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Sant’Anna Arresi. Dal 31 agosto al 6 settembre “Ai confini tra Sardegna e jazz” con Franco D’Andrea e Shakaba Hutchings

Spettacolo
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C’era un festival che era già pronto, a dicembre, anzi: già pensato a rassegna 2019 in corso, ce ne aveva parlato Basilio Sulis. Un omaggio a Cecil Taylor, artista che, oltre che nella storia del jazz, ha lasciato il segno anche a Sant’Anna Arresi, nel 2003.

Poi è arrivato il VentiVenti, anno bisesto e funesto e, fra le tante cose andate al macero o messe da parte “ad maiora” c’è stato pure “quel” festival ma per fortuna non “il” festival: a un programma non più realizzabile, si è sostituito un altro, facendo di necessità virtù, perché si deve sempre salvare il salvabile. Ed è un programma, quello messo insieme dall’associazione Punta Giara per il XXXV Festival Internazionale “Ai confini tra Sardegna e jazz”, di tutto rispetto anche perfino a prescindere dalle strettoie del COVID-19. Voci tutt’altro estemporanee parlavano un anno “bianco”, per la prima volta in sette lustri di storia o, in alternativa, di un recupero “indoor” a fine anno: la tenacia di Punta Giara ha avuto la meglio su tutto e tutti e adesso, dal 31 agosto al 6 settembre, toccherà al pubblico fare onore a chi neppure oggi si arrende a una stagione senza “Sant’Anna Arresi Jazz”.

«In questi mesi – si legge nella relazione introduttiva al programma del festival – come il ritmo incessante dell’acqua nel fiume, la musica non si è fermata, i live sì, quelli si sono fermati; la musica, l’arte, la fantasia: quelle no, nessuno potrà mai fermarle. E così neppure l’associazione Punta Giara si è fermata, ha fatto tesoro di questi giorni inconsueti che la vita ci ha messo davanti e ha stravolto il suo modo di fare e organizzare la sua kermesse musicale, prendendosi del tempo per fare alcune considerazioni sul suo futuro. È emerso che il festival è vivo più che mai, vuole crescere, cambiare, andare avanti e guardare al futuro anche se, a volte il futuro è indecifrabile. La pandemia ci ha insegnato l’instabilità, l’incertezza e noi abbiamo deciso di ballare su questo filo e non pensarci più. Ci piace danzare, cercare nuovi equilibri e come esperti ballerini abbiamo ripreso la nostra danza sopra questo mondo, cercando di evitare gli ostacoli più duri, nascondendo la fatica con un sorriso e cercando nuovi passi e nuove combinazioni».

L’esordio della rassegna, presentata stamane all’ExMà di Cagliari, avrà luogo alle sette del pomeriggio dell’ultimo giorno di agosto sulla spiaggia di Is Solinas, risultato della rinnovata collaborazione fra Punta Giara e l’amministrazione comunale di Masainas: lo scandinavo Mats Gustafsson [nella foto], baritonsaxofonista (non disdegna tuttavia i sax soprano, tenore e basso) assai attivo sul versante più radicale del nuovo free jazz, aggiunge un’altra partecipazione alle tante già collezionate sulla piazza del Nuraghe e anche in riva al mare. Alle 22, sarà invece sul palco di Sant’Anna Arresi per duettare con il vocalist e manipolatore di live electronics viennese Christof Kurtzmann: coppia collaudata, questa che, come ha scritto Nicola Negri, «si mantiene su coordinate apertamente sperimentali, con ampi affreschi elettroacustici che si sviluppano su variazioni timbriche impercettibili e ipnotiche iterazioni ritmiche. Un panorama musicale irrequieto e affascinante, con incursioni inaspettate nella forma canzone, dove la sorprendente voce di Kurzmann guida la musica verso atmosfere crepuscolari e struggenti».

