C’è ben da riflettere per non fraintendere l’insegnamento di Gesù con la parabola del fariseo e il pubblicano. Ci viene descritto l’atteggiamento da avere nei riguardi di se stessi, degli altri e di Dio. Gesù racconta la parabola a proposito di farisei che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri, che si mostravano belli esteriormente, come sono i sepolcri, mentre erano intimamente cattivi, ritenendo di non dover cambiare in niente nel loro modo di vivere. Quanto mai Gesù non avrebbe approvato e lodato chi agisce nella verità e nella giustizia?! Anzi in altro momento Gesù dirà che chi agisce bene sarà invitato ad entrare nella beatitudine eterna del Paradiso pur non avendo conosciuto Dio e non aver creduto nell’eternità. Dio non fa preferenza di persone ma chiunque pratica la giustizia è a Lui gradito.
Dobbiamo onestamente ascoltare la voce della nostra coscienza e di chi ci fa osservare con evidenza il bene e il male operato nei riguardi di ciascuno e di tutti. A conferma di quanto stiamo dicendo alcuni farisei si professavano discepoli di Mosè e figli di Abramo e spudoratamente accusavano Gesù, il vero Israelita che, nella linea di Mosè e di Abramo, era venuto a portare a compimento e perfezione la Legge e i Profeti. Ad esempio a proposito del cieco nato e guarito prodigiosamente che aveva riconosciuto Gesù quale probabile Messia, i farisei lo apostrofarono: “Tu che sei nato nei peccati, vuoi fare da maestro a noi?” Quindi vediamo totale chiusura di mente e durezza di cuore.
Il pubblicano invece si riconosce colpevole, non si vanta di ciò che è, chiede perdono, impegnandosi a vivere meglio. Non pretende scuse o attenuanti del suo agire. L’apostolo Paolo riteneva di non essere degno di essere chiamato apostolo perché nel passato aveva perseguitato i cristiani. Una volta però conosciuta la verità diventa l’apostolo di Cristo presso le genti e in fine può esclamare: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede; ora aspetto l’eternità beata col Cristo risorto. Ci auguriamo e preghiamo di imparare dall’apostolo Paolo e al termine della nostra vita concludere con le stesse o simili parole. Gesù ci accoglierà con: Venite, benedetti dal Padre mio per una beata eternità, e tutti ci benediranno in eterno.
Nicola Fiscante, sacerdote redentorista, San Sperate