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San Giovanni Suergiu. Storia della Samis: un complesso industriale di un passato prossimo

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La nascita del complesso industriale di San Giovanni Suergiu è strettamente legata alle sorti dellla Miniera di Mont’Ega di Narcao. Nel 1893 la concessione mineraria per la ricerca di piombo argento e zinco era intestata alla società de Stefanis; nel 1907 la concessione venne trasferita alla Società Anonima Magnesio Italiano Sulcis, intestata al sig. Pietro Crugnasca, industriale di Lecco, con molti interessi anche nel campo ferroviario, infatti, è suo uno dei due progetti proposti per la realizzazione delle ferrovie del Sulcis.
La nuova società operava ricerche per barite e piombo argentifero e da Mont’Ega ricavava sali di bario per usi industriali. Nel 1926, anno in cui si inaugurava la Ferrovia del Sulcis, linea Siliqua-Palmas-Calasetta e linea Iglesias-Palmas Suergiu, la ditta Crugnasca cedette i suoi diritti sulla concessione mineraria alla Compagnia Chimico Mineraria del Sulcis.
La nuova linea ferroviaria ebbe il suo fulcro a San Giovanni Suergiu (il comune ha la denominazione Palmas Suergiu) e la sua stazione ferroviaria divenne la più importante delle Ferrovie Meridionali sarde, con un traffico di circa sessanta treni giornalieri, la maggior parte dei quali funzionali alle attività industriali del territorio, spostava merci, operai e viaggiatori.
La Compagnia Chimico Mineraria valutò strategica la realizzazione di un impianto di trattamento adiacente all’area ferroviaria di San Giovanni Suergiu e a pochi chilometri dal porto di Sant’Antioco, per la movimentazione e la commercializzazione del prodotto. Nel volgere di poco tempo furono realizzate le infrastrutture funzionali allo stesso impianto: gli edifici per l’amministrazione, gli alloggi operai e un’infermeria. L’impianto di trattamento della barite venne realizzato dalla tedesca Humbolt ed era costituito da un frantoio a mascelle, un essiccatore rotativo, un mulino a cilindri, un mulino a silice, sedici macine palmanti, un separatore magnetico, tre separatori a vento, oltre un mulino a sfere per la macinazione primaria della barite, usata per la fabbricazione del litopone, sostanza usata per le vernici, e una sezione di laveria, dove si ottenevano le diverse classi di colore, che determinavano anche la qualità del prodotto. Nel 1935 nello stabilimento suergino erano impiegati trenta operai e si producevano 2000 tonnellate annue di prodotto, che veniva esportato sul territorio nazionale, in Inghilterra, nelle indie inglesi e olandesi e nel nord America. Il prodotto dello stabilimento era barite di tipo standard, barite di tipo A e B. La barite i tipo standard era la più bianca ed aveva un largo impiego nell’industria elle vernici.
In quegli stessi anni, in seguito alla valutazione delle condizioni economiche non proprio fiorenti dello stabilimento, il Ministero dell’Industria negò il rinnovo del permesso per la produzione del litopone, pertanto il direttore generale propose la riconversione dello stabilimento per la distillazione del carbone Sulcis da cui ottenere idrocarburi e semicoke. La Compagnia Chimico Mineraria si impegnò a soddisfare le esigenze dell’Aeronautica militare con la fornitura degli idrocarburi prodotti nella fabbrica.
Il nuovo processo produttivo si articolava in tre reparti: reparto forni per la distillazione a bassa temperatura della lignite; reparto distillazione e rettificazione dei catrami ottenuti dalla prima fase; reparto raffinazione dei prodotti di seconda distillazione. Nel 1932 venne ultimato solo il primo reparto, per il cui funzionamento vennero installati sei motori elettrici per un totale di 30 cavalli vapore a cui si aggiungevano due motori da 5 cavalli vapore per l’impianto di trasporto del semicoke e un motore da 33 cavalli vapore per il frantoio e i nastri di trasporto della lignite frantumata e infine un motore da 5 cavalli vapore per il funzionamento delle coclee di distribuzione della lignite nei silos funzionali alle storte.
Nel 1937 si aprì una nuova fase: la Compagnia Chimico Mineraria si fuse con la Società Anonima Magnesio Italiano Sulcis, l’atto notarile è datato 27 febbraio 1936, rogato a Milano dal notaio Alessandro Guasti, mentre il decreto prefettizio del 6 luglio 1937 riconosceva la nuova denominazione societaria e una nuova concessione di 99 anni per la coltivazione di baritina e piombo argentifero nella Miniera di Mont’Ega.
L’intervento sull’impianto di San Giovanni Suergiu faceva parte di un disegno più ampio messo in atto dal programma autarchico del regime fascista, che avviava il Paese alla completa autonomia energetica e indipendenza economica. L’industria mineraria, quella sarda in particolare, che copriva il fabbisogno nazionale per oltre il 90 %, fu considerata il settore portante e le società minerarie furono spinte ad un massiccio processo di ammodernamento dei processi di lavorazione e degli impianti per riacquistare competitività sul mercato, espansione produttiva e ottimizzazione dei tempi di lavoro. Le fusioni societarie, inoltre, furono un ottimo strumento per rendere più competitivo tutto il settore.
