Si chiamava Alberto Manzi. E alla prima puntata di "Non è mai troppo tardi", sulla Rai, fece una cosa impensabile: prese il copione preparato per lui, lo guardò e lo strappò. Avrebbe dovuto recitare una lezione sulla lettera “O”. Lui chiese solo un foglio bianco, un gessetto e una lavagna luminosa. E da quella scelta di libertà, nacque una delle più grandi rivoluzioni culturali della Repubblica.
Dal 1960 al 1968, milioni di italiani si misero davanti alla TV, tre sere a settimana, per imparare a leggere, a scrivere, a contare. Grazie a lui, più di un milione di cittadini uscì dall’analfabetismo. E l’Italia, forse per la prima volta, scoprì che la conoscenza poteva essere popolare, gratuita, condivisa. Che l’istruzione era davvero un diritto. Manzi non impartiva nozioni, ma accendeva curiosità. Disegnava un albero e da quell’albero spiegava la grammatica, la vita, la dignità. Diceva: “Non insegnavo a leggere e scrivere, invogliavo la gente a leggere e scrivere”. E nel farlo, cancellava secoli di esclusione e ignoranza. Quando il programma finì, Manzi tornò nella sua scuola elementare. Rifiutò incarichi, fama, denaro.
E nel tempo libero partiva per l’America Latina, a insegnare a leggere ai contadini, agli indios, a chi non aveva niente. Perché una parola o una lettera appresa, per lui, era un uomo in piedi.
Quando gli dissero di giudicare i bambini con un voto, rispose con un timbro entrato nella storia: “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Fu sospeso per questo. Ma continuò a insegnare. Adesso lo ricordiamo come “il maestro degli italiani”. Ma in realtà fu molto di più: un pedagogista, un rivoluzionario, un uomo che fece della conoscenza un atto politico e dell’educazione un gesto d’amore collettivo. E oggi, in un tempo in cui la tv disinforma più di quanto insegni, ricordarlo è un un dovere. Nasceva 101 anni fa. Va a lui, al maestro Manzi, la gratitudine di un Paese che gli deve ancora moltissimo.
Palmira Bianco