Era il 1913 e l’anno precedente erano stati ritrovati i due Arcieri di Sa Costa. Fu anche grazie al lungimirante Sindaco Ernesto Diana se Sardara scoprì allora l’importanza del suo patrimonio archeologico.
Il santuario nuragico di Sardara originariamente si trovava all’interno della chiesa di Santa Anastasia, la cui facciata fu smontata e spostata di qualche metro, in modo si potesse accedere al pozzo dall’esterno. Taramelli si fermò a Sardara anche l’anno successivo per scavare l’imponente nuraghe quadrilobato di Ortu Comidu.
Dopo di lui sugli straordinari monumenti archeologici di Sardara scese nuovamente il silenzio che li aveva avvolti per secoli. Venne la Prima guerra mondiale, poi il ventennio fascista e poi fu ancora guerra. Gli amministratori comunali che si susseguirono nel dopoguerra dovevano confrontarsi con la povertà e la miseria in cui versava buona parte della popolazione, la miniera e l’edilizia costituivano un’alternativa all’emigrazione, ma tanti giovani sardaresi cercarono di costruirsi altrove una vita dignitosa. In un paese in cui non c’era ancora l’acqua potabile nelle case e al posto della fogna c’era una fossa nel cortile, quella felice esperienza vissuta con Antonio Taramelli fu rimossa dalla memoria collettiva della nostra comunità.
Da quelli anni di inizio secolo, belli per Sardara (era stato aperto da qualche anno il nuovo stabilimento termale e da Cagliari si veniva alle terme di Sardara col torpedone) bisogna ripartire. Sessanta anni dopo Taramelli, nel 1975 la professoressa Miriam Balmuth della Tufts Unicersity of Medford (Boston), spinta dalla sua grande passione per la civiltà nuragica, giunse al Nuraghe Ortu Comidu di Sardara e riprese gli scavi con l’intento di scoprire la fonderia di rame segnalata da Antonio Taramelli. A Ortu Comidu diresse tre campagne di scavi negli anni 1975-76 e '78, pubblicate in "Notizie degli scavi di Antichità" del 1983. La studiosa americana, oltre a mettere in luce una parte considerevole delle strutture del complesso nuragico, effettuò analisi paleobotaniche, zooarcheologiche, esami metallurgici, datazioni al radiocarbonio e analisi archeometriche. Fu la scintilla che fece scattare nuovamente a Sardara la ‘passione’ per l’archeologia e la presa di coscienza che i beni culturali potessero fungere da volano allo sviluppo termale e turistico del paese. Da allora e per 30 anni si riprese a scavare (Sant’Anastasia, Necropoli di Terr’è Cresia, Borgo di Monreale), è stato aperto il museo archeologico comprensoriale Villa Abbas, il Centro storico è diventato uno dei più apprezzati del territorio e le chiese, il santuario diocesano di Santa Mariaquas e tutte le altre, sono state restaurate e svolgono un ruolo fondamentale tra i beni culturali del nostro paese.
Qualche giorno fa parlando con un archeologo che crede fortemente nella potenzialità dei nostri monumenti storici abbiamo convenuto che gli attori principali della loro valorizzazione devono essere i cittadini. A tutte le latitudini gli amministratori passano, ma le comunità restano. Chiunque ami il proprio paese deve fare la sua parte. Io lo faccio con le mie ricerche, con i miei studi, con i miei libri, con il mio impegno nell’Università delle tre Età. Altri lo fanno con il lavoro volontario nell’Unitre, nella Proloco e nelle altre associazioni, altri ancora lo fanno da appassionati cultori di archeologia andando in giro nel territorio alla ricerca di “cose antiche”. C’è bisogno di tutti, l’amore per il proprio paese prescinde dalle simpatie politiche, dall’età e dal titolo di studio. (La foto che ritrae il direttore della Soprintendenza archeologica della Sardegna Antonio Taramelli (al centro) è stata pubblicata da Villa Abbas. L’archeologo è ripreso durante lo scavo del santuario nuragico dell’area archeologica di Sant’ Anastasia.)
Angelo Mascia