Un’antica leggenda narra che Ercole affidò a Jolao, suo nipote e compagno fedele al tempo del compimento delle dodici fatiche, il compito di guidare i suoi figli e un gruppo di giovani guerrieri Tebani nel viaggio verso l’isola di Ichnusa. Partiti da Tebe, si imbarcarono nel porto di Antedone e la loro imbarcazione attraversò le Colonne che delimitavano le terre allora conosciute. Dopo aver superato i mille pericoli di un mare ignoto, avvistarono l’isola di Sandalion, così i Greci chiamavano Ichnusa, e gettarono l’ancora in un tratto di costa in cui sorgeva un villaggio di pescatori dai quali sentirono parlare di una piccola valle in cui l’acqua calda sgorgava dalla terra. Era il luogo indicato dall’oracolo di Apollo come meta del loro viaggio. Jolao vi si diresse alla testa del gruppo dei giovani Tebani, tra i quali c’era anche sua figlia Sardara. L’accoglienza del capotribù Gantine e di tutto il villaggio fu calorosa e in loro onore furono arrostiti agnelli e versati boccali di vino. Dopo lo scambio dei doni ebbe inizio una grande festa al suono delle launeddas e dei tamburi e fu allora che gli sguardi di Sardara, la bella figlia di Jolao, e di Lesite, il secondogenito di Gantine, si incontrarono. Lui le rivolse la parola e le disse che era bella come una jana, lei arrossì e sorrise. Non aveva mai sentito parlare delle janas, non sapeva che erano creature bellissime che avevano una voce melodiosa, tessevano su telai d’oro e custodivano tesori. Nei giorni seguenti si incontrarono ancora e quando Lesite le chiese di sposarlo lei accettò. Jolao e Gantine furono d’accordo, perché la loro unione avrebbe suggellato l’alleanza tra i due popoli. Quando la luna entrò nell’ultimo quarto, le ancelle cosparsero il corpo della principessa Sardara di essenze profumate e la vestirono di una candida tunica di lino. Ornata di monili di piccole conchiglie colorate, la principessa sposò Lesite. Con l’aiuto dei figli di Ercole e dei loro guerrieri, Lesite costruì una nuova città al centro del quale fece edificare un grande palazzo, con le pareti adornate di pitture come quelli di Tebe, da dove governarono con grande saggezza. In onore della bellissima principessa la città fu chiamata Sardara e tanti giovani e ragazze dei villaggi vicini vi si trasferirono. Nelle fertili campagne si coltivava la vite, il grano, le fave e altri cereali e piante portati dai Tebani e le vie della città brulicavano di laboriose attività. Si lavorava il bronzo, le pelli, la lana, il legno e si intrecciavano cesti di tutte le dimensioni. Edificarono un grande tempio dedicato alla Dea Madre e ogni anno per la grande festa della Luna arrivavano genti da ogni angolo della terra di Ichnusa.
Angelo Mascia
Sardara. La leggenda della fondazione della città del medio campidano (Angelo Mascia)
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