NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta.

Approvo
23
Thu, Jan
25 Nuovi articoli

Carbonia. Prosa & Danza Cedac 2020, spazio a grandi nomi e compagnie locali

Spettacolo
Aspetto
Condividi

A Carbonia, nel Sulcis, la passione per il teatro è tanta e tale che il pubblico comincia a seguire l’annuale rassegna di prosa e danza curata dal Cedac già dalla conferenza stampa di presentazione. Chi cura di questi appuntamenti su e giù per la Sardegna, come il direttore artistico del circuito regionale Valeria Ciabattoni, non può fare a meno di accorgersi di questa peculiarità tutta locale e di sottolinearne la pregnanza: «Questo è davvero un pubblico maturo», ha detto a premessa della presentazione del cartellone 2020, tenutasi ieri mattina nella Torre. Nove spettacoli di cui due di danza, che si snoderanno lungo l’inverno e la primavera dell’anno appena arrivato: vi si alternano novità e consolidati successi, messi nelle mani di cast di rilievo, alcuni dei quali di eccellenza assoluta sul piano nazionale ma non manca lo spazio alle energie locali, che vanno a consolidare il rapporto di collaborazione con il Cedac.
Si apre, il 18 gennaio, con l’arte coreutica e con un “classicissimo”, “Il lago dei cigni”, andato in scena la prima volta il 20 febbraio 1877 al Teatro Bol’šoj di Mosca, coreografia di Julius Wenzel Reisinger, musica di Pëtr Il’ič Čaikovskij. Lo ripropone nelle forme più note al grande pubblico la Compagnia Nazionale di Raffaele Paganini, guidata in regia e coreografia da Luigi Martelletta: «Lo spettacolo – così viene presentata la produzione – nasce da un’idea che da molti anni il regista e coreografo inseguiva e sperava di mettere in scena; la sua lunga ed intensa carriera come primo ballerino al Teatro dell’Opera di Roma ed in tanti altri Teatri Italiani ed Europei gli ha permesso di studiare a fondo, di esaminare e di danzare molte volte questo spettacolare balletto. La coreografia originale del repertorio classico infatti non ha mai sottolineato alcuni aspetti del libretto, che però in questa versione vorremmo esaminare e sviscerare; la drammaturgia classica teatrale del balletto infatti, è abbandonata a favore di una forma di riappropriazione della realtà e dell’esperienza comune basata sui particolari e sulle singole situazioni riunite tra loro in un collage ampio e sfaccettato, secondo una metodologia di lavoro di ricerca e di graduale progresso. Fortemente legato alla tradizione accademica, Martelletta proporrà un lavoro stilisticamente più snello, più vivace, alleggerendo tutti i manierismi e le pantomime che fanno parte del repertorio classico, mantenendo comunque le coreografie originali e presentando tutte quelle danze e quell’itinerario danzato che molti conoscono e si aspettano».
Cinque giorni dopo e per i tre spettacoli successivi sarà la volta della prosa. Il 23, per l’appunto, si inizia con “La cena delle belve”, riduzione teatrale del romanzo dell’armeno Vahè Katcha. Lo spettacolo, attraverso l’elaborazione del regista, drammaturgo e attore francese Julien Sibre, che grazie ad essa ha raggiunto la fama, è stato uno dei grandi successi del decennio a Parigi e dintorni. Passato dapprima sugli schermi televisivi, dopo un lungo giro nei teatri di provincia è finalmente approdato nella capitale ed ha ottenuto ben tre premi Molière, il più prestigioso riconoscimento in terra francese. La versione italiana, alla cui regia Virginia Acqua affianca quella di Sibre, è stata tradotta da Vincenzo Cerami: nessuno scostamento storico ma la vicenda si svolge nell’Italia, piuttosto che nella Francia, occupata dalle truppe tedesche nel 1943. «Sette amici – questa la trama – si trovano per festeggiare il compleanno del loro ospite: una serata diversa, per staccare un attimo dalle tragedie e paure della guerra e dalle privazioni che questa porta con sé. Quella stessa sera però vengono uccisi due ufficiali tedeschi ai piedi della loro palazzina e per rappresaglia la Gestapo decide di prendere due ostaggi per ogni appartamento. Il comandante tedesco dell’operazione riconosce però nel proprietario dell’appartamento dove si trovano i sette amici, il libraio dal quale spesso compra delle opere, e per mantenere un singolare rapporto di cortesia avverte che passerà a prendere gli ostaggi al momento del dessert, lasciando loro la scelta dei due ostaggi». La produzione Ginevra Media Production - Teatro Carcano, in collaborazione con Festival di Borgio Verezzi, vede sul palcoscenico Marianella Bargilli, Emanuele Cerman, Alessandro D’Ambrosi, Maurizio Donadoni, Carlo Lizzani, Ralph Palka, Gianluca Ramazzotti, Silvia Siravo.
Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini, Cochi Ponzoni, Erica Blanc: qualsiasi testo in mano a questi quattro fuoriclasse, sulla cresta dell’onda da quando chi scrive portava i calzoni corti, si trasformerà in un capolavoro. Parafrasando quel che si dice oltreoceano per i grandi cantanti, potrebbero recitare anche l’elenco telefonico. Per di più, nell’occasione – 1° febbraio – gli è affidata una pièce di Ronald Harwood, drammaturgo e sceneggiatore sudafricano di nascita ma inglese d’azione, pluripremiato fino all’Academy Award: la statuetta dell’Oscar l’ha ottenuta nel 2003 per il film “Il pianista”. Quello in questione, “Quartet”, è invece un lavoro di quattro anni prima ed è ambientato in Italia anche nell’originale: non potrebbe essere diversamente, essendo i personaggi dei cantanti lirici ormai ritiratisi dalle scene ma tutt’altro che in disarmo, ospiti di una casa di riposo. A queste glorie del passato viene offerto di partecipare ad un gala per l’esecuzione di uno dei più celebri quartetti della storia dell’opera, “Bella figlia dell’amore” dal III atto di “Rigoletto”. Un frangente inatteso che fa riaffiorare le passioni del passato e la voglia di non lasciarsi trascinare nell’oblio della vecchiaia. La produzione Bis Tremila - Compagnia Molière, in collaborazione con Borgio Verezzi 2018, è diretta da Patrick Rossi Gastaldi.
Ancora il mese prossimo, per l’esattezza l’8, la produzione BAM Teatro porterà sulla scena uno dei testi  emblematici del nostro Novecento letterario, “La luna e i falò”, uscito nello stesso anno in cui l’autore, Cesare Pavese, vinse il premio Strega e, qualche settimana dopo, si tolse la vita. L’adattamento per il palcoscenico è di Andrea Bosca, che ne interpreta il testo, e di Paolo Briguglia, che ne cura la regia. «Tutta la profonda materia del romanzo, raccolta in 32 densissimi capitoli – così ne parlano i due – ci è parsa di una attualità impressionante, perché disegna attraverso i personaggi e i temi che lo popolano, argomenti di cui abbiamo bisogno di parlare e che ancora ci riguardano: identità, bene comune, fratellanza, senso di appartenenza ad una comunità più ampia. Attraverso il suo protagonista Anguilla e l’io narrante dello scrittore, il romanzo parla di quel ritrovarsi adulti, cresciuti, uomini eppure imperfetti, fuori posto, anche tornando nei luoghi che immaginiamo di conoscere come le nostre tasche. Il racconto si sdoppia tra il ricordo e la perdita, l’appartenenza e l’illusione, l’infanzia e la consapevolezza dell’età adulta, rassegnata e nichilista. Lì dove tutto è fermo, tutto è mutato: la luna c’è per tutti eppure qualcosa manca sempre».
