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19
Wed, Jan

Natale a Nosciudeprus

RACCONTI E POESIE ì
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Lelledda scende le scale in legno. Tutto è stato lustrato a dovere. L'odore de "su saboni sardu" si mischia con quello de "su gatou" e de "sa cordula". Un insieme olfattivo contrastante eppure perfetto nella sua diversità. La piccola sala da pranzo è apparecchiata di tutto punto. Lei e sua madre Remendina si sono prodigate per tutta la giornata. La casa lustrata a dovere, is curruxonis preparati con cura, sa frisciuredda lavata e riposta per sa schironara, le mandorle sminuzzate per su gatou e una parte, po inforrai, da gustare dopo la cena e per ultimo, l'allestimento de sa salixedda. Sulla tavola in bella mostra, la tovaglia del corredo di Remendina. Ricamata da una giovane donna in età di marito. Ogni punto una speranza e un sospiro. Stoviglie, posate e cristalleria delle più pregiate e fini. Una Culistrintu doveva mostrare l'agiatezza e il gusto per il lusso e l'eleganza e Lelledda, ammira la bellezza e si pavoneggia per la decorazione del centro tavola preparato con grande cura nel pomeriggio.
Nella grande cucina mamma Remendina insolitamente serena, lava le verdure da disporre nelle piccole insalatiere bianche col bordino dorato e intanto attendeva l'arrivo degli ospiti. In quel ambiente gli odori e i profumi delle pietanze si mescolano. Nello spiedo di legno aromatico gira “sa cordula”, interiora di agnello ingrassati da “sa napa” e tenuti insieme dall’intestino avvoltolato. Nella graticola, la testina dell’agnello e sul tavolo i piedini dell’animale in gelatina. Era infatti usanza non buttare nessuna parte dell’animale macellato e la sera prima della festa grande, si consumavano le parti meno nobili, ma non meno succulente. L’acqua scorre tra le verdure e le mani di Lelledda, mentre i suoi pensieri tornano agli anni passati.
Era usanza a Nonsciudeprus, salire sul Monte a cercare un grosso tronco da posizionare nel camino di modo che ardendo, scaldasse e arrostisse molte delle carni che avrebbero imbandito la tavola de Paschixedda. Così, nel pomeriggio Lelledda saliva al Monte col padre. La destinazione era un costone boschivo dove avrebbero scelto e tagliato “su truncu po sa noti de cena”. Erano oramai tanti anni che ella non saliva più col padre, tuttavia l’usanza era rimasta. Meteorologicamente il tempo allora era diverso. Non di rado quelle camminate al Monte erano accompagnate da un freddo pungente e, qualche volta, una spolverata di nevischio rendeva tutto più suggestivo. Così come era magico, sulle spalle del padre, andare a vedere la “stella cometa”. Ora sapeva che quella cometa nel cielo non c’era mai stata, tuttavia, ancora oggi era certa di averne visto la scia. Il padre indicava un punto nel cielo e lei, come per incanto tra quei luminosi puntini di luce in un cielo nerissimo, scorgeva una coda scintillante che raccontava la nascita di un re. Allora come oggi, aspettava i nonni. Il Natale era l’unica occasione dove le famiglie Culistrintu e Scrafeddu sedevano alla stessa tavola. Unica occasione dove ciascuno di loro metteva da parte asti e differenze sociali. Quando ancora non ne comprendeva il significato e non si accorgeva degli sforzi fatti da ciascuno per onorare la festa senza conflitti, per lei tutto era gioioso e godeva della compagnia di quei nonni e di quelle nonne che si trovavano d’accordo su un punto, l’amore sconfinato per quella nipote e la vera unione che costituiva fisicamente per le due famiglie. Non c’erano doni particolari po Paschixedda. Perlopiù dolci e frutta che le due famiglie facevano arrivare dal Capoluogo. I Culistrintu perché così facevano d’abitudine, gli Scrafeddu, solo per non essere da meno. Lelledda aveva spesso sentito dire a Elia suo padre, “ocannu puru ddus eus postus cuaddu in faci!”. Col tempo comprese che la distanza tra le due famiglie era sedimentata e ancestrale. Nessuno, neppure lei, avrebbe potuto accorciarla. Ma in quella notte, s’Espiru, in qualche modo, si compiva un miracolo.
Terminati gli ultimi preparativi, guardò sul grande tavolo della cucina. Sa safata che avrebbe accolto i ravioli e quella per i malloreddus a bagna de cabonischeddu. Sua madre proprio non si capacitava di aver commesso l’errore di non aver acquistato a suo tempo due servizi uguali. In questo caso, i safatas, sarebbero state uguali. Si era adattata con una simile, ma trovava ciò di cattivo gusto. Lelledda sorrideva. Ogni anno la sentiva borbottare tra se e se togliendo dalla credenzina della sala da pranzo i due contenitori che differivano invero, solo per piccoli particolari che un occhio davvero allenato avrebbe potuto notare e certamente la diversità non avrebbe sconvolto l’appetito di nessuno. Ancora sul tavolo, c’erano due piccole sipas. Una per sa cordula e una per le testine di agnello, i vassoi con le verdure e quelli dei dolci. Il suo vassoio preferito era quello argentato e smerlato, dove sopra un letto di belle foglie di limone accuratamente lavate, stava su gatou. Meraviglioso croccante di zucchero caramellato, mandorle e "tragera". Mancava poco all’arrivo e Lelledda andò a controllare la sua bella figura allo specchio. La sua non era una bellezza appariscente, tuttavia attraeva la sua eleganza e la dolcezza dello sguardo. Aveva indossato un bel vestito scelto nel Capoluogo e non uno fatto dal sarto del paese, Cosimo Maistepannu. Aveva acconciato i suoi lunghi capelli mossi e dorati sulla nuca e per l’occasione aveva messo gli orecchini regalati dalla mamma e appartenenti alla famiglia Culistrintu da generazioni. Oro e una goccia di corallo pendente. Tutto era pronto. Non restava che aspettare…

Claudia Serra