Un recente articolo sul Sulcis pubblicato da un noto periodico nazionale ha suscitato grandi polemiche sul come è stato descritto il Sulcis. Riceviamo e pubblichiamo un commento molto interessante che analizza il fenomeno.
Tra le tante funzioni del web, grazie ai cookies la persistenza delle immagini dei siti visitati, è invasiva e invadente. Capita così nel bighellonamento mediatico di imbattersi nel sito di Vanity Fair e trovare un articolo intitolato “Sulcis in fundo” di Imma Vitelli. Interessante che una testata così si occupi del Sulcis! Questa è stata la prima considerazione. La lettura che è seguita è stata un tormento, ed è stato faticoso arrivare “in fundo”. Gli stereotipi e la superficialità del giudizio sono sconcertanti. Ci si aspetta ben altro da un “reporter”, quantomeno che “riporti” uno spaccato di realtà suffragato da testimonianze e dati. Spaccato che è riferito, senza dubbio, all’immagine del contesto che hanno le persone che raccontano il luogo. La Vitelli purtroppo ha incontrato e visto un’immagine che rispecchia la visione distorta di chi utilizza il “caso pietoso” per ritagliare un discutibile momento di gloria. Tuttavia soprassedendo sulla pochezza e spostando l’attenzione sulle diverse e semplicistiche descrizioni del Sulcis che necessiterebbero di analisi sociali ed economiche ben più approfondite e ferrate del contesto descritto dall’articolo, cerchiamo di dare lettura alle affermazioni della Vitelli.
L’utilizzo di parole e descrizioni come: terribile, costa deturpata, villaggi di epoca fascista, centri avviliti, obsolescenza, gioventù inerte, occhi sconfitti, spalle piegate, depressione, coppie allo sfascio, gente che dorme alla stazione, anziani che vivono dentro le auto… è una mera esposizione al lettore di aspetti negativi che portano a una predisposizione al pietismo e introducono il pubblico a un’attesa per il lieto fine. Infatti successivamente, il magno gaudio arriva: “non è fantastico come a volte basti un piccolo gesto per mettere in moto il meglio della condizione umana?”. Segue poi una ridda di figli a carico con le pezze al culo, gente che brancola a lume di candela, che mangia solo la pasta e si suppone cruda perché la bombola del gas è finita, cionondimeno per tutti questi diseredati c’è il buon sammaritano, che innesca i circoli virtuosi e salva il Sulcis da morte certa.
L’ironia è spesso una difesa quando nel territorio si vive e i fatti li si tocca con mano giorno dopo giorno. L’immagine del Sulcis che i giornalisti danno, per altro aiutati da colpevoli indigeni, è stagionale; in estate è il paradiso terrestre e “fanculo le acciaierie chiuse”…a proposito mai avute; in inverno la povertà è estrema e si sta sull’orlo del precipizio.
Nascono delle considerazioni, ma quando cominceremo a partire dalle potenzialità esistenti? Quando, da territorio di rapina, cominceremo a essere di riscatto? Perché non puntare tutto sull’offerta anziché sulla elemosina? L’invito alla Vitelli di tornare nel Sulcis, quello vero, fatto di persone che non piegano le spalle, che non siedono a mezzogiorno nelle bettole, che sudano e lottano e non chiamano in radio che del degrado hanno fatto un’arma vincente. Perché vede signora Imma, di fianco a chi chiede l’elemosina c’è chi con sacrifici tenta di risollevare testa, cuore e territorio e che puntualmente le vagonate di fango lanciate da articoli come il suo, ricacciano in un’idea di Sardegna che sta comoda a molti, ma non a tutti.
Claudia Serra