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Mon, Nov

Società. Nei comuni della diocesi i “neet” sono il 30% dei giovani. Tanta gavetta e poi? Il lavoro che non c’è

S.I. Oggi
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Nel grande problema della crisi di lavoro, la disoccupazione giovanile occupa un ruolo di primo piano. Sostanzialmente i disoccupati in età giovanile si possono dividere tra coloro che sono effettivamente occupati, i disoccupati alla ricerca di lavoro e chi non studia e non lavora, ma non ha intenzione di cambiare la situazione in alcun modo, i cosiddetti “neet” (dalla formula inglese not engaged in education, employment or training). I “neet” preoccupano in particolar modo visto che in Italia superano del 10% la media europea, vale a dire che un quinto della popolazione tra i 15 e 24 anni sceglie autonomamente di non fare nulla.
Secondo i dati ISTAT sulla disoccupazione giovanile, come ricordato anche negli Orientamenti pastorali 2017/2018 del vescovo di Iglesias, nel 2016 nella ex provincia di Carbonia-Iglesias (comprendente tutti i comuni della nostra diocesi eccetto Teulada) fra i giovani fra i 16 e i 24 anni, 3 su 10 appartengono ai “neet”, solo 1 su 10 lavora e 6 su 10 sono disoccupati. Nell’insieme dei disoccupati poi, bisogna preoccuparsi anche di chi, decidendo di specializzarsi in determinate discipline ha speso tempo e denaro – quello della famiglia, ma anche quello guadagnato lavorando – in una laurea, vedendosi poi non riconosciute le competenze. O, al contrario, quando i laureati decidono di “accontentarsi” di lavori non coerenti con il loro percorsi di studi, vengono rifiutati come “troppo preparati”.
Alcuni dati: secondo Almalaurea, limitatamente alla zona di Cagliari ma comprendendo tutto l’Ateneo e quindi senza distinzione di facoltà, su 1.577 laureati di cui 1.080 intervistati, il 74,7 % stanno partecipando o hanno partecipato ad un’attività di formazione post-laurea, il 68, 3% lavorano, tutto questo a ben 5 anni dalla fine degli studi. Questo significa che chi lavora è solo poco più della metà, e nel mentre le attese sono veramente lunghe. Inoltre niente sembra mai bastare: alla laurea si aggiungono corsi di lingue, esperienze di volontariato, stage non retribuiti o poco retribuiti, alcuni si limitano solo a un rimborso spese. Nessuno mette in dubbio l’utilità e la necessità della famosa “gavetta”, ma spesso la gavetta si rivela molto più lunga del previsto, assumendo le forme di uno “sfruttamento” che spesso vale poco come esperienza a tutti gli effetti.
Tale situazione dà una risposta anche a domande diverse, quali “perché i giovani si sposano meno e fanno meno figli? Perché tanto ritardo nel crescere e prendersi le proprie responsabilità?” Perché le basi economiche e lavorative non lo consentono. Non ci sono controlli sulla tutela del lavoro dei giovani, e molti pensano che le competenze debbano essere al servizio senza essere retribuite. Per non parlare delle risposte tardive o assenti, file interminabili agli uffici, documenti incomprensibili, burocrazie infinite. Prove su prove che posso portare via anche alcuni mesi di tempo prezioso per poi vedersi comunque delle porte sbattute in faccia, come raccontano le testimonianze raccolte durante quest’inchiesta.
Le statistiche aiutano ma non devono essere l’unico dato. Le testimonianze, le vere esperienze di chi dopo anni di studio ancora non si trova con niente di riconosciuto, possono davvero dare l’idea di quale sia la situazione e di come poi questo si ripercuota sulla psiche, su come si insinui la delusione, la perdita di speranza, la voglia di cambiare completamente. Cerchiamo di far sì che le competenze contino qualcosa, e di valorizzare i giovani, magari inizialmente il lavoro non sarà perfetto, ma migliorerà. Meritano anche loro una chance per cambiare il mondo con il loro sapere.
Giulia Loi

Sulcis Iglesiente Oggi