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Carbonia. «La luna e i falò», la scommessa vinta di portare Pavese sul palcoscenico

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«Partir, c'est mourir un peu, / C'est mourir à ce qu'on aime: / On laisse un peu de soi-même / En toute heure et dans tout lieu.» Sono i versi più famosi del “Rondel de l’adieu”, poesia che nel 1890, fu inserita da Edmond Haraucourt nella raccolta “Seul” e che ebbe tanta fortuna da essere scelta da compositore Francesco Paolo Tosti per una delle sue celebri romanze “da salotto” e perfino divenire, quanto al primo verso, un’espressione proverbiale. “Partire è un po’ morire”, per l’appunto: “È morire per ciò che amiamo: / Lasciamo un po 'di noi stessi / Sempre e ovunque”.
Del poeta francese non è rimasto molto altro, nel presente: non così del romanzo di Cesare Pavese “La luna e i falò”. Ultima fatica dello scrittore di “Lavorare stanca”, pubblicata nell’aprile 1950 poco prima di ricevere, il 24 giugno il Premio Strega e di darsi la morte per barbiturici, il 27 agosto: considerato da taluni il capolavoro, rappresenta per certi versi, così come segnalato dall’autore nei suoi diari, la clausola di un percorso narrativo immerso nelle più importanti tappe biografiche e che, dunque, chiude il cerchio dell’opera di Pavese a ridosso del tragico interrompersi della vicenda esistenziale. Fu scritto praticamente di getto, fra il 18 settembre e il 9 novembre 1949, con la bruciante urgenza di chi forse presagiva l’insano gesto, ancorché lo stesso Pavese, in una lettera allo scrittore e critico letterario Aldo Camerino, risalente al 30 maggio del 1950, abbia rivelato essere “La luna e i falò” «il libro che mi portavo dentro da più tempo»: nessuna folgorazione, quindi, piuttosto una lenta gestazione.
Andrea Bosca La luna e i falò 2 webDel testo la coppia formata da Andrea Bosca e Paolo Briguglia, attore il primo, il secondo in cabina di regia, ha adattato un monologo: è stato visto e applaudito sabato scorso dal pubblico del Teatro Centrale, nell’ambito della rassegna firmata dal Cedac e patrocinata dall’amministrazione comunale. Andrea Bosca La luna e i falò web1Quello di Bosca e Briguglia è uno spettacolo che, fin dalle prime uscite, ha riscosso un successo che, da quanto si è appurato direttamente, appare strameritato. La trama intessuta da Pavese nella “Luna e i falò” è quelle di un uomo di quarant’anni, io narrante del romanzo, che torna, fatta fortuna in America e stabilitosi di fatto a Genova, nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza in un paese delle Langhe allevato da una povera famiglia contadina che l’ha avuto in affidamento in cambio di un piccolo contributo mensile in quanto abbandonato dalla madre all’ospedale di Alessandria. Una volta cresciuto e andati via i sui genitori adottivi, Anguilla – questo il suo soprannome – va a servizio nelle proprietà del sor Matteo, un agiato possidente, fino a diventare un lavoratore salariato. Poi la fuga in America e il ritorno, lui, il “bastardo”, nella condizione ben diversa di persona benestante e con i conti a posto. Un dato di fatto che non appaga tuttavia il trovatello diventato a suo modo un uomo di successo: nei trentadue brevi capitoli che compongono il lavoro (Pavese ne parlò come di una «modesta Divina Commedia») il tentativo di riconoscersi finalmente in un “dove”, lui che non conosce il luogo in cui è nato e che ha tanto peregrinato negli anni dell’emigrazione oltre Oceano, non riesce, il passato è ormai un affastellarsi di mit logie simboliche e il presente non sa guarire la lacerazione del distacco perché deve gua ire, in quelle terre non meno che altrove, le ferite della dittatura, del conflitto mondiale, della Repubblica Sociale e della guerra partigiana, appena terminati e ancora vivissimi nei cuori della gente. Di qui l’accostamento di cui al principio: nei tanti “partire” di Anguilla, tutte contrassegnate da uno strappo – dalla madre e dal luogo di nascita, dalla famiglia dell’infanzia, dalla cascina del sor Matteo, dai luoghi in cui è cresciuto, dall’America delle incolmabili solitudini – v’è un “dipartire” che è separazione ma anche “dipartita”, dividersi da luoghi ed affetti e lasciare una parte di sé a morirvi.
L’interpretazione di Bosca dell’io narrante della “Luna” è stata estremamente efficace. L’attore ha quasi trent’anni, è decisamente più giovane di Anguilla, quarantenne della fine degli anni Quaranta cresciuto nella fatica dei campi e del duro lavoro in America, ma la sua freschezza rimanda ad un arco di tempo lungo, quasi che sul palcoscenico il personaggio si presentasse in una sorta di età “neutra”, giovane senza tempo, simbolo in una realtà simbolica. D’altronde, il racconto si caratterizza per continui sfalsamenti di azione, luogo e tempo, scarta con andamento frammentario dal passato lontano a quello prossimo al presente e la figura dell’attore riesce in un certo senso a dare corpo a questo disordinato percorso. C’è inoltre l’aspetto legato alla lingua che Pavese sceglie per quest’opera così particolare. Per la «realtà simbolica» – sono parole dello stesso autore – della “Luna e i falò” lo strumento si colloca fra gli estremi della prosa d’arte e di un realismo che recupera taluni particolarità del verismo, presenza di non poco conto nel romanzo italiano; il racconto non raramente si lascia portare da accentazioni di qualità – alta, manco a dirlo – poetica, che imprimono al racconto il ritmo di certe affabulazione dei repertori orali popolari; ben presente è l’influenza di un “parlato” piemontese madido di espressioni gergali, prestiti dialettali, costrutti dell’idioma contadino. A tale scenario Bosca accorpa il suo conoscere quei posti – è nativo di Canelli, cittadina più volte citata nel romanzo – e, dunque, la possibilità di innervare il racconto con una lieve ma riconoscibile inflessione regionale che ha dato ricchezza al suo esporre ed esporsi dall’immedesimazione e dall’emozione misuratamente accorata.
Meritati gli applausi convinti del pubblico per questa scommessa – adattare un romanzo al palcoscenico ha sempre dell’aleatorio – decisamente vinta.
Giovanni Di Pasquale

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