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IL «MULTIFORME INGEGNO» DEGLI AVION TRAVEL. IL «VIAGGIO» DEL VIOLINO DI SIMONE SORO

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Tra chi scrive e gli Avion Travel il rapporto nasce a Sant’Antioco nel 1988, concerto non dimenticato, quando i giovanotti campani erano incasellati dalla critica come “new wave italiana”, un settore molto ampio, senza confini – tipo il concetto di “post-moderno”, per intenderci. Siccome la “new wave” in generale – quella inglese in particolare – non mi sfagiolava più di tanto, fui più che altro trascinato dagli amici. Scoprii una miscela di afroamerica, musica popolare del Sud, rock, gusto melodico che mi lasciò di sasso. Soprattutto l’ampio ricorso a inflessioni jazzistiche, che da poco avevo cominciato a frequentare, mi resero indelebile il ricordo di quell’evento e, forse, fu da allora che cominciai a capire quanto sia stupido ogni rifiuto aprioristico.
Detto che, quando gli Avion Travel vinsero il Festival di Sanremo nel 2000, esultai in forme calcistiche, che ne ho seguito sporadicamente le forme del «multiforme ingegno» fra cinema, teatro, collaborazioni, cover e rielaborazioni,avion travel web li ho ritrovati vis-à-vis ieri sera con immenso piacere nel concerto al Borgo Medievale di Tratalias. Venuto a mancare, nel 2017, il chitarrista Fausto Mesolella, la Piccola Orchestra Avion Travel – questo il brand originale – ha rinunciato alle sei corde, a parte un episodio del contrabbassista e bassista elettrico Ferruccio Spinetti, e sostiene la voce laocoontica di Peppe Servillo con i saxofoni soprano e barítono di Peppe D’Argenzio, altro unico reduce della fondazione nel 1980, le tastiere del gran manipolatore Duilio Galioto, la batteria di tempo e colore di Mimì Ciaramella.
Servillo ormai mescola maschera e voce e gesto e passo con densa leggerezza: canto e melos, suono e parola si contendono il campo, agito dalla performance del corpo, inarrestabile pure nelle minime movenze. I testi allitteranti, dalle rime piazzate con accenti talvolta sghembi e imprevedibili, raccontano paradossi e iperboli, specialità della casa. Il tutto assecondando in primis su un piano di ferreo ritmo, la musica si fa strada sostenuta tematicamente dalla nervatura popolare mediterranea di un Sud pure tradizionale che abbraccia, non potrebbe essere altrimenti, soluzioni di incontro con jazz, blues, rock, con l’Oriente che occhieggia e si leva con lampi di fascino il velo dal viso. Un gran lavoro di accoglienza ed elaborazione – “integrazione” – che ancora più oggi che mai è un significante politico.
Il bis con la “Storia d’amore” di Celentano-Del Prete-Beretta, coinvolgente cover divenuta cavallo di battaglia, ha chiuso la proposta di una delle migliori espressioni della musica e delle arti performative non solo italiane.
Non sarebbe far giustizia alla bella serata musicale, organizzata dall’assiciazione Punta Giara, nell’ambito del cartellone che precede “Ai confini tra Sardegna e jazz”, non spendere le giuste parole per Simone Soro, violino, tastiere e live electronics, che è salito per primo sul palcoscenico. In quattro quadri – egli stesso ha parlato di un «viaggio» – ha trasportato l’attento ascolto del pubblico lungo mondi solo apparentemente non accostabili. Servendosi di loop scarni ed efficaci ricavati al momento, ha mosso da un’atmosfera bluesy per poi trasferirsi in atmosfere vagamente hendixiane e mitteleuropee, con affacci klezmer, volate melodiche morriconiane, su tempi obliqui, suoni e stilemi di kora e kalimba, tempi di milonga, Africa e lampi prog. Il mio applauso per quel suo violino e i suoi amici immateriali e vibranti è stato convinto.

Giovanni Di Pasquale

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