Dal 1° settembre, l’inizio dei concerti in piazza del Nuraghe, due set a serata, è fissato per le ore 21. Si inzia con “Musho”, Alexander Hawkins al piano e la voce di Sofia Jernberg. Il primo, anch’egli elemento di spicco dell’area radicale – non si è fatto mancare collaborazioni con musicisti di estrazione AACM come Nicole Mitchell e Tomeka Reid, oltre che che il connazionale Evan Parker – ha già calcato più volte le tavole del festival; la cantante, etiope che vive da tempo fra Oslo e Stoccolma, esordisce invece con uno strumento duttile e disposto all’esplorazione estemporanea. Il progetto è costruito sulla comune passione per la musica etiope, da entrambi indagata entrando a contatto con esperti musicisti dell’antico paese del Corno d’Africa. Per il secondo set in programma una produzione originale che vede sul palco Hamid Drake [nella foto], batterista nonché storica presenza del festival, con Alfio Antico e Alberto Balia. Di Drake non si deve spendere una parola di più che non sia il dire che si tratta probabilmente del numero uno della batteria, certamente nel nel novero che sta sulla punta delle dita di una mano: Sant’Anna Arresi, paese che è stato teatro di innumerevoli indimenticabili performance, potrebbe a buon diritto farlo cittadino onorario. La presenza di due musicisti di impronta etnica nel trio non fa che accrescere l’attesa per l’esibizione, perché Drake, nel suo smisurato eclettismo, ha una indiscussa affinità con il genere. Anche di Alberto Balia [nella foto] non c’è granché da dire, in quanto, oltre ad essere un “enfant du pays”, è tra i musicisti sardi più conosciuti oltre Tirreno (ne fummo testimoni qualche anno fa, chiacchierando con dei musicisti in un jazz club di Firenze), in virtù di innumerevoli collaborazioni non raramente in ambito jazzistico. Quanto ad Alfio Antico, percussionista siciliano (possiede più di settanta tamburi che ha costruito e magnificamente intarsiato da sé), va detto che si tratta un artista che, partendo dalla musica dei luoghi in cui è nato e cresciuto – l’entroterra siracusano – ha poi ingaggiato un vero e proprio “corpo a corpo” con le musiche più svariate, uscendo anche dall’ambito strettamente etnico ma senza mai snaturarsi nelle melasse indistinte della cosiddetta “world music”.

Per il 2 settembre sono previsti sul palco due set davvero intriganti. Comincia la “Pinocchio Parade”, ideata e musicata da Giancarlo Schiaffini [nella foto], uno dei nomi storici del jazz d’avanguardia italiano ed europeo. Specialista in primis del trombone e, in ulteriore battuta, dell’euphonium e del basso-tuba, nonché dei live electronics, ha legato il suo nome alla prima formazione italiana ad aver abbracciato il verbo della new thing, il Gruppo Romano Free Jazz che annoverava anche l’altosaxofonista Mario Schiano, il contrabbassista Marcello Melis e il batterista Franco Pecori. Parecchie delle migliori avventure del jazz creativo del nostro paese lo ha visto come protagonista o comunque in prima fila: ci piace qui citare l’Italian Instabile Orchestra. Quanto a “Pinocchio Parade” si tratta di una rilettura delle avventure del burattino inventato da Collodi, la favola italiana più conosciuta al mondo. Consiste in un progetto a più voci, nato qualche anno fa: la musica originale è, come detto, di Schiaffini; le immagini sono frutto della fantasia di Cristina Stifanic, artista visuale di origine croata ma di nazionalità italiana che lavora spesso sulla contaminazione di linguaggi del mondo dei mass media; l’animazione e il montaggio sono di Ilaria Schiaffini, docente universitaria di storia dell’arte contemporanea, che ha già curato anche in passato l’aspetto visivo di performance musicali. La musica è improvvisata dal vivo, con trombone e “manovre” elettroniche su una base registrata. A seguire, ancora un ensemble d’impronta “radicale”, con Mats Gustafsson che, nel quartetto MTMT, si accompagna alla “estremista” danese del saxofono contralto Mette Rasmussen, al muscolare contrabbassista norvegese Ingebrigt Haker Flåten, al batterista australiano di stanza in Francia Will Guthrie, dal singolare drum set e “diavolerie” elettroniche che ne assecondano un’ispirazione che passa dal delicato puntillismo alle ampificazioni estreme.

