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Fri, Apr

Storie di altri tempi: Villaggio Nonsciudeprus (seconda parte) ...

RACCONTI E POESIE ì
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Una lunga fila di marigheddas attendeva di esser riempita... Quelle giovani donne, superata la piazza, riprendevano la loro gaiezza giovanile. A loro dei comizi importava che fossero presenti tutti i giovinotti del paese. L’occasione era ghiotta. Gli adulti distratti dall’avvenimento e loro avrebbero amoreggiato, a distanza si intende, senza preoccupazioni. Pregustavano, eccitate, quella emozionante serata. Anche la Scrafeddu aveva un interesse e non aveva il coraggio di ammetterlo nemmeno a se stessa. Licu Improdderi era un giovane tuttofare maldestro, ma suo padre affermava che col tempo e l’esperienza, si sarebbe fatto: male...aggiungevano i buontemponi del paese. Lelledda nutriva grande fiducia nelle capacità del giovane e sperava di suscitare in lui un interesse, ciononostante non si faceva illusioni. Lei non era una Culistrintu ma, una Scrafeddu. Nei suoi giri di pensieri a programmar futuro, giunse anche il suo turno e, posizionata la brocca sotto il getto dell’acqua della fonte, attende con pazienza che su crocoru le indichi che può tornare alla missione principale. Mentre risale il piccolo dislivello che porta alla piazza, arrivano voci femminili piuttosto alterate e si aggiungono fischi e urla maschili divertite. Nella piazza, la disputa per i decori, è diventata lite aperta tra la sorella del sindaco uscente e quella del contendente. Quest’ultimo, Cosimu Maistepannu, dopo anni dedicati a sestare abiti da sposo e da morto, era convinto di riuscire a ricucire qualsiasi strappo sociale di Nonsciudeprus. Strappi che la sorella Arropa, continuava a creare in ogni dove. Anche in questa occasione, Arropa, contando il numero di coccarde, si accorse che a Urbano Ponzoriga ne erano state attaccate due più che a suo fratello. Per la par condicio, manifestò il dissenso alle sostenitrici avversarie, e chiese di poter rimediare allo smacco, appiccicando le mancanti, ripristinando l’equità. Volarono parole pesanti. Le sostenitrici del sindaco uscente, concordavano nell’attribuire quelle coccarde in più, una per ogni legislatura passata. Riuscirono in breve tempo, a cercare le generalità e il mestiere delle antenate, fino a cinque generazioni indietro. La sorella di Urbano, sindaco ancora in carica, decise di essere superiore e interruppe la questione chiedendo al suo seguito di non proseguire oltre e sdegnose, mani incrociate al petto, in silenzio, osservarono l’esercito nemico. Arropa indispettita dal comportamento delle avversarie e intollerante verso questa forma di lotta, giratasi con agile velocità, sollevando le vesti e mostrando le terga, urlò: - immou chistionais cun custu!
Il pubblico maschile, ormai in visibilio, eccitato, scattò in un fragoroso applauso. Davvero Lelledda non riusciva a capire come delle donne che si riunivano per cucire e recitare rosari, potessero arrivare a tali livelli di indecenza. Le urla, gli applausi, dovevano aver svegliato Don Dindu che apparve ancora sonnolento dalla porta della canonica con la sua lunga veste abbottonata frettolosamente e sbilenca. Scese accanto al palco e gli uomini borbottando e sdurruscendi, fecero per accommiatarsi e si bloccarono all’istante per un gesto perentorio de su preri.
- Ma bos atrus ita seis pighendisì su mundu a giogu!? Ma ddu scies che est legidadi a si biri aici? E fustei, Arropa Maistepannu, ndi fairi onori a frari de fostei! Santu Minconi s’aggiudidi!
La donna timidamente aggiunse: - Don Dindu, agiudidi a totus! Biara s’ora chi at a essi totu acabau. Custa est tribolatzioni legia. Marturus seus…acoment su santixeddu cosa nosta!
Fatto il segno della croce e impartita una frettolosa benedizione, su preri, si rivolse agli uomini e non disdegnando un buon bicchiere di vino, come penitenza impose agli uomini un discorsetto nella bettola di tziu Arrubiu. Tonaca svolazzante e ridancianeria, accompagnarono la maschia comitiva verso la perdizione.
Lelledda godette di quella scena, ma non si scompose. Teresina Culistrintu avrebbe approvato il suo contegno. Una signorina per bene non deve far trasparire le sue emozioni e se assiste a qualcosa di divertente, portata la mano davanti alla bocca, può permettersi un impercettibile risolino. Lei invece avrebbe voluto rotolarsi a terra tanta era l’ilarità che la scena aveva suscitato in lei ed ebbe la sensazione che anche le astanti, avrebbero fatto la medesima cosa, non fosse per il contegno morale e sociale. Con queste riflessioni e col peso della brocca sul capo, riprese la via di casa. Aveva un bel po’ da raccontare e magari a casa con i suoi, avrebbe potuto cedere alla carica comica dell’accaduto. Si, la politica cominciava a piacerle!
(continua)

Claudia Serra