L’edizione numero dodici di Notti a Monte Sirai, proposta dell’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e lo Spettacolo, con il contributo di comune, regione e Fondazione di Sardegna, arriva nell’anno più difficile, dal dopoguerra ad oggi, per il mondo delle spettacolo. La risposta è di alto livello e scriverlo è come quasi un tirare un sospiro di sollievo, come quando tutto sembra finire nella tenebra e, dal buio, si fa spazio finalmente una luce. Ecco dunque che questa luce, nell’anfiteatro prossimo alle vestigia fenicio-puniche, è pronta ad illuminare tre pregevoli proposte, la prima delle quali è in programma questa sera, alle ore 21.30, e vede come protagonisti i quattro music-attori più folli e surreali del panorama nazionale:
la Banda Osiris propone infatti il suo “Quarant’anni suonati”, che nasce da un volume dato alle stampe in occasione del quarantennale della formazione dell’ensemble: Sandro Berti e Gianluigi Carlone, voce, sax, flauto, Roberto Carlone, trombone, basso, tastiere e Giancarlo Macrì, percussioni, batteria, basso-tuba, diplomati in conservatorio ma ben presto stanchi del repertorio accademico, proprio nel 1980 crearono infatti la Banda, fortunatissima espressione di un mondo in cui si gioca seriamente a dissacrare, mescolare, intrecciare, tagliare e cucire, abbattendo i muri per abbracciarsi, classica e rock, jazz e canzonetta. «Prendendo spunto dall’omonimo libro – così gli organizzatori – la Banda Osiris trasforma le pagine scritte in un viaggio musical-teatrale ai confini della realtà. Con l’abilità mimica, strumentale e canora che li contraddistingue, i quattro protagonisti si divertono con ironia a elargire provocatori consigli: dal perché è meglio evitare di diventare musicisti a come dissuadere i bambini ad avvicinarsi alla musica, da quali siano gli strumenti musicali da non suonare a come eliminare i musicisti più insopportabili. Attraverso musica composta e scomposta, musica da camera e da balcone, Beatles e Vasco Rossi, la Banda Osiris tratteggia il ritratto impietoso della figura del musicista: presuntuoso, permaloso, sfortunato, odiato, e, raramente, amato».
Il 21 agosto, sarà un venerdì, è la volta di una delle beniamine del pubblico di Carbonia, al quale ha più volte regalato intense e brillanti performance.
Lella Costa porta in scena “La vedova di Socrate”, testo che Franca Valeri, fresca del centesimo compleanno, interpretò nel 2003 su invito di Giuseppe Patroni Griffi, il quale lo elaborò liberamente dal lavoro di Friedrich Dürrenmatt “La morte di Socrate”. Fra Franca e Lella vi è quasi un passaggio di testimone: è stata infatti la prima ad invitare la seconda a riprendere il monologo, concentrato di ironia corrosiva e analisi sociale, rivendicazione disincantata e narrazione caustica, ambientato nella bottega di antiquariato ed oggettistica di Santippe, la moglie del filosofo tramandata dagli storici come una delle donne più insopportabili dell’antichità: «Mi incuriosiva l’idea di sfatare questa leggenda che Santippe fosse solo una specie di bisbetica – ha raccontato Franca Valeri – ed io ne ho fatto una moglie come tante, con una vita quotidiana piena di alti e bassi, una donna intelligente che del marito vede anche tanti difetti». Lo spettacolo è una produzione del Centro Teatrale Bresciano con l’Istituto Nazionale del Dramma Antico.
Il terzo ed ultimo spettacolo, in cartellone sabato 29 agosto, è “Processo a Shylock”, produzione di Aida Studio e Khorateatro, testo, da Shakespeare, di Bianca Melesecchi,
interpretato da Francesco Montanari: per l’accompagnamento musicale, con lui, uno dei migliori esponenti della scuola attoriale italiana degli ultimi anni, Nico Gori ai saxofoni e al clarinetto e Massimo Moriconi al contrabbasso, al basso elettrico e alla chitarra basso. Chiaro il riferimento a “The Merchant of Venice” e a una delle più colossali figure disegnate dal Bardo, l’ebreo Shylock il quale, spinto dalla brama di vendetta contro il mondo degli “altri” che lo disprezza, finisce per perdere tutto, beffato e umiliato perfino dagli affetti familiari. «Shakespeare ci regala un formidabile affresco della natura umana – così nella presentazione – e il mondo che ci sembra così equilibrato, chiaramente diviso in buoni a malvagi, colpevoli e innocenti, eletti e reietti, mostra le sue crepe e si rivela fragile, precario e relativo. Allora come oggi, ci sfugge la radice più profonda della felicità, distratti come siamo a preoccuparci di una sopravvivenza che vorremmo eterna, e ci troviamo a combattere con gli inferni di guerra, sopraffazione e vuoto che noi stessi abbiamo creato. Solo rinunciando alla tentazione di fermare la vita con l’acquisizione di labili certezze, si riesce ad abbracciare il senso profondo dell’opera: una grande tenerezza per la feroce ma anche disarmata lotta per l’esistenza che accomuna tutti e dunque la profonda necessità della tolleranza e del rispetto reciproci che tutti i personaggi della vicenda sembrano ostinatamente voler rifiutare».
Giovanni Di Pasquale