A metà del guado, il 3 settembre, è il momento della stella indiscussa, a parere di chi scrive, dell’edizione 2020: Franco D’Andrea [nella foto], che delizierà gli appassionati del piano jazz con due set – il secondo è programma due giorni dopo. Tratteggiare brevemente la figura del pianista meranese significa sfidare l’impossibile. È stato infatti protagonista del jazz italiano e poi europeo a partire dagli anni a cavallo fra i Sessanta e Settanta, dando vita a una serie di avventure che segnano tappe importanti della vicenda nazionale e continentale. Il suo stile è improntato alla capacità di incontro con le altrui ispirazioni, come nelle più vive e vitali esperienze del jazz contemporaneo: ritmicamente mai scontato, sempre ricco di sorprese, attento alle raffinatezze armoniche e mai dimentico che la melodia, la cantabilità è pur sempre sangue che scorre e scorrerà nelle vene della musica italiana. Nel primo dei due set affidatigli dalla direzione artistica del festival, salirà sul palco con il New Things Trio: «Nome coniato probabilmente – così lo presenta la direzione artistica del festival – in malcelato omaggio all’espressione che storicamente è stata l’equivalente del genere “free jazz”. Una nuova tappa dell’instancabile percorso del pianista, sempre alla ricerca di nuove sfide, che con Mirko Cisilino alla tromba ed Enrico Terragnoli, alla chitarra e all’elettronica, mette a confronto voci insolite ed esperienze disparate. Come suo costume, D’Andrea detta segnali e richiami mediante frammenti melodici e tematici, cupe figure ritmiche sulle ottave basse, frasi brevi ma eloquenti. Nella poetica applicata con questo trio si ritrovano in nuce i capisaldi della sua concezione pianistica e compositiva. Ellington, per la pregnante stringatezza delle frasi introduttive. Monk, per la frammentazione e la disarticolazione asimmetrica delle strutture. Tristano, per il lavoro approfondito sul registro grave e la costruzione di possenti linee di basso. Emergono poi il sostrato del blues e il retroterra di New Orleans. In questo contesto Cisilino si rivela interlocutore molto efficace in virtù di una vasta gamma espressiva, in cui confluiscono l’eredità delle avanguardie afroamericane, la consapevolezza della tradizione, specie nell’uso molto «ellingtoniano» della sordina, e un ampio spettro timbrico. Per parte sua, Terragnoli agisce con discrezione in veste di sonorizzatore mediante un impiego anticonvenzionale – prevalentemente in chiave ritmica e coloristica – della chitarra e dei supporti elettronici (una piccola tastiera Casio collegata alla pedaliera). Grazie anche all’ottima intesa del trio le combinazioni sonore abbracciano una ampia gamma di riferimenti, dal jazz classico dei primi pionieri all’Africa, abbracciando la musica del Novecento»

Il secondo set sarà invece tutto per Arthur Joseph con la “special guest” Shabaka Hutchings: «La presenza di quest’ultimo artista al festival – spiegano gli organizzatori – ci inorgoglisce tanto, perché si tratta di una presenza ubiqua e funambolica della new wave del jazz britannico, che si sta esprimendo al massimo della creatività tra due tendenze non per forza di cose inconciliabili, da un lato un’attitudine sperimentale e retro-futurista che ha molte connessioni con la club culture e il dancefloor, dall’altro una ricerca ancestrale che guarda alle radici africane e caraibiche, con in mezzo le diramazioni più disparate». Effettivamente Hutchings, londinese di nascita ma originario delle Barbados, si va rivelando figura di spicco di quella generazione di musicisti britannici, oggi maturi e consapevoli, che sta portando il jazz a riallacciare il filo con le altre musiche popolari afroamericane, abbattendo così gli ultimi steccati per il riavvio di un dialogo che sta già portando, anche sull’altra sponda dell’Atlantico, a risultati di eccellenza assoluta e promette di imprimere una svolta decisiva al futuro delle musiche afroamericane e della musica tout court. Così pure Anthony Joseph, leader della band che ospita il sax di Hutchings il quale, partito dal calypso e dalle musiche dei Caraibi della sua Trinidad & Tobago, si è successivamente connesso alle altre correnti della musica neroamericana, per un prodotto che mantiene una profonda impronta ritmica e porta a compimento una semina che sia annuncia feconda per gli anni a venire.

