Sarà che allora andavamo al liceo, sarà che facemmo festa tutta la notte, sarà che gli azzurri del calcio del dopoguerra avevano – Europei del ’68 a parte – preso tanti scappellotti (a volte non solo metaforici, vedi in Cile nel ’62) o, quando si erano avvicinati al sogno – Mexico ’70 e Argentina ’78 – si erano risvegliati come da una sbronza, sarà per mille altri motivi ma quell’estate del 1982, quel“Mundial” non si possono dimenticare. Abbiamo vinto un altro titolo, nel frattempo, abbiamo vinto quest’anno un torneo che ci sfuggiva da un pezzo, però quelle partite sono scolpite inconsumabili nella memoria di chi le ha vissute. Se poi a rinfrescarci la memoria è un “aedo” come Federico Buffa, grande narratore di eventi sportivi, allora le emozioni diventano brividi che tornano a farci accapponare la pelle.
Come si sarà già capito, insomma, ce la siamo proprio goduta “Italia Mundial”, la sua rievocazione di quel trionfo sportivo ma non solo, andata in scena, con l’appropriato commento pianistico di Alessandro Nidi, il 3 agosto scorso nell’ambito della rassegna allestita dal Cedac, con il contributo dell’amministrazione comunale e la collaborazione della Fondazione di Sardegna e della regione. Lo abbiamo conosciuto su Sky, Buffa l’affabulatore, durante i mondiali brasiliani, quando tra una partita e l’altra, fra tempo e l’altro, ci entusiasmava senza enfasi, ci attraeva senza retorica, illuminando fatti di calcio con luci mai viste, particolari inediti di cui egli va a caccia con il “bernoccolo” dell’entomologo alla ricerca del coleottero ancora sconosciuto. Tanto per dire, grazie a lui abbiamo scoperto che forse Cruijff non fece una gran figura, azione del rigore a parte, nella finale del 1974, perché la sera prima aveva avuto una telefonata burrascosa con la fidanzata per un articolo scandalistico. Eloquio piano ma ricco, un senso dell’umorismo tanto sapido quanto sottile, Buffa si inoltra, come tutti i grandi “raconteur”, girando al largo dal nucleo per avvicinarvisi attraverso un percorso circolare, rigorosamente ma non freddamente logico, in cui ogni vicenda, anche quella apparentemente più laterale, è protagonista del tutto e contribuisce a riscaldare pian pianino l’atmosfera.
Iniziare il racconto con l’irruzione, pistola alla mano e non per finta, del colonnello Tejero nel parlamento di Madrid, per esempio, serve a disegnare il panorama in cui l’evento sportivo si svolge e a collegarsi alle vicende del mondiale precedente, in un’Argentina in mano a una giunta militare e il contorno di fatti e fattacci sportivi e non, che ne fecero il torneo più inquinato della storia del calcio. La Spagna era uscita dalla dittatura franchista solo da qualche anno, evidentemente una parte della società non digeriva la svolta democratica della corona borbonica ed ecco riaffiorare vecchi vizi e svolte autoritarie. Così non fu, la Spagna reagì, il colpo di mano si fermò a quella scena e il “Mundial” poté iniziare poco più di un anno dopo quell’evento.
L’Italia aveva le sue gatte da pelare e si chiamavano terrorismo, crisi economica, disgregazione sociale. Il mondo del pallone, con lo scandalo del “calcio-scommesse” che aveva coinvolto personaggi del calibro di Paolo Rossi, Giordano, Albertosi, cercava di staccare le spalle dal muro in cui l’opinione pubblica l’aveva spinto ma certo gli auspici non erano i migliori: la Nazionale ancora una volta partiva per l’evento più atteso circondata dalla sfiducia generale. Al centro di tutto c’è il Vecio, Enzo Bearzot, l’anti-eroe per eccellenza: sempre criticato da una stampa che non lo ha mai amato e che non sopporta i tipi come lui, di poche parole mai ruffiane, con le sue idee – le “fisse” – che non potrebbe mai barattare con un compromesso, che si scontrano pure con gli stessi suoi uomini, che a volte restano spiazzati dalle sue scelte e dalla testardaggine a voler perseguire la strada immaginata. Attorno i suoi calciatori e le squadre avversarie e i campioni, del Camerun, dell’Argentina, della corazzata del Brasile che nessuno osa credere possa soccombere contro i nostri e contro nessuno, i predestinati alla conquista della Coppa. In un crescendo lieve, Buffa mette insieme con un costrutto di ferrea coerenza le mille tessere del mosaico, fino all’apoteosi del Bernabeu contro gli avversari di sempre, la Germania (allora ancora “Ovest”) e le intemerate del presidente Pertini in tribuna con pipa d’ordinanza e il mitico scopone scientifico sull’aereo del ritorno in coppia con Zoff e contro Bearzot e il Barone Causio.
Era un bel calcio, sarà un calcio bellissimo, quello degli anni Ottanta, quando la serie A divenne davvero il campionato più bello del mondo, anche grazie a quella inattesa vittoria. Fu certo una scossa per tutto il paese: l’urlo di Lucio Dalla, due anni prima, nella sua “Sera dei miracoli”, «si muove la città!», si trasfigurò nell’urlo di Tardelli e di milioni di italiani che spazzò via decenni di complessi di inferiorità, di chiacchiere sull’“Italietta” e sulle sue speculazioni, i suoi machiavellismi, il catenaccio e il contropiede come destino e maledizione nazionali.
Lo sport, per l’uomo contemporaneo, è l’ultimo spazio per il poema epico. Ancor più lo è il calcio, che alla sua essenza di incruenta (ma non troppo) disfida cavalleresca dettata dal caso di dover governare una sfera con i piedi deve, essenzialmente, il suo successo davvero planetario, soprattutto quando il torneo è fra squadre nazionali. Per i suoi racconti, Federico Buffa ha elaborato un’epica leggera e densa allo stesso tempo, che ha peso specifico e freschezza di tono e lo pone a fianco dei grandi narratori sportivi del nostro paese, da Gianni Brera a Beppe Viola, da Oreste Del Buono a Giovanni Arpino, da Sandro Ciotti a Gianni Mura.
Giovanni Di Pasquale