità di Bassanio, impelagato in un corteggiamento in cui gli tocca sfidare principi e nobili d’ogni contrada per avere il favore della bella e virtuosa ma, nondimeno, ricchissima ereditiera Porzia e già affogato dai debiti; dall’impossibilità di Antonio, già creditore del giovane amico, di provvedere alla somma, essendo egli, mercante, in attesa del ritorno di diverse navi impegnate nei commerci anche oltre oceano; dall’imbattersi dei due, alla ricerca di tremila ducati (equivalenti suppergiù a mezzo milione di euro d’oggidì) nell’usuraio Shylock, l’ebreo che presta il denaro a interesse, ciò che i cristiani aborriscono ma che ormai, di fatto, accettano, almeno ai tempi in cui fu scritta e andò in scena l’opera in argomento, al termine del XVI secolo, secolo di finanza, di banche, di tassi. Da questo punto è partita la “presa in carico” del Personaggio: il testo è costruito con brani tratti dal “Mercante” ed interpolazioni in cui Mattei ha, per un verso, come fermato l’azione, consentendo all’Ebreo di riflettere e chiarirsi e chiarire e fare riflettere chi ascolta la lettura; per un altro, ha proiettato la figura di Shylock in uno spazio atemporale nel quale lo si potesse cogliere in tutta pienezza nel suo essere archetipo di una faccia della violenza, quella che nasce dalla soppressione dell’umanità in una categoria di esseri umani, dall’estirpazione dell’animo umano da corpi di vittime compiutamente simili a quelli dei carnefici, del vuoto di causa in ciascuno di questi effetti se non l’ancestrale necessità del potere di maneggiare a proprio piacimento e bisogno un “Agnus” additato come per nulla divino quanto piuttosto sulfureo, luciferino. Infine inumano e, per ciò stesso, oggetto di un processo di reificazione, come ben si vedrebbe, se solo si voglia aprire gli occhi, in ciascuno degli sconosciuti che affollano le torme, le moltitudini che attraversano il mondo contemporaneo, spesso per finire, “cose”, nella disponibilità dell’uso e del consumo dell’altrui spietata avidità.

Shylock, insultato da sempre da questo Antonio, che lo addita al disprezzo del mondo e, soprattutto, del mondo degli affari, da questi è adesso richiesto di accettare la sua garanzia per così ingente prestito per l’amico spendaccione: perché no? Già, ma non alle condizioni dell’Ebreo: alle condizioni dell’Ebreo sarebbe solo una questione di denaro ma il denaro, a Venezia, non è più uno strumento di commercio. Venezia, in quella Venezia potenza commerciale di un mondo che guarda ormai a Occidente e che cerca una via per il lontano Oriente che prescinda dalla “dogana” del Turco, considera il denaro come strumento di potere degli oligarchi che dominano la repubblica e ne piegano la politica ai propri interessi, sempre più volti all’entroterra, alle certezze della proprietà fondiaria e alle proprie ville “palladiane” di cui, probabilmente, la dimora di Belmonte, in cui l’avvenente e facoltosa Porzia gioca con i suoi spasimanti d’alto lignaggio, potrebbe essere un modello. Lontani dai “traffici” ma non dal potere della ricchezza. Bassanio, sull’orlo della bancarotta, non per nulla fa intendere ad Antonio che restituirà tutte le somme da lui avute appena avrà piegato il cuore della donna e ne sarà divenuto marito e “dominus”: «A te, Antonio, io sono debitore/ di danaro e d’affetto, più che ad altri,/ e dall’affetto tuo traggo il coraggio/ di rivelarti tutti i miei propositi/ e i progetti intesi a liberarmi/ di tutti i debiti da me contratti» (atto I, sc. I, trad. di Goffredo Raponi), e si veda come il «denaro» e l’«affetto» si mescolino tanto nell’amicizia quanto nell’amore, perversione dei sentimenti.

Le condizioni dell’Ebreo, nonostante l’ingente somma di denaro che gli si chiede, sono di tutt’altro carattere: non è all’interesse finanziario e personale che punta, punta – nel senso che letteralmente scommette – piuttosto sul crollo finanziario di Antonio: è ben a lume del fatto che la sua “solidità” viaggi sulle “ragusine”, le grandi imbarcazioni commerciali veneziane, quasi evoca il fortunale, il gorgo, la secca – «[…] le navi non son che tavolame,/ e gli equipaggi non sono che uomini./ Vi son topi di terra e topi d’acqua,/ come ladri di terra e ladri d’acqua,/ ossia pirati; in più ci sono i rischi/ delle acque, dei venti e degli scogli…» (c.s.). E dunque non il denaro del debitore cristiano egli richiede ma la sua carne, appena una libbra – mezzo chilo all’incirca – come penale della mancata restituzione dei tremila ducati. Carne e denaro si fondono così insieme come significante della suprema sfida dell’oppresso all’oppressore: sfida che è una figura poliedrica, nasce dal desiderio di vendetta, di più, è rivendicazione del diritto alla vendetta, consentito al cristiano e negato all’ebreo, diritto all’uguaglianza, dunque, fondamento di una società democratica ben al di là da venire.

La sfida però, ancora una volta, è persa perché la legge, come sempre, è stata scritta dal più forte affinché il debole non possa che soccombere: la tracotanza di Shylock, di fronte al naufragio dei vascelli e all’insolvenza di Antonio, nel non volere denaro ma carne, il suo farsi da usuraio a carnefice, si trasforma in una hybris punita non già dagli dei, bensì un’altra tracotanza di altri uomini che trasforma la loro giustizia somma in “summa iniuria”, nell’impossibilità di uno “ius”, dunque, capace di garantire l’uomo nella sua universalità.

Nel “Processo”, Shylock è assurto ad emblema dell’uomo negato: una condizione che solo da qualche tempo e con grande fatica non è più eticamente presa in considerazione come “possibilità” della vita di esseri umani, ancorché sia ben presente e radicata ai quattro angoli della terra e che, per secoli e secoli, è stata invece un pilastro dell’organizzazione socio-economica. Francesco Montanari ha assecondato i vari passi della lettura con intensità calibrata e misura di tono, sapientemente bilanciandosi sui binari del testo e delle interpolazioni, anche nei perigliosi passaggi in cui l’enfasi del “classico” avrebbe potuto offuscare il nitore espressivo. Guardando la storia del mondo dalla parte di Shylock, il suo Mercante di Shakespeare è un uomo che si carica sulle spalle di vecchio ebreo il male che la sua “tribù”, il suo popolo ha sopportato nella storia, per riscattarlo con una libbra di odiosa carne cristiana che, tuttavia, non avrà mai: sconfitto negli affetti e negli averi dalla sua hybris ma infine “assolto” per la sua strenua volontà di rivendicarsi uomo.

Giovanni Di Pasquale
(foto di Sergio Carozza)

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