Domenica scorsa abbiamo visto che la preghiera costante e insistente rende forte il debole presso Dio e presso gli uomini nell’ottenere quanto si chiede, come ci testimoniava l’episodio della povera vedova che pretendeva giustizia, o Mosè che pregava per il suo popolo in battaglia. Oggi ci è descritto l’atteggiamento da avere quando si prega; Gesù ce lo indica narrando la parabola del fariseo e del pubblicano.
Ordinariamente ciascuno di noi ha una buona considerazione di sé e si è abbastanza critici verso gli altri. Direi, spesso a ragione, perché ci sono dei lupi vestiti da agnelli, dei sepolcri imbiancati, che dentro sono ben altro da ciò che appare; noi in fin dei conti non siamo dei delinquenti, tanto meno degli omicidi assassini. Di fronte a tanto male e a tanti mali della società perché in una certa misura dovremmo sentirci alquanto responsabili? Riflettiamo … Quello che il fariseo dice, messosi al primo banco dinanzi all’altare, potrebbe essere vero; non è ladro, non è imbroglione, non tradisce la moglie, digiuna e paga le tasse. Non è cosa da poco; lo facessero tutti. Quindi è anche giusto che si ringrazi Dio. Il fariseo insomma è ben diverso dal pubblicano fermatosi in fondo al tempio.
Il pubblicano, in fondo al tempio, non ha il coraggio neppure di alzare gli occhi al cielo; si batte il petto, riconoscendosi peccatore, ed è pentito. Cosa c’è di sbagliato nell’atteggiamento del fariseo? Il disprezzo del pubblicano senza alcuna pietà. Il fariseo avrebbe dovuto pregare Dio dicendo: Mio Signore, aiutami ad avvicinarmi a quel fratello; che lui possa sentire la mia amicizia e la mia premura per lui perché agisca diversamente; il bene porta bene. Il vero, il bello, il bene ci contagiano; sentendoci amati, amiamo di più; venendo perdonati, ci sentiamo spinti a perdonare. Il peccato del fariseo è la presunzione, l'autosufficienza, il disprezzo senza pietà per il pubblicano. Il pubblicano sale al tempio a mani vuote, non per offrire, ma per chiedere; e se ne torna casa ricco del dono ricevuto. Conosciamo la vita dell’apostolo Paolo; quanto egli scrive sul finire dei suoi anni possa essere anche il nostro testamento: Abbiamo combattuto la buona battaglia, abbiamo terminato la corsa, abbiamo conservato la fede; ora aspettiamo l’eternità beata col Cristo risorto. Amen! Padre Nicola, sacerdote redentorista
XXX DOMENICA (Anno Liturgico C) Dio non fa preferenza di persone
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