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Carbonia. “La cena delle belve” ha aperto fra ampi consensi la stagione di prosa targata Cedac

Spettacolo
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Negli Stati Uniti si usa dire che i grandi cantanti e i grandi attori potrebbero cantare o recitare l’elenco telefonico e strappare comunque l’applauso. Epperò una bella canzone o un bel testo, di tanto in tanto, non guastano.

Lo si dice perché l’ottima compagnia vista sulle tavole del Centrale all’esordio della prosa proposta dal cartellone Cedac giovedì scorso ha avuto i suoi applausi strameritati, va detto, anche in virtù di un testo a dir poco perfetto: per meccanismi, per lingua e pure per aderenza ai “tempora” e “ai “mores” di ciceroniana memoria. Insomma, quando si dice: un orologio svizzero.

“La cena delle belve”, produzione di Ginevra Media Production e Centro d'Arte Contemporanea Teatro Carcano, in collaborazione con Festival di Borgio Verezzi, è senza meno uno dei lavori più belli visti in città negli ultimi anni. Il testo – non si può non partire da questo dato – è opera, come si è scritto presentando lo spettacolo, di un autore armeno che in Francia, come non pochi dei suoi connazionali, a seguito della diaspora causata dalla persecuzione turca, ha trovato fortuna. Vahè Katcha ha scritto poco per il teatro, ma “Le repas de fauves”, “Il pasto delle belve”, già eletto a plot per un film negli anni Sessanta del secolo scorso, ha trovato recente fortuna a teatro in Francia e negli ultimi anni in Italia, grazie all’intraprendenza dell’attore Gianluca Ramazzotti, nel cast della commedia vista a Carbonia.

Ha convinto un grande della scrittura cinematografica nazionale, Vincenzo Cerami – sceneggiatore della “Vita è bella”, nondimeno – che, pure già minato dal male che l’avrebbe assai presto condotto alla morte, non ha rifiutato di tradurre un testo che, evidentemente, aveva trovato tutt’altro che trascurabile, e ne aveva ben donde.

Già la traduzione del titolo sembrerebbe occhieggiare ad un'altra celeberrima “cena” teatrale: quella che, raccontata in un testo teatrale di Sem Benelli: fortunato illo tempore, lavorato per il cinema in bianco e nero a dare lustro ad una gloria del grande schermo che fu, Amedeo Nazzari, che poi lo portò, antagonista uno strepitoso Giancarlo Sbragia, nella tivù degli anni Sessanta. Era “La cena delle beffe”, con il suo famoso passo, che Nazzari riportò, tanto era conosciuto, nella réclame di un liquore aperitivo: “E chi non beve con me, peste lo colga!”. Anche in quel testo, come in quello di cui si parla, crudeltà si somma a crudeltà: ma se nella “Cena” va in scena il duello tra due fratelli, nel “Pasto” si rappresenta un campo di battaglia che seppellisce rapporti umani sedimentati e consolidati nelle sabbie mobili dell’ipocrisia.

L’intreccio ideato da Katcha si situava nella Parigi degli anni Quaranta occupata dalle truppe tedesche. Cerami lo ha portato nella “Roma città aperta” che soffre il tallone nazifascista dopo l’armistizio di Cassibile e la fuga del Savoia verso Sud per evitare la sicura vendetta dell’ex alleato teutonico. Un gruppo di amici si è dato appuntamento per festeggiare il compleanno della moglie di un rivenditore di libri antichi: gli invitati arrivano alla spicciolata, in modo che il pubblico possa inquadrarne le peculiarità: un espediente, questo, che sarà ben utile nel consentire allo spettatore di misurare i rovesciamenti semantici all’esplodere della situazione. La coppia dei padroni di casa è l’immagine della canzone di fine anni Trenta “Mille lire al mese”: lui, Vittorio, conduce una libreria antiquaria, che consente una vita senza grandi slanci in pace e in guerra; lei, Sofia, è appunto la “mogliettina semplice e carina” che bada all’economia domestica, dall’avvenenza misurata ma non sepolta dal tran tran coniugale. Gli ospiti descrivono una varia umanità: il Dottore, un medico che non nasconde i propri favori per gli occupanti; Vincenzo, professore di filosofia dalla raffinata ironia prossima al disilluso sarcasmo; Pietro, ufficiale del Regio Esercito che l’8 settembre ha combattuto a Porta San Paolo, il primo episodio della Resistenza italiana al nazifascismo, perdendo la vista nel conflitto a fuoco; Francesca, giovane vedova il cui consorte è stato ucciso dai tedeschi e che simpatizza per la Resistenza; Andrea, industriale o forse solo commerciante – l’aspetto non è stato chiaro ma senza alcuna implicazione con l’azione –  dell’acciaio che traffica con i tedeschi senza alcun ritegno e, per tale sua “virtù”, arriva a cena con una valigia piena di ogni ben di Dio alimentare, roba che in tempo di guerra manco alla borsa nera.

