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Carbonia. Paolo Rossi ovvero l’improvvisazione a Versailles con la compagnia dei “fuorilegge”

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«Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti», scriveva qualche anno fa il leader degli Skiantos Freak Antoni. Paolo Rossi, che sulla satira politica ha fondato un buona parte della sua carriera, è invece arrivato alla conclusione che non vale più la pena prendere di mira i nostri governanti contemporanei: la concorrenza della classe politica su questo terreno è ormai insuperabile, che senso ha mettere alla berlina chi fa già tutto da sé? Così, nel suo ultimo spettacolo, “Il re anarchico e i fuorilegge di Versailles”, il comico di Monfalcone ma milanese d’adozione, nell’ennesimo capitolo della sua esplorazione del mondo teatrale di Molière, torna alla radice del teatro italiano, quello che fece fortuna in tutta Europa e in particolare in Francia a cavallo fra i secoli XVI e XVIII, e recupera l’improvvisazione, arte che non è mai stata abbandonata del tutto ed anzi ha continuato ad avere un ruolo fondamentale nei generi più popolari del palcoscenico, fino a diventare strumento imprescindibile in talune forme di teatro contemporaneo e d’avanguardia. Il lavoro andato in scena al Centrale sabato scorso, a differenza dei precedenti allestiti guardando alla grande figura del capocomico e autore francese, non ha tuttavia fatto cenno diretto, se non saltuariamente, alla sua opera ma piuttosto alla storia del teatrante che ha avuto la fortuna di lavorare nel tempio del potere, di più: del potere assoluto per definizione, la monarchia di Luigi XIV – nella reggia di Versailles, immensa dimora fatta costruire dal Roi Soleil per levarsi di mezzo la pletorica corte che rappresentava evidentemente ai suoi occhi soltanto un intralcio se non un pericolo, con i soliti intrighi, per la stabilità del suo dominio totale. In quel capolavoro di architettura non mancava un teatro in cui Molière era incaricato di mettere in scena per il sovrano e i cortigiani le sue commedie, certo non accomodanti nei confronti dei vizi e dei difetti di quell’ambiente, così come farà Goldoni nei confronti della borghesia mercantile della Serenissima. Una gran fortuna, pensa da tempo Paolo Rossi, poter satireggiare il potere a casa sua: non già quello del re, che ha sempre lasciato libertà d’espressione ai suoi attori prediletti, piuttosto quello della corte parassitaria delle brighe e dei complotti, quella sì desiderosa di mettere la mordacchia alla graffiante ironia di monsieur Poquelin.

Insomma, poter vivere una simile esperienza per il capocomico dell’oggi è davvero un sogno e proprio nella dimensione onirica si è dipanato il canovaccio di questo ultimo lavoro del nostro. Aperto con i gesti del mimo davanti al vetro, quella “quarta parete” che divide il pubblico dal palcoscenico, che Rossi ha infranto come il teatro prevede ormai da lunga pezza: ne è partito un monologo, genere in cui egli eccelle, nel quale ha chiarito, giocando con il pubblico e non rinunciando, al di là delle dichiarazioni programmatiche, a prendere di mira il potere dei giorni nostri, quanto egli i suoi avrebbero di lì a poco messo in scena. Da quel punto è partito il viaggio-sogno della compagnia alla volta di Versailles, là dove si vorrebbe inscenare una pièce di Molière in cui gli attori, sono i “fuorilegge” che usano l’“impromptu” per spezzare le regole di chi vorrebbe imbrigliarli, depotenziarli, renderli innocui: non si dimentichi che Rossi fu censurato, negli anni della RAI marchiata da Berlusconi, e fu impedita la trasmissione della seconda parte, dopo le polemiche della prima programmata tra l’altro in tarda serata, di “Questa sera si recita Molière”.

Ecco dunque andare in scena la selezione degli attori che dovranno far parte della spedizione: uno «spettacolo d’arte varia», si potrebbe dire citando Paolo Conte, fatto di monologi, canzoni, virtuosismi mimici, dialoghi imperniati sulla traccia scritta da Rossi insieme a Emilio Russo e Georgia Rossi. L’improvvisazione, però, non è un vagare a casaccio: è un’«arte militare», così la descrive lo stesso capocomico, fatta di disciplina, esercizio, memoria e prontezza di spirito. Arte rigorosa che Rossi e i suoi hanno dissimulato con una scioltezza per lo più fortunata che ha lasciato intravvedere un duro lavoro di studio e di prova nonché un talento che gioverà ai freschi partner dell’esperto leader: Chiara Tomei, bella voce e bella presenza, un Morte bianco-vestita coll’accento di Trastevere; Marianna Folli, capace di passare al volo da nonna un poco rimbambita a moglie restia ad assecondare le voglie del povero Paolino; Marco Ripoldi, rimarchevole la sua prova da mimo sull’immaginario filo del funambolo; Francesca Astrei, pervicace nell’inseguire il sogno-Versailles tanto da “portare” al provino il monologo sull’ipocrisia dal “Don Giovanni”; Caterina Gabanella, inflessibile dottoressa teutonica trasfigurata in un istante, come solo può accadere in un sogno, nella fidanzata del commilitone di Rossi ingannata da un finta lettera d’amore. Il “re anarchico” può senz’altro essere orgoglioso dei suoi “fuorilegge”.

Quasi due ore di spettacolo seguito con attenzione dal pubblico collocatosi in ogni ordine di posto, che ha puntellato il dipanarsi dell’azione con consensi divertiti e applausi a scena aperta, infine con l’ovazione finale e ripetuti richiami in scena. Dalla gran messe di parole, dialoghi, note – a proposito: ottimo il commento musicale live della chitarra di Emanuele Dell’Aquila, bravo anche nei dialoghi con “Paolino”, e del contrabbasso di Alex Orciari, anche sfortunato protagonista del primo provino – è emerso ad ogni modo il corposo bagaglio di un attore che continua a sorprendere per coerenza artistica e impegno. Epigono dei grandi affabulatori alla Fo e Gaber, ama identificarsi con personaggi assai peculiari e contraddittori, come il celebre attaccante nordirlandese e stella del Manchester United degli anni Sessanta George Best, di cui ha raccontato di quando irrise Cruijff in una partita fra nazionali: «Lo guardò e gli disse: “Tu sei il più grande, ma solo perché io non ho tempo”». E si può essere grandi anche così: per un colpo di genio di un momento, che solo un’arte eccelsa può dissimulare in improvvisazione.

Giovanni Di Pasquale

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