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07
Thu, May

Racconto. Quando bisognava “far da bravi”

RACCONTI E POESIE ì
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….ci rimaneva solo da “far da bravi” fino al cospargimento della “Leocrema”, unguento impermeabilizzante e ustionante, in tutto il corpo…ma questa è un’altra storia
Tornando alla Leocrema, tutte le volte che ci apprestavamo ad andare al mare, mamma ci mandava a comprare cinque panini lucidi, 150 gr di mortadella e un vasetto di crema.
C’è da dire che tra noi fratello e sorelle, nonostante la chiarezza della mia pelle, ero quella più fortunata perché non mi capitava mai di ustionarmi, rossa da far paura, ma la pelle non si bruciava. Certo questa fortuna non era dovuta all’utilizzo dell’unguento terrificante. Ricordo ancora la profumazione, buonissima, la consistenza collosa, difficile da stendere sulla pelle ma, una volta spalmata aveva la funzione di rendere il corpo idrorepellente e scivoloso come quello di un’anguilla.
Spesso ho un atteggiamento rigido, propenso a strutturare e categorizzare la realtà che vivo o subisco intorno a me e, se mi fermo a riflettere mi rendo conto che è un retaggio educativo. Tutto nella mia infanzia aveva un ordine e ogni momento della giornata, era scandito con precisione. Comunque, dicevo, subito dopo la spesa ci preparavamo. Io indossavo una sorta di due pezzi, originariamente era stato acquistato alla UPIM, e in seguito con pezzi di stoffa di recupero e utilizzando i cordoncini originari, mia madre mi aveva confezionato un costume unico, esclusivo. Ricordo ancora la stoffa, beige con i fiorellini minuscoli e azzurrini. Una volta arrivati in spiaggia, Portopino allora era fenomenale, tutto doveva essere fatto con rigorosa precisione.
Papà “piantava” l’ombrellone e fino a che questo non fosse stato aperto, a noi non era concesso di spogliarci. Gli abiti infatti andavano appesi alle stecche. I sandali dovevano stare all’interno dell’ombra proiettata dalla copertura, abbastanza lontani per non sentirne l’odore, abbastanza vicini per non perderli di vista e…rigorosamente in fila. Quando tutto era in ordine, mamma col suo prendisole e il cestino da lavoro, sedeva su una sdraietta pieghevole e cominciava a sferruzzare. Giocavamo col pensiero fisso al bagno in mare e, sebbene arrivassimo prestissimo, non potevamo appressarci all’acqua se non alle 10 in punto. A nulla valevano richieste, suppliche e svenimenti per il caldo. La digestione doveva fare il suo corso. Poco prima dell’ora fatidica, a uno a uno, venivamo passati in rassegna e unguentati per bene. Estratto il minuscolo vasetto di cremina Leo dalla sua borsa da lavoro, mia madre cominciava dal figlio con la superficie epiteliale più ridotta e finiva con quello più estesa. 30 ml venivano centellinati, tuttavia e miracolosamente, mia madre riusciva nell’impresa. Quella crema era un portento. Neppure un filtro UVA, UVB, UVC e forse ancora nessuno ne conosceva l’esistenza. Io ho visto il primo flacone di Ambre Solaire nel 1979, comunque non so per quale ragione, le mamme intorno a noi, usavano lo stesso ritrovato o similari della nostra mamma. Una volta applicata la crema, noi bambini ci ritrovavamo viscidi come anguille, profumatissimi e idrorepellenti. Praticamente di noi si bagnavano solo il costume e i capelli. Ricordo ancora come l’acqua non grondasse, ma rotolasse nei nostri corpi. L’utilità della cara Leo non l’ho mai ben capita. Le scottature erano assicurate. Vero che la pelle era particolarmente morbida, ma questo solo fino alle ustioni di milionesimo grado procurate, dopo l’esposizione al sole, aspettando qualche giorno, ricordo che cominciava il passatempo preferito dei nostri caldi, sonnolenti pomeriggi. Uno di seguito all’altro a spellare le nostre schiene e la gara era “a chi toglie il pezzo più grande”.
Felici estati anni 70
Claudia Serra