Il villacidrese ha un rapporto particolare con l'acqua, è quasi viscerale, forse perché, essendo un paese prettamente a vocazione agricola, in passato dipendeva tanto dall'acqua e oggi, nonostante abbiamo una bella e grande diga, resta, quasi si tratti di una eredità atavica, questa tendenza a verificare nei punti nevralgici del paese, se " ha piovuto bene " dopo una grande pioggia.
Uno dei punti più importanti da verificare è sicuramente quello della nostra cascata più vicina al centro abitato, la meravigliosa " Sa Spendula". Basta che piova che parte la processione costante dei villacidresi che si alternano per dare un saluto e verificarne la portata.
Per capire se è piovuto davvero tanto, è necessario dare una sbirciatina anche a " Sa Spenduledda", poco distante dalla principale.
Sa Spendula mi ha sempre resa tanto orgogliosa, spesso quando mi dicevano che non avevo il mare vicino, rispondevo " ma io ho "Sa Spendula".
Anche fuori dalla Sardegna me ne sono fatta vanto e quando all'università a Bologna un professore ricordò il sonetto di D'Annunzio, a quel punto, mi gonfiai proprio come un tacchino.
E si, in tanti forse non sapete che il poeta venne in Sardegna nel 1882, sbarcò a Olbia e visitò prima Alghero, Nuoro e Oliena. Durante il soggiorno nel paese barbaricino ebbe modo di assaggiare il vino Nepente, di cui tesse le lodi nella prefazione del libro dell’amico tedesco Hans Barth “Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri”. Scrisse: “Non conoscete il nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domus de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo”.
Eh, narisiddu tontu a Gabriele.
Poi fu la volta di Villacidro; qui D’Annunzio ammirò la cascata Sa Spendula e le dedicò un bellissimo sonetto. Andò anche a Cagliari e rimase impressionato dalle bianche piramidi delle saline di Molentargius, da qui nacque la poesia “Sale”.
Ciascuno di noi ha tante storie ambientate in questa straordinaria cornice di pietre, alberi e fiori, l'abbiamo vista strapiena, secca, " a pisciatina", torbida e cristallina.
E ogni volta, ogni sacrosanta volta, in questo luogo mi sento accolta, forse perché tra quelle pietre, come ogni villacidrese, ci sono anche io.
Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.
Sotto fremono al vento ampi mirteti
selvaggi e gli oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula croscianti.
Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore
della pioggia un acredine di effluvi
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima il pastore
come fauno di bronzo, su ‘l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.
Ps oi est cabendi puru Sa Spenduledda, eh, nd'adi ghetau cust'orta, mballa!
Villacidro e il villacidrese di Claudia Aru
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