La nuova società era nata per la produzione di magnesio e nello stabilimento di San Giovanni Suergiu iniziò sin dal ’36 la costruzione di un impianto elettrolitico per la produzione di magnesio metallico, sfruttando la dolomite della miniera di Mont’Ega e il sale delle saline di Santa Gilla, per ottenere cloruro di magnesio cristallizzato. L’impianto elettrolitico entrò in attività nel 1937 e in quello stesso anno produsse 43.368 tonnellate di magnesio metallico, impiegando 153 operai.
L’impianto aveva dei costi di gestione onerosi, la sola energia elettrica utilizzata, infatti, aveva un costo di 0,30 lire per KWh. Nel 1938, il 18 dicembre, ci fu una visita del duce allo stabilimento, prima dell’inaugurazione della città di Carbonia; la produzione era dimezzata rispetto all’anno precedente, evidenziando le rese poco incoraggianti del prodotto e i primi segni della crisi economica della società SAMIS. Ne 1939 ci fu un intervento dello Stato, attraverso la società Cogne, di 25 milioni di lire per il riassesto finanziario della società, che invece fu liquidata dalla stessa Cogne.
Ancora nel 1939 lo stabilimento venne fermato e smembrato con l’alienazione del comparto della distillazione, che venne acquisito dall’A.C.a.I, nel tentativo di rimetterlo in produzione. L’Azienda carboni italiani, intanto, aveva avviato la costruzione di un altro impianto di distillazione del carbone Sulcis nei pressi del Porto di Sant’Antioco e, dati i risultati deludenti ottenuti dall’impianto di San Giovanni Suergiu, smantellò i macchinari di quest’ultimo per trasferirli nel nuovo impianto.
La concessione di Mont’Ega venne trasferita nel 1941 alla Società Anonima Mineraria Combustibili autarchici e con essa le pertinenze dell’impianto suergino; due anni dopo, il 26 Agosto 1943, la società fece una fusione con la Società Carbonifera Sarda, concessionaria del bacino carbonifero di Serbariu, che sostituiva l’Azienda Carboni Italiani. Il rialzo delle quotazioni della barite sul mercato diede una boccata di ossigeno, che consentì la ripresa dell’attività del comparto di frantumazione, così la barite di Mont’Ega riprese la rotta continentale dal porto di Sant’Antioco. La ripresa fu di breve durata perché il comparto minerario venne investito da una forte crisi: il crollo del prezzo dei minerali metallici sul mercato internazionale mise a dura prova l’industria mineraria sarda.
Nel 1949 la Carbonifera sarda fermò l’impianto di frantumazione e si limitò alla sola manutenzione. Ci fu una breve ripresa nel biennio ’52-’53 per la macinazione di calcare da impiegare nella manutenzione e realizzazione delle strade. Nei primi anni sessanta un imprenditore privato, tale Possis, acquisì l’impianto per la produzione di bentonite, per il cui trattamento vennero realizzate alcune vasche di decantazione, oggi ancora visibili, ma il progetto non ebbe fortuna.
La pertinenza del complesso rimasta di proprietà della Cogne ebbe altre vicende: nel 1946, nonostante la relazione positiva, redatta dal Distretto minerario di Iglesias, sull’efficienza dell’impianto del magnesio elettrolitico e la possibilità di ripresa dell’attività produttiva, la Cogne valutò troppo onerosi i costi di manutenzione e decise per lo smantellamento degli impianti e la demolizione delle strutture. A quella sciagurata prospettiva si opposero decisamente la comunità e l’amministrazione comunale. Fortunatamente la demolizione venne scongiurata e il padiglione del’elettrolisi venne acquistato dal Consorzio di Bonifica nel 1953, che lo trasformò in Stalla razionale per la produzione di latte, che servì a soddisfare le esigenze della vicina città di fondazione. Le palazzine residenziali e quella della direzione vennero acquisite dalla Carbonifera Sarda e in seguito cedute al Comune, che mantenne la stessa funzione residenziale.
Il complesso industriale venne realizzato 87 anni fa e nel corso di questi decenni ha subito ampliamenti e trasformazioni che con le infrastrutture di servizio e gli edifici residenziali ha assunto l’aspetto di un piccolo villaggio industriale di età moderna, da cui si evince una qualità del lavoro e della vita all’altezza dei villaggi industriali del nord Italia.
La sua presenza “ingombrante” per dimensioni e qualità dei manufatti pone in evidenza la necessità della sua salvaguardia come bene culturale di archeologia industriale, che ha inciso profondamente nel paesaggio e nella identità locale.
Anche la cronaca di questi giorni ci ammonisce in tal senso, infatti nella notte tra il 6 e il 7 Febbraio 2013 un fulmine ha colpito l’unico camino salvatosi dal degrado, dei fumi del padiglione del magnesio metallico; sopravvissuto alle ingiurie del tempo, rischia di essere cancellato per sempre il simbolo dell’attività industriale di San Giovanni Suergiu.
E’ opportuna una seria riflessione sul destino dei siti industriali dismessi di questo territorio, il loro declino pone una seria questione alla nostra comunità riguardo la conservazione e la riconversione delle strutture e non ultima la tutela ambientale. Le nuove prospettive e le conoscenze maturate in questi ultimi decenni in materia di archeologia industriale consentono di considerare questa eredità non più ingombrante, ma nuova risorsa da impiegare nell’ industria della cultura, che pone in primo piano la riqualificazione degli spazi deindustrializzati, il ripristino del territorio e la conservazione del patrimonio architettonico, tecnico e della memoria.

Sabrina Sabiu

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