E’ un bel pomeriggio di dicembre. Dopo giorni di pioggia, siedo in veranda e mi crogiolo nel tiepido sole. Il pensiero divaga. Mi sento bene. Ho la netta sensazione di scivolare in un torpore sonnolento. Osservo il prato irregolare con sprazzi di terra nuda e umida. Sassolini di colore e forme differenti. Un vecchio tappo rugginoso. Gusci di lumaca vuoti. Un oggettino sferico. Ricorda una biglia. Sembra una biglia. E’ una biglia!!! Piccola, di vetro e con al centro la spirale di tre colori. Che emozione! Con in mano quel gioco “preistorico” sono entrata in casa. Ho lavato e asciugato il cimelio. A chi apparteneva? Negli anni settanta ogni bambino e anche qualche bambina, teneva le tasche rigonfie piene di “biriglie”. L’ora di ricreazione, la fila per il panino che veniva dato a tutti e tutte e distribuito dal fornaio. Veniva consumato velocemente nei tre lunghi scalini davanti al portone e, subito dopo, di corsa a giocar con le figurine, “becus” e le biglie. Ogni rientranza dell’esterno della scuola elementare, ospitava un passatempo preciso. C’era l’angolo delle figurine, quello del “Mugnaio” e il centro polveroso ospitava la pista delle palline di vetro con la spirale colorata. Quella pista veniva rinfrescata tutti i giorni. Ormai era ben sotto il livello del terreno. I maschietti accosciati che a turno, con pollice e indice facevano avanzare la pallina nel percorso. Attorno alla pista e vicino al “morosetto”, le bambine che sostenevano ora l’uno, ora l’altro dei campioncini in erba. Ogni tanto si buttava un occhio alle maestre che chiacchieravano tra loro accanto alla scalinata. Giocavamo liberi. Era una gioia quella ricreazione. All’improvviso mi ritrovo nella mia cucina. Nel palmo una biglia, nella mente un ricordo evocato da un oggetto. Il teletrasporto esiste. Sono appena tornata!
Claudia Serra