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Carbonia. Con “La luna e i falò” Andrea Bosca porta a teatro il mondo di Pavese

Spettacolo
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Terzo “step” per la prosa, domani al Teatro Centrale, nell’ambito del cartellone firmato Cedac. In programma, con inizio alle ore 20.45, “La luna e i falò”: sul palcoscenico Andrea Bosca (a sinistra nella foto), alle prese con l’adattamento originale che ha curato insieme a Paolo Briguglia (a destra nella foto), che dello spettacolo è anche regista.

Non si tratta dunque di un testo teatrale: fu scritto da Cesare Pavese nel breve volgere di cinquantatré giorni, fra il settembre e il novembre del 1949, ed uscì nell’aprile del 1950, poco prima che, fresco di premio Strega, lo scrittore di Santo Stefano Belbo si togliesse la vita con i barbiturici nella stanza di un albergo di Torino. È dunque l’ultimo lavoro di Pavese, come anch’egli aveva sottolineato nel suo diario, indicando nella “Luna e i falò” il chiudersi di un “cerchio” narrativo ed autobiografico, un punto d’arrivo, la realizzazione, potrebbe dirsi di un ciclo cominciato con “Il carcere” in ambito naturalistico e conclusosi in un terreno in cui la “realtà simbolica” si libera delle catene “ideologiche” del neorealismo, in un tentativo riuscito di sintesi fra i due estremi, natura e simbolo per l’appunto.

Suddiviso in trentadue capitoli piuttosto brevi che chiudono la narrazione al terminare di ciascuno di essi, il romanzo si dipana su un canovaccio semplice e chiaro fin dall’inizio: il protagonista, che è anche l’io narrante, è Anguilla, tornato al suo paese nelle Langhe dopo il 25 aprile 1945, dopo una lunga emigrazione in America. Il suo è una specie di pellegrinaggio nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, accompagnato da Nuto, il suo amico di quei tempi. Trovatello affidato a una famiglia di contadini che vivono in miseria e che da quell’affido ricevono una piccola indennità mensile, il bimbo conosce presto gli stenti e la durezza della vita nei campi: il presente è invece caratterizzato dalle difficoltà post-belliche e dalle ferite che la guerra, soprattutto civile, ha inferto negli animi dei superstiti.

«Tutta la profonda materia del romanzo – spiegano Bosca e Briguglia – ci è parsa di una attualità impressionante, perché disegna attraverso i personaggi e i temi che lo popolano, argomenti di cui abbiamo bisogno di parlare e che ancora ci riguardano: identità, bene comune, fratellanza, senso di appartenenza ad una comunità più ampia. Attraverso il suo protagonista il romanzo parla di quel ritrovarsi adulti, cresciuti, uomini eppure imperfetti, fuori posto, anche tornando nei luoghi che immaginiamo di conoscere come le nostre tasche. Il racconto si sdoppia tra il ricordo e la perdita, l’appartenenza e l’illusione, l’infanzia e la consapevolezza dell’età adulta, rassegnata e nichilista. Lì dove tutto è fermo, tutto è mutato: la luna c’è per tutti eppure qualcosa manca sempre».

Giovanni Di Pasquale

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