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EDITORIALE. La mia è una famiglia di proletari e migranti. (di Michele Piras)

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Quei due eroi della classe operaia - i miei genitori - sono cresciuti faticando per costruirsi la casa, per dare un futuro al loro figlio, sognando la giustizia sociale, emancipandosi in fabbrica, in vigna, nel lavoro domestico e nell’urna elettorale, leggendo libri, guardando con curiosità al Mondo, senza mai piegarsi, con la dignità e la schiena dritta, battendosi per il diritto all’Istruzione che a loro era stato sostanzialmente negato.
Cercavano riscatto e in parte l’hanno trovato.
E la condizione dei proletari non è frutto del destino cinico e baro né della biologia, ma di un sistema totalmente sbagliato nel modo di produrre e distribuire la ricchezza e le opportunità, nella sua divisione in classi, nella difficoltà di muoversi dalla propria condizione di nascita.
E posto che confondere fascisti, suprematisti, delinquenti e facinorosi con una condizione sociale è da stupidi e da superficiali, resta solo da stendere un velo pietoso sulla sciatteria di certi esponenti dell’area democratica italiana.
Resta, infine, da analizzare a fondo la ragione per la quale alcuni straricchi eversori riescano, nel Mondo contemporaneo, ad agitare dall’estrema destra gli animi di una parte di coloro faticano a vivere.
Ma questo, appunto, è un tema cruciale della sinistra e di quanto essa si sia allontanata e sia diventata incapace di trasferire una visione e un percorso di liberazione.
Ma in certi tweet, in effetti, è già contenuta una parte della risposta.

Michele Piras

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