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Carbonia. Eurallumina. Nel lungo pomeriggio dell’ottimismo scientifico e politico, il soprintendente è il convitato di pietra

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È stato un lungo pomeriggio – quattro ore e mezzo di lezione – di ottimismo scientifico e politico, di energia e fiducia, di attacco agli avversari e richiamo a tutte le forze proprie e altrui in vista dell’ultimo chilometro verso il traguardo: il riavvio della produzione nello stabilimento dell’Eurallumina. L’organizzazione, da parte della RSU dei lavoratori dell’impianto della Rusal, del convegno “Industria-Paesaggio-Ambiente. Paesaggi industriali vissuti”, è stata perfetta, quanto al fine da raggiungere: anche l’unico neo dell’invito ai contrari al progetto in discussione affinché lasciassero di farsi vedere da quelle parti – la Sala Convegni della Grande Miniera di Serbariu – alla fine resta solo un infortunio, non insignificante ma archiviato dagli invitanti come consiglio a chi è ideologicamente condizionato da una cultura antindustriale a non perdere tempo a sorbirsi otto fra relazioni e interventi che non avrebbe mai condiviso per partito preso. A suffragare le tesi che hanno innervato l’appuntamento, seguito da un pubblico numeroso ben più dei posti a sedere e attento nonostante qualche apporto non fosse esattamente abbordabile dai più, un autentico parterre de rois, in larga parte accademico e con punte politiche di vertice. Il titolo del convegno diceva molto e annunciava anche di più: l’ultimo ostacolo al riavvio dell’Eurallumina, infatti, è rappresentato dal parere negativo – l’unico nella conferenza dei servizi – della Soprintendenza ai Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici. Un “no” che ha suscitato duri commenti anche venerdì pomeriggio, da parte degli accademici e degli politici intervenuti: al centro della discussione il concetto di “paesaggio” come bene da salvaguardare e, nello specifico, il paesaggio di Portovesme, di cui, è stato ribadito da molti dei relatori, le ciminiere, gli impianti e le discariche dei rifiuti industriale, il bacino dei fanghi rossi in primis, fanno parte ormai non cancellabile neppure a fronte dello smantellamento di tutti gli impianti. L’affermazione, contenuta nel parere del soprintendente Fausto Martino, il convitato di pietra dell’occasione, che l’innalzamento del bacino del “red mud” causerebbe una lesione della “slyline” di Portovesme è considerata dai lavoratori, politici e accademici come il frutto di una visione ideologica, burocratica, astratta e supponente, non tanto dell’architetto Martino ma dello staff di funzionari che compongono l’organismo. È stato Tore Cherchi, in veste di coordinatore del Piano Sulcis ma anche come sindaco della città che ha vinse nel 2011 il Premio del Paesaggio del Consiglio Europeo, a ricordare all’auditorio la definizione contenuta all’articolo 1, lettera a., della Convenzione europea del paesaggio: «Le parole – ha detto – sono chiare: paesaggio “designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” e in tutto il testo il richiamo alle popolazione è ricorrente. Ecco, pare chiaro che la soprintendenza non abbia tenuto in nessun conto questo fattore, il fattore umane e la percezione che gli abitanti di questo territorio hanno di quel paesaggio». Aprendo la serie delle relazioni, l’ex rettore dell’ateneo cagliaritano Pasquale Mistretta, aveva usato parole perfino sarcastiche, prendendo spunto da una sua lettera pubblicata sulla stampa: «Parlare di “scorci visuali danneggiati” è francamente assurdo». L’intervento di Franco Meloni, medico, già direttore generale del Brotzu e di aziende sanitarie private, nonché esponente di spicco dei Riformatori Sardi, ha fatto luce su altre presunte incongruenze nel parere negativo: «Non vedo che a titolo – ha puntualizzato – la soprintendenza parli di salute, quando le sue competenze riguardano il paesaggio e la tutela dei beni artisti e storici. Vedo in tutto questo l’azione delle lobby ambientaliste che tanti danni hanno provocato in Sardegna in questi anni». Meloni ha voluto ribadire che nessun nesso può legare la bauxite, minerale da cui si estrae l’idrossido di alluminio, e i fanghi rossi alla mortalità e alla morbilità, sulla base di indagini sul lungo periodo condotte in tutto il mondo, in particolare in Australia, tra i lavoratori delle miniere di bauxite. Lo stesso bacino di Portovesme ha caratteristiche del tutto conformi a quelle di altre simili discariche presenti in tutta Europa: a tal fine durante diverse relazioni, come quella del professor Battista Grosso, titolare della cattedra di Progettazione e gestione degli interventi di Ingegneria industriale, sono state proiettate immagini a sostegno di questa tesi: resta da capire se la gestione sia stata ugualmente oculata, visto che su quella dellEurallumina pende un processo per disastro ambientale su cui tuttavia, nessun giudice si è ancora pronunciato. È anche vero che in un impianto della Francia meridionale, fino a qualche anno fa il fanghi venivano scaricati direttamente a mare, pratica che oggi è tuttavia vietata dalle norme dell’Unione Europea. La serie delle relazioni è stata interrotta a metà del programma, per la proiezione di un video realizzato a cura della RSU di fabbrica: in particolare è stato filmato il fondale marino prospiciente il muro del bacino dei fanghi rossi: un mare cristallino, ricco di vita, in particolare di Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve del quale è vietata la pesca, presente in gran numero sulle sabbie di quel tratto di mare. Grande interesse hanno suscitato le relazioni di Paolo Amat di San Filippo, ordinario di Chimica industriale dell’università di Cagliari, e di Antonio Viola, professore anch’egli a Cagliari di Principi di Ingegneria chimica e Industriale, che hanno illustrato procedimenti di riutilizzo dei fanghi rossi per la produzione di materiali come il gres e il cemento o addirittura per l’estrazioni di materiali come il ferro, il titanio (metallo principe nella produzione di protesi dello scheletro) e, addirittura, di terre rare, elementi indispensabili per l’industria elettronica ma presenti in natura in basse concentrazioni e dunque dal costo assai elevato, con punte di 1500 euro al chilogrammo. Sostenibilità ambientale, dunque e possibilità di ulteriori sviluppi economici e conseguente aumento dei posti di lavoro, ma non solo: «Questo territorio e la sua gente – questa la tesi di Enrico Manca, dirigente industriale di grande spessore ed esperienza – hanno una storia di grandi imprese industriale. Queste sono potenzialità che non vanno lasciate cadere». Resta però sulla strada verso la ripresa produttiva dell’Eurallumina il “niet” della Soprintendenza: un macigno? Secondo l’assessore regionale all’Urbanistica Cristiano Erriu, no: «In queste posizioni ostative – ha spiegato c’è tanto pregiudizio antindustriale, oltre che contraddizioni tanto evidenti da lasciare sconcertati. Ma la regione si sta disponendo per vincere questa battaglia: abbiamo approvato una delibera che dovrebbe eliminare una delle obiezioni sollevate dalla Soprintendenza e un’altra andremo ad approvare prossimamente, sempre in tale senso. Ad ogni modo, porteremo avanti la battaglia fino al raggiungimento del traguardo». Tirando le somme, l’ascolto di autorevoli punti di vista, ancorché tutti favorevoli alla tesi degli organizzatori, è sempre interessante: peccato che l’assenza di contraddittorio abbia precluso l’ascolto di pareri differenti che avrebbero completato l’informazione. Non era l’occasione giusta, forse, ma si spera nel prossimo futuro di ascoltare anche le altre campane.
Giovanni Di Pasquale

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