Nuoro. Intervista di Mario Girau a mons. Pietro Meloni, vescovo emerito di Nuoro, sul Concilio Plenario Sardo. Il Concilio Sardo, faro di orientamento
Quale attuazione è avvenuta dei progetti del Concilio? Abbiamo meditato sulle riflessioni del Concilio e abbiamo attuato le sue proposte? La domanda è rivolta ai vescovi e ai sacerdoti, e dovrebbe riguardare anche gli animatori dell’azione pastorale e tutti i credenti della Sardegna.
Credo che molte comunità diocesane e parrocchiali abbiano cercato di riflettere sui testi del Concilio e di realizzare il rinnovamento, almeno in tanti settori pastorali, ma certo si poteva e si potrebbe fare di più. Non tutte le comunità hanno camminato con lo stesso passo, e neanche le istituzioni di coordinamento regionale, il cui potenziamento era uno degli scopi principali del Concilio. A mio avviso è necessario chiedersi: quali erano le proposte del Concilio Sardo? Gli Atti mostrano che nella scelta iniziale degli argomenti da trattare, tra le varie possibilità è stata percorsa la strada di affrontare il “mare magnum” di tutte le questioni principali della dottrina e della pastorale. Questa scelta di campo non era nelle intenzioni di tutti i membri del Concilio, e neanche di tutti i sacerdoti, delle persone consacrate e dei laici impegnati. Ha prevalso però la preoccupazione di non dimenticare nessuna delle realtà della Chiesa. Molti proponevano invece che si scegliesse un’angolatura più specifica e circoscritta, scegliendo i temi più urgenti per la Chiesa in Sardegna (che potevano essere, ad esempio, la religiosità popolare fra tradizione e rinnovamento, la realtà agro-pastorale, la violenza e la pacificazione, il coordinamento tra i diversi giornali e strumenti di comunicazione diocesani, l’accoglienza ai migranti e la loro integrazione). Come era accaduto per i Sinodi di altre diocesi, c’era in quel momento il timore che venisse trascurato qualche aspetto della pastorale. Fu scelta la prospettiva di trattare la dottrina e la pastorale globale. Il lavoro fatto nel periodo preparatorio e poi nella formulazione dei testi del Concilio è stato rilevante, ma su una tematica troppo vasta, e peraltro trattata dai documenti della Chiesa Italiana e della Chiesa Universale. Ne scaturì una forma di “trattato di dottrina generale”, dinanzi al quale non era facile dedurre le vie specifiche e concrete del rinnovamento per il nostro territorio. Domandarsi se il Concilio è stato attuato significa riconoscere che in molti settori della vita ecclesiale non c’è stato un efficace cammino di rinnovamento, anche se l’azione pastorale non si è fermata nelle comunità. Bisognerebbe anche fare delle distinzioni e domandarsi quale è stato l’impegno in ogni singola diocesi, in ogni parrocchia, nelle congregazioni religiose, nei gruppi ecclesiali. E la domanda potrebbe essere più ampia: abbiamo attuato le proposte del Concilio Vaticano II e del Vangelo?
Secondo molti, sembra che quella stagione conciliare sia stata una grande incompiuta. Incompiuta perché il Concilio ha dimenticato di pronunciarsi su alcuni ambiti ecclesiali oppure perché si è fatto poco per attuarlo?
Incompiuta sarebbe la stagione successiva al Concilio per l’eventuale mancata attuazione delle sue proposte. Dire che si è fatto poco è giusto nel senso che forse si poteva fare di più e meglio. E questo riguarda le differenti situazioni nei diversi territori dell’isola, che rimane “quasi un continente”. Ogni comunità deve fare il suo esame di coscienza, o meglio la sua analisi e verifica pastorale, al di là della ricerca di probabili responsabili, persone o comunità, chiedendosi chi debba essere condannato e chi possa essere assolto.
Qualche vescovo emerito dice che sarebbe un grave errore nella pastorale di oggi non rifarsi alle conclusioni o ai suggerimenti del Concilio Plenario Sardo, non foss’altro che per ricercare comuni soluzioni pastorali regionali per identici problemi diocesani.
