Il Cappotto che viene dal Levante:“Su Serenicu: Ricerca e Riproduzione”Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis. A cura di Vanessa Garau

Su Serenicu era un cappotto ampiamente usato nel Sulcis dalle persone agiate e dai ricchi proprietari. Diffuso anche nel Campidanese e nell’area cagliaritana questo elegante indumento è diventato tra il Settecento e l’Ottocento oggetto di attenzione e studio da parte di numerosi storici. Tra essi Alberto Della Marmora, (Torino 7Aprile 1789 – Torino 18 Marzo 1863) autore di Viaggio in Sardegna (prima edizione risalente al 1826) e successivamente nel 1840 con la seconda parte), ipotizzò insieme all’Alziator (Cagliari 12 Marzo 1909 - 3 Febbraio 1977) che si trattasse di un capo d’abbigliamento di origine greca e più precisamente, importato in Sardegna da una comunità ellenica stanziatasi a Cagliari intorno alla seconda metà del 1700. L’ipotesi dell’Autore trovò conferma presso alcune fonti dell’Archivio di Stato di Cagliari, recuperate da ricercatori successivi. Si tratta di una causa civile del 1826 tra sarti greci, definiti cappottari e il gremio dei sartori di Cagliari che in quel periodo detenevano il monopolio sulla professione sartoriale. Alla fine della sentenza si appurò che a realizzare e diffondere la moda de su serenicu in Sardegna furono i greci, per mano della famiglia Staico che aprì bottega a Cagliari nell’anno 1775. Comunque ancora prima che i cappottari greci giungessero in Sardegna, su serenicu insieme ad altre merci, era presente nel territorio come capo d’abbigliamento importato a partire dagli scambi commerciali con i maltesi e attraverso i porti di Livorno e Napoli . Quando i greci arrivarono a Cagliari fu Antonio Staico il primo a iniziare il commercio di questo esclusivo cappotto che deve il suo nome probabilmente alla città greca di Salonìcco. All’epoca per confezionarlo veniva utilizzata una lana greca piuttosto morbida chiamata pilurzus. Lo stesso Alberto della Marmora ne diede conferma in una nota con la quale precisò che questo cappotto non era fatto come gli altri, di furesi nero, ma di panno grosso color cioccolata che viene dal levante e dal Regno di Napoli.
Quando la materia prima venne a mancare, a causa della guerra greco-ottomana, i cappottari greci sfruttarono le proprietà dell’orbace per realizzare cappotti alternativi e modelli di linea sarda.
A maniche lunghe e con ampio cappuccio, su serenicu scendeva fino a coprire il polpaccio ed era privo di abbottonatura. Quello sulcitano era bordato in velluto e realizzato con preziose rifiniture . La bordatura proseguiva nella parte interna de su serenicu con una cucitura a trapunto. Anteriormente era guarnito con finte tasche realizzate ad intarsio unendo pezzi di velluto bordeaux e verde bottiglia. Queste guarnizioni, presenti anche alle estremità inferiori del cappotto, erano contornate da un cordoncino colorato che veniva successivamente sfilacciato a mano, creando un effetto frastagliato. Un ulteriore elemento decorativo che si ripeteva in più punti era realizzato combinando a ritmo alterno palline bianche e rosse, preparate a mano e fissate una per una sia davanti che posteriormente e sulla linea centrale del cappuccio.
Il Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis ha intrapreso le prime ricerche storiografiche sulla presenza e uso de su serenicu nel Sulcis a partire dal 2008 . Nel corso del lavoro, che ha richiesto un cospicuo lasso di tempo, e stata fatta un’analisi critica delle fonti e del materiale recuperato per arrivare successivamente alla riproduzione fedele di questo capo d’abbigliamento. Le testimonianze raccolte si sono rivelate inoltre fonte di arricchimento nell’ambito della tradizione vestimentaria sulcitana, contribuendo a ricomporre un mosaico poco conosciuto. Gli strumenti di ricerca utilizzati dal Gruppo folk Sant’Elia Nuxis sono stati molteplici, spaziando dall’analisi di documenti privati recuperati presso l’Archivio di Stato di Cagliari, al materiale iconografico e fotografie d’epoca che hanno fornito interessanti elementi di riflessione. Non sono mancate inoltre le interviste qualitative condotte in più aree del Sulcis. In questo caso si è trattato di dialoghi flessibili, incontri che hanno permesso di creare uno spazio narrativo nel quale le persone intervistate si sono raccontate e hanno raccontato in una prospettiva storica a proposito di questo prezioso indumento.
La riproduzione fedele de su serenicu è stata possibile grazie al prestito di un capo originale in orbace rinvenuto nell’area di San Giovanni Suergiu. Il recupero di pezzi originali costituisce infatti un fattore distintivo del Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis nell’ambito della ricostruzione dell’abbigliamento tradizionale del territorio. Il capo in questione risale alla prima metà dell’Ottocento e in origine apparteneva al suocero del signor Garau Giuseppe di San Giovanni Suergiu. Quest’ultimo lo ricevette in dono dalla moglie, in occasione del loro fidanzamento. Cristina Dessì, nipote del Signor Giuseppe ci ha raccontato che questo capo, prezioso ed esclusivo, era un lusso dei benestanti e dai paesi vicini lo chiedevano in prestito a suo nonno, per poterlo indossare in occasione delle processioni. In particolare, un ricco possidente di Sant’Antioco, affezionato a su serenicu del signor Garau, domandava puntualmente di poterlo sfoggiare in occasione della processione del Santo.
Le foto del presente articolo mostrano il pezzo originale utilizzato per la fedele riproduzione de su serenicu, e presto verrà corredato da ulteriori foto. Il capo riprodotto è stato esposto in occasione di mostre e proposto al pubblico per scatti fotografici.
Un’ulteriore riproduzione è stata realizzata dal Gruppo folk Sant’Elia Nuxis grazie al prestito di un capo originale proveniente da Santadi, su serenicu de coia, indossato dai benestanti in occasione del matrimonio.
Per l’approfondimento su quest’ultimo indumento si rimanda ai prossimi articoli in uscita.A cura di Vanessa Garau, Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis
[Le foto pubblicate sono in parte di proprietà del Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis, alcune appartengono alla famiglia Dessì di San Giovanni Suergiu]