Torniamo indietro di qualche anno. Al 2014, mese di ottobre. Massimo Ciancimino, figlio di un politico mafioso ( di un mafioso politico, de gustibus) viene ospitato alla trasmissione “Servizio Pubblico”, condotta da Michele Santoro. Dice che ha deciso di collaborare con la giustizia e di raccontare i particolari della trattativa Stato-mafia successiva alle stragi di Capaci e di via D’Amelio a Palermo. Di che cosa egli pensi di parlare, gli spettatori non sanno niente. A conti fatti, le sue rivelazioni ad oggi non hanno portato a niente e, per altro verso, la sua figura di “pentito” risulta attualmente alquanto appannata da ambiguità e reticenze. Nessuno, durante la trasmissione, gli chiede se pensi che suo padre fosse un criminale, un mostro, una feccia: le polemiche sulla sua partecipazione concernono unicamente sulla sua credibilità.
Ieri, invece, la decisione di Bruno Vespa di intervistare a “Porta a Porta”, il figlio di Totò Riina ha scatenato una serie di proteste e insulti all’indirizzo del conduttore. Rimostranze “a prescindere”: ovvero, il figlio di Riina – e di Bagarella, perché la mamma dell’intervistato è sorella di quell’altro stinco di santo di Leoluca Bagarella – in tivù, soprattutto alla RAI, non ci avrebbe dovuto mettere neppure il piede.
I moralizzatori – interni ed esterni – della professione giornalistica, quando avranno finito di ululare, spero che sappiano rispondere a questa sola domanda: che differenza c’è fra il tête a tête fra Santoro e Ciancimino e quello fra Vespa e Riina? Forse che l’intervista del primo fu giornalisticamente più efficace di quella del secondo? Può darsi: vidi la prima, non ho visto la seconda (non ho mai visto una puntata intera di “Porta a Porta”), sono portato a pensare di sì, che Michele sia stato più bravo di Bruno.
Il problema è che ieri e ieri l’altro le polemiche sono montate, nei confronti di Vespa, per il solo motivo che avesse pensato di invitare Riina jr. alla sua trasmissione e sono state espresse dalle stesse persone che, nell’ottobre del 2014, ululavano che Santoro avesse tutto il diritto di intervistare Ciancimino jr. “a prescindere”. Si può difendere la libertà di stampa a seconda di chi impersona il diritto? No.
Intervistare il figlio di uno dei personaggi chiave della fine del Novecento italiano, quando ve ne sia la possibilità, è un dovere. Un giornalista che antepone la morale al dovere di raccontare, è meglio che cambi mestiere.
Che poi l’intervista di Bruno Vespa al figliolo di ’U Curtu fosse, giornalisticamente parlando, una ciofeca, è tutt’un altro paio di maniche"
Giovanni Di Pasquale
(foto Uff. stampa rai)