Finita la cena, nelle strade prospicienti il palazzo in cui si svolge la festicciola due ufficiali tedeschi vengono trucidati. Il comandante del manipolo delle SS giunto sul luogo decide per una rappresaglia assai sbrigativa: dieci italiani per ognuno degli uccisi, da prelevare negli appartamenti dello stabile a due a due. Entrato nell’appartamento di Vittorio, riconosce in lui il proprietario della libreria che anch’egli, appassionato di classici e libri antichi, ha frequentato non di rado. Herr Kaubach decide così di usare un trattamento “di favore” per il conoscente e i suoi commensali: mentre lui andrà a compulsare la prestigiosa biblioteca di casa, saranno essi a decidere chi di loro dovrà consegnarsi come ostaggio delle Schutzstaffel.

Kaubach è evidentemente un raffinato cultore del sadismo: come potrebbe una affiatata congrega di amici prendere una siffatta decisione? E, infatti, in prima battuta, nel gruppo sembrerebbe prevalere l’idea di lasciare comunque alle SS la decisione ma, nel gruppo, c’è Andrea: è lui a spezzare il cerchio dei convenevoli, a dare la stura al peggio, a rompere la finta solidarietà di amici che, nel trascorrere della trama, amici non sono più.

Andrea non vuole morire e, a poco a poco, impone la sua logica, dapprima disprezzata, al gruppo. Non sa che farsene della logica umanitaria: cerca di strappare impegni a consegnarsi a ciascuno dei presenti, vanamente ma non senza impegnarsi allo stremo. Effettivamente è il dominus della scena, laddove gli altri, vergognandosi di essere in preda a pulsioni siffatte, cercano inutilmente di allontanare l’istinto di conservazione che invece Andrea manifesta senza remore.

Insomma: nel volgere del tempo a cavallo fra i due atti, non v’è sentimento, rapporto, reciprocità che non sia danneggiata dalla lotta che, minuto dopo minuto, si scatena fra gli amici ormai destinati ad essere ex. Un disfacimento che non risparmia niente, rapporti coniugali, di amicizia, storie personali, dignità individuali e professionali. All’approssimarsi della decisione intorno a chi dovrà essere preda della rappresaglia, ciascuno dei sette amici non rinuncia a dare il peggio di sé, pur di salvare la pelle: e quando, in limine, Herr Kaubach, al colmo del suo nazi-sadismo, si ricorda di avvertire che i possibili ostaggi sono salvi perché il presunto attentatore si è consegnato – ed è Massimo, l’unico invitato non giunto alla festicciola e rivelatosi  uno dei tanti amanti di Sofia spadellati in faccia al marito, per altro assiduo frequentatore di bordelli, durante la serata – il dado è tratto. Dell’amicizia non si salverà più nulla e, forse, neppure dell’umanità.

Sotto accusa, nel testo di Katche e Cerami, è chiaro, sono la guerra e il totalitarismo. Questo ci vogliono dire l’autore e il traduttore: nella paura, nel terrore, nel momento in cui altro non si può fare che salvare la propria vita perché nessun altro bene è disponibile, l’essere umano rischia di dare il peggio di sé e, spesso, finisce per darlo. Soprattutto quando di fronte a sé ha un entità spaventosamente disumana – il fascismo, il nazismo – che gioca con le vite altrui come fossero fantocci, manichini, zimbelli. E non invece essere umani, donne, uomini, con i loro grumi di sentimenti e passioni, di coraggio e di paura. Bene ricordarlo oggi, quando non mancano i cacciatori di ignoranti da trasformare in nostalgici senza conoscenza.

La compagnia ha messo davvero una grande arte nel vivificare le figure immaginate dall’autore, ben guidata alla regia da Julien Sibre, che ha curato anche la premiata versione francese, e Virginia Acqua. Certamente al vertice della mise en scène va posto Maurizio Donadoni, attore di gran vaglia e lunga esperienza di teatro, cinema e tivù: il cinismo del suo Andrea è stato il carburante di tutta la macchina del racconto, che ha guidato instancabile dal momento in cui è entrato in scena fino al chiudersi del sipario. Dietro a lui la scintillante Francesca di Silvia Siravo: divertendoci, l’abbiamo ammirata a Monte Sirai, a luglio, con il suo papà Edoardo, in un ironico reading incentrato su letteratura e cibo; l’abbiamo scoperta capace di impersonare con forza il dramma di una giovane alla quale l’orrore della guerra e dell’occupazione hanno strappato l’amore e che si dibatte nel dubbio del rischio di buttarsi nella mischia della lotta di liberazione. Belle le prove di Marianella Bargilli e Carlo Lizzani, coniugi appannati, infine, dall’epilogo della vicenda, di Gianluca Ramazzotti, medico senza scrupoli perfino nei confronti dei pazienti, di Emanuele Cerman, ambiguo professore che finisce per cadere negli stessi peccati di egoismo di cui accusava altrui, di Alessandro D’Ambrosi, eroe non vedente dell’incipiente Resistenza e amante della moglie e della vedova a loro insaputa, di Ralph Palka, comandante delle SS freddo e impassibile di fronte alla tragedia dei sentimenti delle sue vittime.

Assai efficace inoltre la rappresentazione dei fatti esterni alla scena sul palco attraverso i cartoon video, in pieno stile “grafic novel”, non da oggi strumento di spicco della narrazione nei più svariati ambiti.

Un lavoro di ottima fattura, in definitiva, che ha aperto nel modo migliore la stagione di prosa targata Cedac per il Teatro Centrale. 

Giovanni Di Pasquale

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