Le radici, stando bene attenti, sono le storie che ci raccontano: che raccontano a noi e di noi raccontano, che noi raccontiamo. Esse rappresentano il nostro futuro, pur rappresentando il passato e nutrendosi del presente, e vanno verso esso. Rappresentano l’innovazione e l’originalità. Vanno verso il futuro perché altrimenti nemmeno esisterebbero.
Le radici sono progetto. Sono memoria e futuro, memoria di futuro. Proprio come molti di noi, non stanno inermi ad attendere, esse vanno, partono, e tornano. In esse c’è l’idea dell’abitare e dell’andare, del risiedere e del viaggiare. E’ questo che caratterizza il loro senso e il loro orizzonte: le radici stanno sempre davanti e mai dietro, mai solo verso il basso ma anche - e soprattutto - verso l’alto, verso l’altro.
Sono la lente con cui guardare e leggere il mondo. Le radici si modellano in base alle relazioni con cose e persone, culture e nature. Dunque, ci fondano. Non meno che fondamento e fondamenta, le radici sono vento e nuvole: sondano, scavano, cercano, viaggiano.
Ma rimangono nella lingua, compatte e coese. Soltanto la lingua, conquistata al fine di esprimersi, coltivata come un giardino, che non è mai finita una volta per tutte, è l’unico territorio in cui si può non essere barbari.
Radici come storie
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