Il 15 l’ultimo spettacolo di febbraio, “Riccardo 3 - L’avversario”, che segna il ritorno sulle tavole del Centrale di una delle coppie fisse e fortunate del teatro italiano contemporaneo, quella composta da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, per l’occasione cresciuta in trio per la presenza di Giovanni Moschella. Dopo il lungo ciclo pirandelliano, Randisi e Vetrano si volgono adesso all’universo di Shakespeare: il testo che andrà in scena, in una produzione Arca Azzurra, è stato approntato da Francesco Niccolini, da lunga pezza collaboratore dei due sul terreno della scrittura ed è, per suo stesso definire, «molto liberamente tratto dal “Riccardo III” e ai crimini di Jean-Claude Romand». Se il plot di “The life and the death of King Richard III” è piuttosto conosciuto agli appassionati del teatro, vale la pena altresì dire qualcosa sulla figura del pluriomicida francese citato da Niccolini, salito ai disonori della cronaca per aver sterminato la sua famiglia, ambedue i genitori e l’amante al fine di evitare di veder crollare il castello di menzogne su cui aveva costruito la propria identità ed esistenza. Il testo, spiega l’autore, «ha trovato in un ospedale psichiatrico la sua collocazione, e nella tragedia di un celebre pluriomicida francese, Jean-Claude Romand, sul quale avevo lavorato più di dieci anni fa per conto della televisione svizzera, un’autentica reincarnazione. Questo Riccardo ha così assunto i panni non solo del mostro, ma anche quelli di un uomo che chiede di essere liberato da un corpo che lo tormenta. La nostra risposta è sì, che è un diritto inalienabile. Lo è per ogni uomo sulla terra, compreso il più malvagio. Ci auguriamo che un giorno sia un diritto anche in questa nostra povera Italia».
Suppergiù un mese dopo, il 14 marzo, ritorna la danza con la “Serata Romantica”, gala di coreografie di Michel Fokine, Arthur Saint-Léon, Jean Coralli, Marius Petipa, Jules Perrot, August Bournonville e Fredy Franzutti, che cura lo spettacolo, su musiche di Chopin, Adam, Schneitzhöffer, Minkus, Verdi e versi di Leopardi. «Le più belle pagine – così è presentato lo spettacolo – del repertorio ballettistico romantico (“Giselle”, “La Sylphide”, “La Bayadère”, etc.) sono intervallate dai brani di Chopin e le rime del poeta di Recanati, ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale. Protagonisti sono gli interpreti ideali per il programma: i solisti del Balletto del Sud, “l'unica compagnia italiana in grado di affrontare un tale repertorio” (Ermanno Romanelli) ed artisti ospiti di livello internazionale che rendono ogni replica unica e differente dalle altre. Molte sono le qualità che accostano la poetica di Leopardi alle melodie di Chopin e la musica romantica, caratterizzate dal pessimismo degli autori: probabile effetto delle patologie che spesso li affliggevano e sviluppatesi successivamente in un sistema complesso poetico e filosofico. Durante la serata i brani più celebri del balletto per antonomasia e del più famoso poeta italiano dell’Ottocento rievocheranno le sempiterne suggestioni del romanticismo, di cui furono tra i massimi rappresentanti».
Non ce ne vorranno i noti e valenti attori attesi sulla scena di “Un tram che si chiama Desiderio” ma per presentare il sesto appuntamento della rassegna, in programma il 19 marzo, non si può non partire da Pier Luigi Pizzi, che cura regia e scene. Un nome che è un autentico mito dello spettacolo internazionale contemporaneo e si parla di spettacolo non a caso perché la sua opera ha toccato il teatro, il cinema e, soprattutto, l’opera lirica, nell’ambito della quale ha firmato allestimenti a dir poco leggendari, in collaborazione con i più importanti registi o curando egli stesso la regia. La sua presenza nella locandina di questa nuova versione del capolavoro di Tenessee Williams è un altro tassello prestigioso che si aggiunge alla storia del Teatro Centrale. Venendo ora agli attori, i protagonisti dell’intreccio sono affidati a Mariangela D’Abbraccio e Daniele Pecci, affiancati da Angela Ciaburri, Stefano Scandaletti, Gabriele Anagni, Erika Puddu, Massimo Odierna. «Il dramma, premio Pulitzer nel ’47, mette per la prima volta l’America allo specchio – così ne parlano gli allestitori –  su cose come l’omosessualità, sesso, disagio mentale, famiglia come luogo non proprio raccomandabile, maschilismo, femminilità maltrattata, ipocrisia sociale. Col tempo è diventato veicolo di altre ragioni, sociologiche, ideologiche. Il testo è ambientato nella New Orleans degli anni ’40 e narra la storia di Blanche che dopo che la casa di famiglia è stata pignorata si trasferisce dalla sorella Stella sposata con un uomo rozzo e volgare di origine polacca, Stanley. Blanche è alcolizzata, vedova di un marito omosessuale, e cercherà, fallendo, di ricostruire un rapporto salvifico con Mitch, amico di Stanley».
