È stato rappresentato per la prima volta in forma definitiva sulle tavole del Teatro Centrale di Carbonia: “Macbettu”, opera di Alessandro Serra, è il «miglior spettacolo dell'anno». È questo il verdetto del “Premio Ubu 2017”, il maggiore riconoscimento teatrale nazionale. Il lavoro, interamente in lingua sarda, «che crea una cupa connessione tra il “Macbeth” di William Shakespeare e i carnevali della Barbargia», partecipava oltre che come spettacolo dell'anno anche con le “nomination” per la miglior regia (di Serra) e per il miglior attore, ovvero Leonardo Capuano. Il lavoro del giovane regista di origini sarde ha saputo “tradurre” la tragedia del Bardo, nel senso di “trasporre” il testo del “Macbeth” in una Sardegna davvero senza tempo e senza spazio, archetipica senza essere “tipica”, fino a portarla ai confini della storia come in un poema omerico. E non solo per alcuni riferimenti più o meno espliciti, in particolare la scena dei servi che Lady Macbeth narcotizza con il vino prima che Duncan venga trucidato dal marito, trasformati in porci che bevono carponi da un lavamano di ferro smaltato, come i compagni di Odisseo affatturati dalla maga Circe; o l’avanzare della «foresta di Birnam», quando i soldati di Malcolm e Macduff si celano non già con i rami ma dietro maschere di corteccia di sughero che, nella luce fioca, hanno sembianza di elmi di guerre preistoriche e il rumore dei campanacci, più che richiamare il suono dei Mamuthones, da cui Serra ha tratto l’idea di “Macbettu”, evoca quello delle greggi, così che i baroni della Scozia del Basso Medioevo trasfigurino in “wanax”, re pastori della Grecia micenea. Un Omero intensamente “materico”, nella polvere che si solleva al muoversi degli attori e al cadere loro e degli oggetti sul palcoscenico, che emana dai vestiti delle Streghe che danzano all’inizio della rappresentazione, che si muove fra i cupi fasci di luce che illuminano la scena; nel ferro bruto e brunito degli alti pannelli verticali , in realtà semplici tavoli rettangolari con quattro piedi agli angoli, che vengono mossi di volta in volta dagli attori a modificare efficacemente lo spazio scenico o percossi come primordiali metallofoni; le pietre grezze impilate ad ogni omicidio come per una macabra contabilità. I sentimenti, per di più, hanno la stessa semplicità “primitiva” delle cose, proprio come nei poemi delle civiltà arcaiche: sentimenti di figure eroiche, anche nelle manifestazioni del peggio che possa scaturire dal cuore di uomo. E la ferocia degli omicidi di Macbettu e la sua stessa morte per mano di Macduff ha il marchio della brutalità degli scontri sotto le mura di Ilio, laddove invece il teatro elisabettiano non prevede la vista della messa a morte ma solo il racconto.
Giovanni Di Pasquale