Penso che tutti riconoscano l’opportunità di rifarsi alle conclusioni e ai suggerimenti del Concilio Plenario, soprattutto per ricercare e trovare soluzioni pastorali regionali unitarie, per favorire l’incontro tra le diverse diocesi, per potenziare le azioni di una “pastorale d’insieme” per tutta la Sardegna. Vari tentativi sono stati fatti. E i tanti organismi di coordinamento regionale che esistevano prima del Concilio possono domandarsi se un rinnovamento ci sia stato. Il Seminario Regionale e la Facoltà Teologica hanno proseguito sempre i loro itinerari, cercando anche strade di rinnovamento. La Delegazione Regionale della Caritas ha operato egregiamente sia in Sardegna, sia nei paesi colpiti da calamità di guerre, terremoti, carestie, ad esempio in Africa, in Albania, in Croazia, in Kosovo. La Pastorale della Famiglia ha organizzato i suoi convegni periodici. La Commissione Liturgica è stata sempre presente. Il Centro regionale Vocazioni (CRV) da 40 anni fa coordinava la pastorale regionale delle vocazioni con incontri periodici, che vedevano la partecipazione degli animatori e di moltissimi giovani. L’Ufficio Catechistico Regionale ha sempre funzionato e negli anni più recenti è stato potenziato con nuovi progetti e incontri del Catechisti con larga partecipazione. Il Progetto Culturale della CEI ha sviluppato in Sardegna una azione culturale con incontri periodici e tavole rotonde nelle Università, pubblicando ogni anno dei volumi di “Atti” e incentivando ricerche che sono confluite in volumetti di storia e arte sacra della Sardegna. La Delegazione Regionale per la Pastorale Sociale e del Lavoro ha compiuto sempre il coordinamento regionale, come anche il servizio alla pastorale della salute, alla pastorale carceraria, ai migranti, ad altri ambiti pastorali. La Consulta Regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici ha esercitato concretamente progetti di restauro di edifici sacri. Anche l’USMI e la CISM hanno sempre proseguito gli incontri di coordinamento riguardo ai Religiosi e alle Religiose. Non è nato l’auspicato «Centro regionale di pastorale», che il Concilio aveva esplicitamente proposto (CPS, n. 46). Rimane certamente attuale la raccomandazione di potenziare ancora in tutti i campi “un’opera di coordinamento regionale unitario” (CPS, n. 46).
Tra gli impegni del Concilio anche quello di convocare ogni dieci anni gli stati generali della Chiesa sarda. Non si è fatto nel 2011, rischia di non farsi nel 2021.
Gli “Stati Generali della Chiesa Sarda” ritengo opportuno che vengano convocati periodicamente, anche più’ frequentemente che ogni dieci anni. Se per Stati generali si intendono convocazioni regionali, oltre a quelle dei singoli settori, possiamo ricordare che per i sacerdoti si sono realizzate varie iniziative: l’Assemblea del clero della Sardegna a Cala Ginepro nell’anno 1994, una Settimana di aggiornamento teologico-pastorale a La Madonnina nel 1995, una seconda Assemblea del clero regionale a Orosei nell’anno 2016, diversi corsi di Esercizi Spirituali regionali a Donigala Fenughedu e a Cala Ginepro.
Quali problemi potrebbe creare alla Chiesa sarda Covid 19: di tipo organizzativo e pastorale?
Il Covid ha già creato grossi problemi alla Chiesa Sarda, come alle Chiese di tutto il mondo, agli Stati e a tutta l’umanità. Le proposte di una evangelizzazione in questo tempo sono perennemente allo studio e alla sperimentazione, e mi par di vedere che i vescovi e i sacerdoti si stiano ingegnando, insieme ai laici, per un cammino di fede che salvaguardi gli antichi valori e scopra nuove strade. Una novità è l’affidamento di più diocesi ad uno stesso vescovo, che ha creato nuovi problemi a chi deve essere sempre più vicino ai sacerdoti e ai fedeli. I vescovi emeriti potrebbero avere una funzione di incoraggiamento e di consiglio per una pastorale che è da adeguare ogni giorno, in base all’evolversi delle situazioni della sanità, dell’economia, della religiosità.
Mario Girau - fonte: Il Nuovo Cammino (periodico della diocesi di Ales Terralba