Il 4 settembre il programma prevede il Jacky Terrasson Trio “53” con Jacky Terrasson [nella foto] al piano, Sylvain Romano al basso e Lukmil Perez alla batteria. «Con uno stile – spiegano gli organizzatori – tecnicamente perfetto, Terrasson abbina la tradizione modernista europea (ascoltandolo possono a volte venire in mente Debussy e Ravel) e l’alta scuola dell’improvvisazione pianistica jazz, in linea con una tradizione che da Art Tatum arriva a Bill Evans. Ciò che sorprende nel suo modo di suonare sono l’improvvisa comparsa di citazioni e trame fantasiose, il senso naturale del ritmo e un dinamismo fuori dal comune». Concluderà la serata un set che promette scintille: il duo Alexander Hawkins - Mette Rasmussen.

Franco D’Andrea apre con un attesissimo piano solo la penultima serata, cui seguirà l’altrettanta attesa esibizione del trio “The Comet is Coming” [nella foto] guidato da Shakaba Hutchings: «Una serata di tutto rispetto – spiega la direzione artistica – non solo per l’importanza degli artisti che calcheranno il nostro palco ma anche per le difficoltà che, in questi tempi di pandemia, si sono incontrate per riuscire a fare approdare in terra sarda questi artisti». Il combo è formato dal tastierista Dan Leavers, soprannominato Danalogue The Conqueror e specializzato nei sintetizzatori analogici, dal batterista Betamax, al secolo Max Hallett e soprattutto dal sassofonista. La band è venuta alla luce praticamente per una coincidenza: una sera Hutchins è andato ad ascoltare i Soccer96, il duo formato da Hallett e Leavers, finendo, attratto dalla loro musica, per salire sul palco e suonare con la coppia: non è passato molto tempo che il trio entrasse in sala d’incisione. «Definire la musica dei “The Comet is Coming” – ha scritto Giovanni Ansaldo su internazionale.it – non è facile. Se è vero che ci sono diversi elementi tipici del jazz nei loro brani, il sintetizzatore di Danalogue e la batteria di Betamax virano spesso verso l’elettronica, l’hard rock, il grime, mentre il sassofono di Hutchings conserva una certa spiritualità ancestrale, evocando l’afrobeat di Fela Kuti e il John Coltrane di “A love supreme”».

IL 6 settembre calerà il sipario sulla edizione numero 35 del festival arresino. Si inizia, come il giorno prima, con un assolo di pianoforte, affidato a Terrasson, mentre la conclusione sarà affidata ai Roots Magic [nella foto], massiccia band formata da Alberto Popolla al clarinetto, Enrico De Fabrittis al sax, Gianfranco Tedeschi al basso e Fabrizio Spera alla batteria. Una proposta, quella del quartetto italiano, che ha l’obiettivo, decisamente conquistato, di intrecciare il blues “classico” di figure chiave del calibro di Charlie Patton, Skip James e Blind Willie Johnson con il jazz “creativo” degli anni Sessanta e Settanta, con riferimento in particolare a Charles Tyler e Marion Brown fono a John Carter, Julius Hemphill e Roscoe Mitchell: strada certo agevolata dalle ampie e riconosciute connessioni fra blues, new thing e free jazz ma che certamente Roots Magic (la “magia delle radici”) è capace di coniugare, come già si è visto in una precedente edizione della rassegna, con idee chiare e senza facili strizzate d’occhio, ma con rigore di stile e robusta espressività.

«Ci teniamo a sottolineare – chiarisce infine l’organizzazione – che tutti i concerti si terranno nello stretto rispetto delle norme anti-Covid19 e che l’associazione Punta Giara sarà particolarmente attenta alla gestione del festival, in vista della tutela della salute di ciascun partecipante sia esso artista o gradito spettatore».

Giovanni Di Pasquale

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