A chiudere il cartellone due lavori, come si è sopra accennato, delle locali compagnie teatrali La Cernita e La Clessidra, guidate con sapienza ed entusiasmo da Monica Porcedda e Anna Pina Buttiglieri. La loro presenza nel programma è considerata dall’amministrazione comunale, che patrocina la rassegna, un autentico fiore all’occhiello, come hanno sottolineato il vicesindaco Gian Luca Lai e gli assessori alla Cultura Sabrina Sabiu e alle Politiche sociali e giovanili Loredana La Barbera durante la conferenza stampa: in particolare è stato messo in risalto il ruolo che, al di là del rimarchevole valore culturale delle produzioni che i due ensemble sono stati capaci di allestire negli anni, essi svolgono nel rafforzare il tessuto sociale cittadino, in particolare coinvolgendovi i giovani.
Per quanto riguarda La Cernita, proporrà “Frammenti di tempo”, omaggio all’antropologo e scrittore Giulio Angioni e Primo Levi, con Lucia Longu, Mariella Mannai, Monica Porcedda, Luciano Sulas, Rosanna Sulas, musiche dal vivo eseguite da Gavino Murgia e regia di Monica Porcedda. «Tra suoni ancestrali – questa la sintesi dell’idea di spettacolo – e innovazione musicale, Gavino Murgia ci accompagna in un nuovo viaggio  nell’Isola tra il dire e il non dire, il fare e il disfare del tempo passando per le letture della poesia di Giulio Angioni e la prosa di Primo Levi al suo esordio letterario». Mentre di quest’ultimo saranno proposti brani dalla sua opera più famosa, di Angioni, uno dei massimi intellettuali contemporanei, saranno letti brani di un suo poema, “Tempus”, «testo poetico denso di contenuti, piacevole nella fluidità della narrazione poetica, nei cenni d’ironia, nelle antifrasi che l’autore riprende della lingua sarda che, come afferma egli stesso, “è la sola lingua in cui avrei potuto scrivere queste poesie”». L’appuntamento per il 4 aprile.
La Clessidra metterà in scena il 24 aprile “Le bugie hanno le gambe corte”, due atti di Vittorio Barino e Martha Fraccaroli. Commedia brillante, commedia degli equivoci, vere e proprie specialità della compagnia di Carbonia: il cast è composto da Valentina Aru, Davide Maringiò, Marco Marras, Maura Nardelli, Francesca Puddu, Omar Soddu e Giusy Tartaglione. «La commedia racconta le manovre e gli intrighi di un industriale di medio cabotaggio che spera in una “presunta” fusione della sua traballante azienda con quella ben più solida e importante di un imprenditore emigrato ancora giovane in Germania. Amori segreti, amicizie “sfruttate” a copertura delle proprie magagne, tradimenti e ripicche, coinvolgono un po’ tutti i protagonisti in situazioni imbarazzanti, dalle quali ci si può districare solo con prontezza di spirito e furbesche bugie. Ma un guaio ne tira un altro, dando così spunto a situazioni assai comiche: le bugie hanno le gambe corte … e con quelle non si va lontano».
Giovanni Di Pasquale

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna